Il Glenn Gould di Geoffrey Payzant

toronto-1981-alfred-eisenstaedt-for-life

Se in mano vi capita Glenn Gould. La musica, l’uomo, sappiate che il volume di Geoffrey Payzant, originariamente edito in Canada nel 1984 (e ora in Italia da Orthotes, pp. 256, € 20, trad. di Antonella Carosini), è stato il primo a cogliere la statura del Glenn Gould “artista letterario”. Non un florilegio d’aneddoti, ma un saggio sui maggiori temi gouldiani – solitudine, estasi, perversione del palcoscenico – da Payzant rubricati in dieci capitoli che dalla ricognizione sull’intelligenza tecnologica conducono al centro del discorso morale da Gould levato attorno all’esecuzione musicale.
Egli, “splendido pesce fuor d’acqua”, a soli 32 anni disertò le scene – era il 28 marzo 1964 – divenendo il primo e più giovane artista esclusivamente discografico. Non un vezzo, il dropout, quanto il frutto di un imperativo etico maturato da Gould già negli anni Cinquanta: “separare la musica dalla crudeltà” della performance, rimuovere l’agone fisico e psichico gravante sulla sala da concerto. “Un’esecuzione – diceva nel 1962 – non è una gara, ma una storia d’amore”. Se dunque fine dell’arte è “la graduale costruzione, che dura tutta la vita, di uno stato di meraviglia e serenità”, l’adrenalina va dissolta per far posto a quell’intercapedine tra bestialità e uomo che è la macchina, la cui caritatevole egida – intuita da Jean Le Moyne – è condizione necessaria al ‘dialogo’ tra esecutore e fruitore. Sebbene negli anni Sessanta, Gould avesse carezzato l’idea – coeva a quella di tanti semiologi – di postulare un Ascoltatore ideale, partecipe in veste d’artista alla manipolazione tecnologica del suono, è chiaro che la riflessione filosofica più intensa è quella che Gould ritaglia sul concetto di esecuzione estatica. Paradossalmente solo l’artificio dell’editing può assicurare l’irripetibilità dell’estasi; che nulla ha a che fare, è chiaro, con l’agio di riascoltare un’incisione all’infinito, ma piuttosto con la possibilità che l’apparecchiatura tecnologica partecipi attivamente alla creazione artistica. La “chiarezza materica” del microfono assieme al ritrarsi dal mondo esterno concesso dalla sala di registrazione e amplificato dagli ipnotici rumori vocali di Gould, l’inesorabilità ritmica delle linee melodiche ottenute aggregando anche decine d’esecuzioni, la puntillistica caccia alle “consonanti delle singole note” postprodotte dai tecnici del suono, fanno dei dischi di Glenn Gould non solo un’arte sovrana rispetto al concertismo – divaricati ontologicamente come teatro e film – ma, consentendoci di contemplare “l’ossatura” delle partiture e la tessitura dell’estasi, hanno iscritto anche “una lucidità prima inimmaginabile alle nostre possibilità musicali”. Ogni apparentemente eccentrica registrazione del più ipocondriaco tra i pianisti – insegna dunque Payzant – è parte di un più grande “sforzo prometeico di condividere con noi la consapevolezza estetica delle sue prospettive immaginative, tonali, multidimensionali”. Chiuso il volume, allora, sospiriamo una volta ancora l’assenza di questo indimenticato e imparagonabile genio.

Recensione apparsa per la prima volta su Avvenire, il 20 novembre 2016

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...