Libri tanto amati: Simone Ghelli e Stephen King

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(Foto di Simone Ghelli)

Quando Giacomo mi ha chiesto di scrivere qualcosa per questa rubrica, ho detto di sì senza pensarci due volte. Di libri ne ho amati così tanti, mi son detto: vuoi che non ne trovi uno di cui parlare? Poi mi son messo a fare la cernita, e davvero la lista non finiva più e non sapevo cosa scegliere. Così mi sono piazzato davanti alla libreria a sfogliare i volumi un po’ a caso (addirittura uno l’ho proprio riletto) e mi sono accorto di quanto sia disordinata, senza un criterio che regga per più di uno scaffale. Insomma, per farla breve sono rimasto in questo stato confusionale per almeno tre giorni, finché non ho realizzato una cosa semplice semplice: che tutti i libri tra cui ero combattuto io li ho letti dal periodo universitario in poi, con un’intenzione ben precisa – quella, per così dire, di recuperare il terreno perso precedentemente (ebbene sì: ho fatto ragioneria). Alcuni di quei libri (una buona parte) ho iniziato da un po’ di tempo a rileggerli perché non li ricordo affatto, o li ricordo davvero male avendoli letti in modo compulsivo in quella che è stata per me, in quanto autodidatta, una specie di lunga abbuffata a tratti indigesta. Questo perché per tanto tempo mi sono sentito da meno degli altri ed ero mosso da questa esigenza di recuperare che mi sono portato dietro anche dopo, quando ho iniziato a scrivere e a partecipare a progetti culturali di varia natura. Andavo veloce, sentivo il dovere di stare al passo coi tempi, e alla fine, senza accorgermene, ho dimenticato quel piacere della lettura che a sedici anni mi faceva perdere la cognizione del tempo e terminare un libro di centinaia di pagine in due, al massimo tre giorni.
Ora, se io voglio provare a essere sincero con me stesso così come mi sono ripromesso recentemente, non sono questi i libri – seppur fantastici e profondi e intelligenti – che fanno parte del mio cuore di lettore, ma quelli, senz’altro meno letterari, che mi facevano venir voglia di mangiare pagine su pagine: come i Tommyknockers (Le creature del buio) di Stephen King, che divorai a quanto – quindici, sedici anni? – e che è rimasto, insieme ad altri titoli dello scrittore americano e non solo, nella piccola libreria della mia camera da letto a casa dei miei genitori. Tenendolo a distanza, l’ho relegato in qualche modo nel passato. Eppure non posso negare che una passione per l’orrore e il mistero io ce l’abbia sempre avuta – e anche con questo e la mia tendenza (contraria) a razionalizzare che ho coltivato con gli studi ho iniziato recentemente a fare i conti.
I miei primi libri furono quelli di Emilio Salgari e Jules Verne (Ventimila leghe sotto i mari mi venne regalato in quinta elementare dopo aver letto tutto quello che c’era nella piccola biblioteca scolastica), la collana “Il giallo dei ragazzi” Mondadori, i racconti di Edgar Allan Poe, i fumetti di Dylan Dog e via dicendo. Erano tutte cose che mi tenevano sveglio finché non finivo di leggerle, proprio come mi accade oggi con i film e le serie horror. È (credo) tutta roba che non parla al mio cervello – che dall’età di diciotto anni ho iniziato a sovraccaricare di dati e nozioni in modo da avere una mappa adeguata (così credevo) con cui muovermi in questo mondo complicato – ma a qualcosa di più istintivo e ancestrale.

Non tanto tempo fa mi è capitato di vivere un’esperienza di ipnosi cosciente, in cui un’energia non ben definita mi ha spinto a un certo punto a ridere in maniera incontrollata e liberatoria. In quel momento mi sono sentito come in quei sogni vigili in cui ci percepiamo all’interno del nostro corpo ma non riusciamo a muoverci e ci sentiamo sul punto di soffocare, finché non reagiamo con la forza a quell’altra forza che ci tiene schiacciati al letto e riusciamo a rompere l’incantesimo.
Ecco, gli alieni – i Tommyknockers – del romanzo di King fanno una cosa del genere con gli abitanti della cittadina di Haven. Potremmo dire che li vampirizzano, ed è proprio questa sensazione, che definirei di possessione, ad affascinarmi nel ricordo che ho dell’opera di King: il fatto che mi sentissi come Bobbi, la protagonista del romanzo, e non potessi fare a meno di andare avanti a scavare fino a vedere per intero l’enorme astronave seppellita sotto terra nella cui estremità lei era inciampata casualmente.
Durante quegli anni, attraverso la lettura uscivo per così dire dal mio corpo e diventavo un sacco di altre cose – a dire il vero lo facevo anche senza libri, perché vedevo un sacco di cartoni animati e la mia immaginazione rilasciava un surplus energetico a tratti preoccupante.
In un certo senso, potrei provare a considerare la mia infanzia (di lettore) perduta come parte di queste creature del buio. Sta ancora lì con loro, e non ha tanto importanza il fatto che nel libro esse arrivino da un altro pianeta, ma che portino con sé quel sentimento di paura che accompagna l’ignoto e che rimane a testimoniare della nostra parte irrazionale, irriducibile a tutti i tentativi di decifrare la realtà attraverso letture su letture. Quella parte di me, apparentemente piccola, sta lì sepolta, ma sempre pronta ad uscire fuori per spingermi a guardare nell’esiguo spazio tra le dita – ebbene sì: guardo ancora certi horror con la mano davanti agli occhi.
Per il resto del tempo mi sforzo di essere simile a Jim Gardener, poeta e amante di Bobbi, che se ne va in giro con la sua placca in testa, immune al richiamo dei Tommyknockers. Cerco di tenermi alla larga dalla follia, dal disordine. Lo faccio anche quando scrivo. È una specie di malattia che mi ha attaccato la ragioneria, anche se in fondo non ci ho mai capito niente.

***

Simone Ghelli ha studiato il cinema e per un po’ ha fatto il critico, prima di dedicarsi alla narrativa. È stato tra i fondatori del collettivo Scrittori precari.
Con la raccolta L’ora migliore e altri racconti (Il Foglio, 2011) è stato finalista del Premio Loria 2011. Nel 2013 è stato tra gli autori selezionati per l’antologia Toscani maledetti (Piano B edizioni), curata da Raoul Bruni. Alcuni suoi racconti sono comparsi su riviste e siti letterari vari, tra cui Minima et Moralia, Nazione Indiana, Poetarum Silva e Cadillac Magazine.
Voi, onesti farabutti (CaratteriMobili, 2012) è il suo ultimo libro.

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