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Di libri importanti ce ne sono stati due. Il primo era per bambini, dalla copertina ampia cartonata azzurra. Era l’epoca di passaggio dall’asilo alle scuole elementari. Non ricordo né il titolo né l’autore ma mi sembra di potermi rintracciare, se ci penso, a partire da quel libro come fosse un crocevia. Per anni l’ho considerato in un posto esatto, tra le cose ammassate dell’infanzia. Quando poi l’ho cercato mi sono accorto che non c’era; e non si tratta di una metafora per dire l’infanzia perduta, è che l’ho perduto, semplicemente. Potrei risalire senza sforzo al titolo e all’autore, lo troverei probabilmente ancora in commercio in migliaia di esemplari ma non sarebbe lo stesso perché non sarebbe quel libro.

Ci facevo gli esercizi di pomeriggio. Mio nonno sorvegliava con in mano uno scacciamosche dalla paletta grande come una mano aperta e non c’erano mosche nella stanza. Per imparare la pazienza dovevo ricopiare le immagini a matita, rifinirle a penna e turbogiotto. Ogni paginata presentava un ambiente popoloso, ogni cosa che c’era aveva almeno quattro nomi, il primo in cecoslovacco, l’ultimo in italiano, e io non sapevo ancora leggere. Era un libro fatto come un’enciclopedia, un’enciclopedia con le figure. La donna che me l’aveva regalato aveva scritto una dedica in maiuscoletto con la penna blu: aveva scritto che un uomo vale quante lingue riusciva a sapere, era una qualche citazione.

La donna si chiamava Klara, era la fidanzata di un mio zio. Qualche volta mi portava in giro per il paese e la gente si voltava a guardarla e anch’io mi torcevo, oltre la mano che mi dava, il braccio, il cuneo bianco della spalla che da duro a molle finiva al collo. Quando mi sollevava vedevo gli occhi e mi sembrava di caderci dentro capovolto perchè era una novità la vicinanza a occhi di quel tipo. La sensazione più viva è il fatto di perdere l’equilibrio e caderci dentro non che fossero celesti. Abbracciato alla testa di Klara li spiavo mentre lei guardava dritto, c’era un contorno più chiaro attorno alla pupilla, una fioritura gialla. Prenderli in bocca, gli occhi e tutto il resto di Klara, come un neonato, per capire meglio. Veniva da Praga o lì vicino, e un pomeriggio mi portò nell’edificio della scuola che conoscevo bene ma era diverso rispetto al mattino. Nei corridoi c’erano scudi e mazzi di lance poggiati contro i muri, alle porte delle aule ragazzi con l’elmo sottobraccio bevevano birra dalle bottigliette. Klara parlò nella loro lingua, con molti sorrisi. Mi diedero una pettorina col disegno di un cervo rosso e una spada rivestita di stagnola. Uno di loro con una barba rossa stopposa non so se vera o finta mi prese sulle spalle a cavalluccio e ci scagliammo di comune accordo contro uno che stava per i fatti suoi. Il duello fu breve. Il ragazzo avversario dopo qualche scambio si gettò a terra con un urlo per far finta di morire. A quel tempo la cosa che mi piaceva di più era gettarmi a terra per far finta di morire, ma quella volta non era stato possibile perché ero in braccio al ragazzo con la barba e dovevo vincere il duello. Klara mi baciò le guance. Mi trascinò in un giro trionfale per l’atrio scuotendomi forte per far vedere ai ragazzi del suo paese che avevo vinto.

Una paginata del libro presentava l’ambiente del castello con il cavaliere, il contadino, il frate, c’era anche il re con la corona e il mantello. Klara somigliava alla regina. Alla fine dell’esercizio mio nonno controllava le pagine che avevo disegnato. Quando era di buon umore accettava di disegnarmi qualcosa nello spazio rimasto, qualsiasi cosa gli chiedevo. Di solito un personaggio preso dalla pagina del castello. Mio nonno sapeva disegnare tutto e in poco tempo, anche se non lo guardava dalla pagina. Ma se non c’era la pagina da indicare dovevo sapere il nome esatto di quello che volevo e avevo sempre paura di confondermi. Un giorno gli ho chiesto di farmi Klara, ma non so se era una richiesta troppo specifica o troppo vaga, lui mi fece un cavallo, aveva la testa inclinata in avanti e faceva la mossa di correre verso il furgone dei pompieri che avevo ricopiato quel giorno.

Il secondo libro è stato la raccolta di racconti di Lovecraft che cominciai in quinta elementare e durò fino al tempo delle scuole medie. Lovecraft era mio e di un altro ragazzino, così noi eravamo amici e ci dicevamo le parole di Lovecraft. Nel garage di casa mia e nei campi che erano lì vicino dicevamo: “esecrabile”, “immondo”, “grottesco”. Quando era buio uscivamo insieme a un gruppo di piccoli cani gialli che erano il nostro esercito di creature “antiche”. Avevamo dei lunghi bastoni che servivano per indirizzare le creature verso il nemico. Correvamo anche insieme a loro per una discesa che finiva in un bosco di alberi di ulivo. A quel punto non si poteva andare avanti perché c’era un fosso e cominciava un sistema di colline più intricato che a notte diventava uno schermo nero. Su quello schermo, mentre eravamo seduti sotto gli alberi, mostravamo al nostro esercito la disposizione del mondo e ciò che conteneva. Naturalmente non facevamo altro che ripetere quanto avevamo letto e quanto rimaneva da sapere lo inventavamo. Prima di partire per la spedizione, di corsa o al passo giù per la discesa fino allo schermo dove si faceva la lezione, studiavamo al tavolo del garage dei grossi libri. Erano libri del milleseicento, diceva il mio amico, e così ripetevamo poi ai cani gialli; c’erano raffigurate scene violente che però sembravano dei giochi come la capriola e il solletico. I segni più scuri delle illustrazioni rappresentavano di solito le cole e gli schizzi di sangue. C’era molto nero in quelle figure e così dovevamo convincere i cani che ci doveva essere questo e altro nella disposizione del mondo.

Una notte i cani si ribellarono, correvano sciolti nei cortili e non volevano ubbidire. Non potevamo accettarlo. Ci riunimmo davanti al garage, il mio amico per darci coraggio fece una sorta di danza cattiva, agitò in aria il lungo bastone, lo fece ruotare velocemente a destra e sinistra, poi cominciò la caccia. Si vedeva pochissimo ma il giallo dei cani si vedeva. Li stanavamo cercando di picchiarli mentre fuggivano. Ne isolammo uno in un circolo di cespugli spinosi, cominciammo ad affondare i colpi finché l’animale si mise a tremare mostrando i denti. Allora il mio amico mi fece segno di aspettare. Lasciò cadere il bastone, andò vicino mentre il cane ringhiava. Aprì la mano davanti alla bocca bavosa, l’avvicinava, diede qualche lieve schicchera sui denti. Infine lo accarezzò, dal muso alla schiena, a lunghe passate, comprimendolo a terra per il peso delle carezze. Il cane lo lasciava fare, aveva ancora la bocca distorta dal furore ma piegava le zampe, chinava il collo, guaiva e si torceva quando gli toccava le ferite. Dobbiamo schiacciargli la testa, disse. Andai a cercare due grosse pietre nel buio mentre lui continuava le carezze. Quando tornai c’erano anche gli altri cani gialli. Alcuni sbucavano dai cespugli spinosi, assistevano in cerchio. Ecco la lezione, disse il mio amico. Sottopose una delle pietre alla testa, sempre lisciando e carezzando – il cane aveva rilassato anche la bocca, era completamente mansueto, fremeva un po’ in ragione delle ferite. Sollevò l’altra pietra cercando di mostrare il più possibile il gesto, e colpì. Dal suono sembrava che le due pietre si toccassero ma dovevano essere le ossa. Il resto dei cani tornò in ordine.

La paura andava organizzata. Avremmo ripetuto la caccia periodicamente, assottigliando il gruppo di un elemento per volta.

***

Pier Franco Brandimarte, nato nel 1986 a Torano Nuovo nella collina teramana, ha scritto L’Amalassunta (Giunti), Premio Calvino 2014.

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