L’epica sbreccata e canagliesca di A. B. Guthrie

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“Mentre scivolavano lungo il torrente, fra gli argini sempre più ripidi da entrambi i lati, Clell pensava ai castori e agli indiani e a tutta la terra vista – alture belle come dipinti, selvagge come animali e solitarie come il tempo, e fiumi su cui nessun altro aveva mai posato gli occhi a parte lui, e buchi e insenature senza nome e pensava a un luogo dove l’acqua fuoriusciva calda e fumante e a volte puzzolente dalla terra, a un altro con una grande sorgente colma di catrame”. È una delle pagine conclusive del volume di Alfred Bertram Guthrie, L’ultimo serpente (trad. di Nicola Manuppelli, pp. 152, € 16.90), uscito da poco per i tipi di Mattioli 1885: tredici racconti, tredici microcosmi scavati tra le grandi praterie, i ranch e gli Island Ranges del Montana, da uomini che vivono di whisky, cavalli e storia, “redenti e dannati tutti quanti insieme, salvati dalla dedizione ai costumi e alla loro provenienza”.

In una natura che conoscono come le proprie tasche ma che appare sempre nuova e intatta, gli uomini di Guthrie s’abbeverano ai sentimenti più grandi e enormi, anche quando hanno il naso in un boccale di birra o la testa piegata per l’ultimo goccio di whisky. Esistenze rischiose, colpite da folate di saggezza grezza che passa nelle menti come il vento sul letame: “i bisogni degli uomini si vedono quando il loro denaro finisce”, o “nelle zone rurali del Montana non ci si scopre mai la testa se non in presenza della bandiera o dei morti”. Esistenze ubriache lungo le rive del Missouri – tale è il canto di Guthrie –, sbronze generose e poi crudeli, come quella del vecchio Frank Newcomb o dell’imperdonabile e triste Cutter Lake de L’incidente, baristi coi piedi per terra, sceriffi strampalati – lo è il Lem Bower de Il custode della chiave, racconto d’apertura del libro –, garanti di una legge applicata alla burchia. Ma su di essi non crolla mai il giudizio morale di chicchessia, né quello della voce narrante (spesso interna, raramente protagonista), né quella del ‘coro’ della gente. Certo, la gente parla, la gente dice. Basta un bicchierino per dare la stura. Ma nessuno emette giudizi. Perché in quei luoghi, il Montana a cavallo di due secoli, l’Ottocento e il Novecento, posti vivaci “come la carcassa ancora calda di un animale”, in quel paese in cui il sole affonda all’orizzonte “rosso e solitario come un dolore” e dove la luna è “luminosa come un dollaro”, in quell’angolo di mondo, insomma, tutto torna alla normalità, sempre, dopo una leggendaria scazzottata (quelle di Mamma Oca tra Clem Randell e Curly, o quella sul ring tra Bill il Macellaio e Burt Upham il Soldato ne Il giorno dell’Indipendenza), dopo una sbornia, una caccia grossa o una sagace vendetta o uno scontro coi pellerossa. Anche le assurdità, ripiegate con cura, danno risvolti importanti in questo universo sospeso tra tragedia e commedia, tra facezie imprevedute e impuntature serie quanto il destino.

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Sui volti degli uomini di Guthrie scorgiamo l’esatta convivenza del coraggio e della paura, della gentilezza e della rabbia selvaggia e, infine, della tristezza (memorabile, in questo senso, l’Harold di Ebbie, che uccide il proprio setter scozzese in calore per sottrarlo alla foia degli altri cani).Sembra quasi che non ci siano passato e futuro, nelle praterie del Nord Ovest, ma solo un lungo e infinito presente, nella fedeltà alle abitudini, nel rigore di un’etica ruvida, nei destini degli uomini fissati una volta per tutte nei musi duri, nelle marche, nelle croste del loro carattere, intoglibili come epiteti antichi che riverberano in nomi e nomignoli che punteggiano le storie: Bill il Macellaio, Bethune lo Smilzo, Chilter dagli occhi gialli. Perfino i fucili portano un soprannome: quello di John Clell, in La magia delle montagne, si chiama ‘Orecchio di Mulo’. Ecco, dunque. In questo piccolo libro di racconti, giunti in Italia a quasi sessant’anni dalla prima pubblicazione d’oltreoceano, ritroviamo quell’epica sbreccata e canagliesca con la quale, nel secolo scorso, i grandi narratori americani seppero ossigenare le loro pagine. E renderle indimenticabili.

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