I dischi di Guido Michelone: Lee Konitz & Paolo Birro Trio, Foolin’ Myself Humorous Lee

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Passa ormai quasi un quarto di secolo – è il 1968 – da quando Lee Konitz pubblica Stereokonitz per la RCA italiana, un album dove il grande altista viene accompagnato da un gruppo italiano: si tratta all’epoca di un avvenimento eccezionale per il jazz italiano, che da allora inizia un percorso di eccellenza sulla creatività, mostrandosi a proprio agio soprattutto in questi incontri con i grandi americani. Con Foolin’ Myself Humorous Lee (Philology) lo stesso Konitz oggi torna per l’ennesima volta a confrontarsi con una band tricolore, ovvero il Paolo Birro Trio con il leader al pianoforte, Massimo Moriconi al contrabbasso e Massimo Manzi alla batteria (detto per inciso, due pesi ‘massimi’, per usare un gioco di parole, fra le sezioni ritmiche addirittura internazionali). Ne viene fuori un album prestigioso che in fondo ribadisce una precisa ostinata classicità del jazz contemporaneo (che qualcuno etichetta quale ‘postmoderno’), essendo Foolin’ Myself Humorous Lee basato esclusivamente sugli standards: eccetto i due Thinkin’ e Friendlee dello stesso Konitz, si ascoltano via via Body and Soul, Cherokee, Darn That Dream, My Old Flame, Foolin’ Myself, ovvero sei canzoni facenti parte della storia del jazz dallo swing al postbop. Del resto anche Konitz è una memoria storica vivente di questa musica: a sentirlo raffinatamente improvvisare in questo disco viene in mente la stagione del cool quando lui e pochi altri (Miles Davis, Lennie Tristano, con i quali suona, non a caso, già a fine anni Quaranta) inventano appunto lo ‘stile fresco’, moderato, cerebrale e al contempo rilassante proprio come questo nuovo disco. Foolin’ Myself Humorous Lee va confrontato ora con un analogo recentissimo ‘esperimento’ (sax a stelle-e-strisce e ritmica tricolore), con risultati entrambi soddisfacenti, benché da diverse prospettive stilistiche. Più sanguigne infatti risultano le atmosfere acustiche di un altro saxmen, Jerry Bergonzi, però al tenore, che in fondo in Spotlight On Standards (Savant) omaggia anch’egli l’universo degli standards, fin dal titolo dell’album, concedendosi lo spazio centrale per quattro proprie composizioni (Bi-Solar, Blue Cube, First Lady, Gabriela), ma lasciandone altre cinque – Come Rauin Or Come Shine, Dancing In The Dark, Out Of Nowhere, Stella By Starlight, Witchcraft – agli illustri songwriter. L’approccio di Bergonzi in Spotlight On Standards evita però il cool, per omaggiare invece la scuola successiva, ovvero l’hard bop dei tardi anni cinquanta, nella declinazione soul, grazie all’hammond jazz trio, con gli italianissimi Renato Chicco all’organo B-3 e Andrea Michelutti alle percussioni: dunque un sound grintoso, ma non esagerato, che vive sulle quasi infinite risorse improvvisative di Jerry nel solco delle moderne tradizioni.

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