Dire quasi la stessa cosa: Antonella Carosini tra John Cage e Glenn Gould

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Non sono una traduttrice, sono un’insegnante di musica. Il mio lavoro consiste nel far accostare ragazzi che vanno dagli 11 ai 14 anni alla bellezza di un linguaggio che da un certo punto di vista non ha bisogno di alcuna traduzione (è linguaggio universale per eccellenza), dall’altro per essere minimamente compreso ha bisogno di un’attenzione costante e di riferimenti vastissimi

Il mio rapporto con i testi di lingua inglese risale alla mia lontana giovinezza, quando mio padre che conosceva abbastanza bene sia l’inglese che il francese mi spronò a tentare la lettura di qualche romanzo in lingua originale. Anche se inizialmente con grande fatica (la mia conoscenza dell’inglese era esclusivamente scolastica), cominciai a leggere qualche giallo di Agatha Christie, pensando che la voglia di seguire l’intreccio mi avrebbe spinto a superare gli ostacoli. Sono sempre stata una lettrice onnivora, e questo mi ha dato la meravigliosa possibilità di leggere un libro appena uscito, prima della sua traduzione. Inoltre la mia lettura è sempre stata eccessivamente veloce: trascinata dalla magia della letteratura divoravo i libri in brevissimo tempo… leggere in inglese mi permetteva una lettura più lenta, mi dava il tempo di digerire quello che leggevo, di riflettere sulle parole. E c’era un mare di letteratura che mi piaceva un sacco e che allora non si riusciva a trovare in italiano, ma in inglese era di facile reperibilità: Woolrich, Fante…

E poi nel mio cammino di musicista, grazie al grande musicologo Fernando Vincenzi che oggi è mio marito, ho incontrato Cage. Cage ha cambiato la mia vita, come dovrebbe sempre fare un buon incontro. Improvvisamente ho scoperto che tante cose che mi piacevano nell’arte contemporanea avevano una reale dignità; cose che fino ad allora avevo percepito solo come scherzi, o come puri giochi intellettualistici, cose apertamente o apparentemente casuali, potevano essere legittimamente considerate capolavori, appartenere al regno misterioso e inconoscibile della vera arte. Sapevo bene che Cage era considerato prima di tutto un grande pensatore (strano destino per una persona che aveva deciso esplicitamente di dedicare tutta la sua vita alla musica!), in alcuni ambienti quasi un profeta, tuttavia in Italia esisteva all’epoca solo un’antologia dei suoi primi due libri (Silence e A Year from Monday) pubblicata col titolo di Silenzio dalla Feltrinelli, e una serie di conversazioni con Daniel Charles, pubblicate col titolo Per gli uccelli dalla Multhipla. Cominciai così a ricercare in giro per le librerie internazionali italiane i suoi molti libri, e cominciai a leggerli (e a tradurli, perché mio marito non conosce linglese).
Nel 2012, tramite un amico filosofo (Riccardo Fanciullacci), sono entrata in contatto con Diego Giordano, fondatore della bellissima casa editrice Orthotes, anch’egli musicista; Orthotes è specializzata in testi di filosofia, ma Giordano avrebbe avuto il piacere di affiancare ai testi filosofici una collana di musica, e un libro di Cage poteva facilmente costituirne il tramite! Siamo partiti (io e mio marito) col proporre a Giordano di proseguire cronologicamente la conoscenza dei testi di Cage in Italia, a partire da A Year from Monday (l’edizione integrale di Silence in italiano era finalmente uscita per la casa editrice Shake). Un’altra proposta a parer mio interessante era quella di dare unità al diario di Cage How to Improve the World (You will only make matters worse), che era stato pubblicato frazionato nei vari libri. Ma Giordano sosteneva che la maggiore carenza dell’editoria italiana riguardo a Cage fosse la mancata pubblicazione di Empty Words. Avevo tradotto anche quel libro, ma solo parzialmente (così come per M e X), poiché avevo tralasciato le parti a parer mio intraducibili, vale a dire i testi più corposi: quelli che davano il titolo al volume e i mesostici sul Finnegans Wake. Ma un’edizione che serviva a colmare un vuoto non poteva contenere un vuoto al suo interno. Cercando di dare senso a un’operazione forse insensata, ho cominciato a provare a tradurre le meravigliose casualità dei 4 testi denominati appunto Parole vuote.

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Federica Aceto (traduttrice di Don DeLillo) in questo stesso blog dice che la prima difficoltà di un traduttore è accorgersi di quanti mondi siano nascosti dietro ogni frase, e che nessuno riesce mai a tradurre tutto il non detto. Ovviamente, qualsiasi traduzione è un azzardo; ciononostante anche in casi apparentemente disperati è secondo me necessaria, proprio per suggerire quella ricchezza di mondi. Ma i testi denominati Parole vuote sono composti principalmente di lettere, sillabe, parole, tagliate e attaccate ad altre lettere, ecc., e solo occasionalmente di frasi, il tutto estratto con procedimenti casuali da un altro testo, il Journal di Thoreau; è lecito tradurre un testo del genere senza avere la mappatura dei procedimenti che l’hanno generato? Passare dall’inglese all’italiano in un testo a-sintattico porta inoltre a imbattersi in ostacoli apparentemente insormontabili: l’italiano è una lingua, pur più flessibile, molto più determinata dell’inglese, e difficilmente una parola in italiano può avere la stessa pluralità di sensi di una parola inglese. Mi sono imposta delle regole: per esempio, ho italianizzato il più possibile le sequenze composte da lettere tratte da parole irrecuperabili e le lettere isolate; ho tradotto aggettivi e articoli al maschile o al femminile, al singolare o al plurale in modo da sottolineare la possibile concordanza o estraneità al contesto; in caso di molteplicità di significati di una parola isolata, ho privilegiato, laddove possibile, una traduzione che avesse a che fare con il contesto naturalistico del testo di derivazione; ecc. ecc.
Il piacere e il divertimento provocati in me da un compito apparentemente così assurdo sono stati immensi. A quel punto ho pensato che forse potevo osare anche una traduzione dei mesostici sul Finnegans Wake (dopotutto Schenoni aveva tradotto buona parte del testo di Joyce cui oggi stanno lavorando Enrico Terrinoni e Fabio Pedone e lo stesso Joyce aveva tradotto in italiano alcuni passi dell’opera, legittimando così la possibilità di una traduzione), e, giocando due volte col testo perché i mesostici di Cage, anche se non puri, seguono regole piuttosto rigide (nel caso di James Joyce, ad esempio, nella prima riga una j non seguita da una a, nella seconda riga una a non seguita da una m, nella terza riga una m non seguita da una e e così via) ho completato la traduzione di Parole vuote, uscito per Orthotes nel 2105

A questo punto Giordano mi ha proposto il testo di Payzant su Glenn Gould. Da buona pianista, conoscevo un po’ le interpretazioni bachiane di Gould (e non le amavo: sono figlia una generazione che considera imprescindibile l’approccio filologico e l’uso degli strumenti d’epoca nella musica del passato), e naturalmente sapevo delle sue stravaganze comportamentali. Leggendo il libro di Payzant mi sono resa conto però che Glenn Gould è stato prima di tutto e autenticamente un artista, un filosofo in linea con le tendenze della sua epoca, il cui pensiero aveva moltissimi punti di contatto con quello di Cage, soprattutto per l’incrollabile fiducia nella positività del progresso tecnologico e per la costante ricerca di azzerare la frattura fra vita e arte. Cage, parafrasando Coomaraswamy, sosteneva che l’arte deve imitare la natura nel suo modo di procedere (San Tommaso diceva: “Ars imitatur naturam in sua operatione”), e Gould nei suoi collage sonori radiofonici persegue a suo dire un fine realistico, utilizzando materiali sonori preregistrati di molti tipi e mischiandoli in modo polifonico. Ho trovato poi interessantissimo il discorso relativo alla necessità di smitizzazione dell’artista, discorso che parte da argomentazioni contro la spettacolarizzazione dell’arte e la sete di sangue del pubblico, tesi oggi ancora più necessaria.
Anche dal punto di vista della traduzione il testo è stato interessantissimo: la scrittura di Payzant è quella intelligente, asciutta e rigorosa dello studioso di lingua inglese, linguaggio così diverso da quello degli accademici italiani. La scrittura di Gould è, al contrario, spesso immaginifica e ironica, e i molti contributi stralciati da giornali e le diverse testimonianze rendono il libro di Payzant ricco anche stilisticamente.
Un ultimo cenno sul titolo: l’originale di Payzant è Glenn Gould, Music and Mind. La mia prima idea era quella di tradurlo con Glenn Gould, Musica e pensiero, per l’evidente inadeguatezza del termine mente, ma anche il termine pensiero mi sembrava insufficiente a descrivere la ricchezza del titolo inglese; con Giordano abbiamo quindi preso in considerazione il termine spirito, che però poteva risultare in questo caso fortemente ambiguo; abbiamo quindi deciso di sottolineare il lato materiale e immanente dello spirito, e rendere Mind con uomo.

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Mi piacerebbe, in conclusione, sottolineare quanto il tradurre non sia solo un “dire quasi la stessa cosa”, ma anche un mezzo per riflettere sull’infinita ricchezza dei linguaggi, e sui loro molti modi di rappresentare la realtà, un mezzo per dare una voce familiare a voci diverse.
Cage ha cercato tutta la vita di uscire dalla gabbia del sé, per aprirsi alla molteplicità del mondo; Calvino gli avrebbe magari obiettato, come dice al termine della Lezione Americana sulla molteplicità, che il sé non è un unicum limitato, ma “una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, di immaginazioni (…), un inventario d’oggetti, un campionario di stili”. E così prosegue, dichiarando non un’opposizione ma una chiara affinità, sia con Cage che con l’atto del tradurre: “Magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…”

***

Antonella Carosini, pianista, vive a Savona e insegna musica presso la scuola media di Loano. Per Orthotes ha tradotto Parole vuote di Cage e Glenn Gould la musica, l’uomo di Payzant. Attualmente sta lavorando a una nuova traduzione del libro di Neuhaus, L’arte di suonare il pianoforte.

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