Libri che ci mancano: Mariolina Bertini e Pierre Pachet, Autobiographie de mon père

pachet

Libri che ci mancano: una rubrica che nasce da un’idea di Mariolina Bertini; una rubrica che procede da un atto di amore e porta una carezza su quei libri che, per diverse ragioni, non sono più o non sono ancora nei cataloghi degli editori italiani. “Raccontare”, scrive Mariolina Bertini, “i libri che ci mancano; non soltanto quelli non tradotti, ma anche quelli non ristampati. L’editoria attuale è iperproduttiva, butta sul mercato in continuazione titoli che scompaiono dopo poche settimane, ignorando i tesori sepolti nei vecchi cataloghi”.

Ecco. Di quei tesori sepolti noi ora vogliamo parlare. Come lo vogliamo fare di quei libri che, inspiegabilmente, non sono mai stati tradotti in Italia. Cominciamo, dunque, proprio con un pezzo di Mariolina Bertini che racconta un piccolo gioiello dell’editoria francese non ancora approdato sui nostri scaffali: Pierre Pachet, Autobiographie de mon père, Postface de J.B. Pontalis, Belin, 1987 e Autrement 1994.

***

Quando, il 21 giugno scorso, è scomparso, a 79 anni, Pierre Pachet ho provato un senso di sconfitta. A più riprese, avevo proposto a diversi editori di far tradurre in italiano un suo libro intitolato Autobiographie de mon père, uscito nel 1987 e poi in edizione tascabile nel 1994. Ogni volta, avevo visto la mia proposta rimbalzare contro il muro di gomma di un rifiuto tanto educato quanto definitivo: in Italia, nessuno sapeva chi era Pierre Pachet, e dunque quel libro di cui io caldeggiavo la pubblicazione non l’avrebbe comprato nessuno. Inutile replicare che Pierre Pachet, per molti anni firma di spicco della rivista La Quinzaine littéraire, era in Francia un’autorità su diversi terreni: dalla filosofia greca, che aveva insegnato all’Università, alla saggistica letteraria, all’autobiografia, alla storia e alla cultura dell’Europa dell’Est lette in ottica rigorosamente antiautoritaria. Privo della popolarità di un Pennac, o dell’aura mediatica di un Bernard-Henry Lévy, agli occhi degli editori italiani Pierre Pachet era invisibile e nessuno dei venti volumi che aveva pubblicato tra il 1976 e il 2011 meritava di essere preso in considerazione. Con la sua morte, è finito il mio sogno di potergli scrivere un giorno: l’editore tal dei tali ha accettato, il tuo libro uscirà in italiano… Eppure non riesco ad arrendermi al pensiero che la sua Autobiographie de mon père non debba conoscere nel nostro paese una seconda vita, e trovare quei lettori congeniali che per due volte ha trovato in Francia.
Come annuncia il titolo paradossale, Pachet ha scelto di raccontare in prima persona, una ventina d’anni dopo la sua scomparsa, la vita del padre, Simkha Apatchevski, ebreo della Russia meridionale nato nel 1895, emigrato in Francia nel 1913, morto nel 1965. È una vita apparentemente senza tragedie, ed esclusione della lunga malattia che la conclude e che assume la forma crudele di una vecchiaia precoce e devastante. Apatchevski studia medicina a Bordeaux, diventa dentista, si sposa, ha due figli e riesce, nascondendosi in provincia con documenti falsi, a sfuggire alla deportazione, insieme ai suoi familiari. Tuttavia la superficie di quest’esistenza, meno terribile di tante altre, dissimula una sofferenza costante che Pachet, dando voce al padre, scandaglia sino in fondo. La forma originaria di questa sofferenza è la scomparsa della madre, che muore quando Simkha ha cinque anni; tutta la sua vita successiva ne porta il segno. Lo sradicamento dalla Russia e dalla tradizione ebraica allarga e rende irrimediabile la ferita di questa sofferenza prima. Tutto questo non è esposto in forma diretta ma emerge dal racconto, oggettivo e minuzioso, di Pachet; piccole difficoltà di ordine pratico, smarrimenti momentanei, disturbi psicosomatici sono le tessere che compongono l’immagine di una sopravvivenza faticosa che trasforma Simkha (il cui nome dovrebbe significare “gioia”) in un individuo triste e introverso, stanco di una stanchezza incurabile che è il sintomo di una più segreta e totale prostrazione. Pessimista e conservatore, Simkha è ammirato da amici e famigliari per la sua lucidità; questo rende più crudele la parabola degli ultimi anni della sua vita, quando un’oscura malattia, che i neurologi non riescono a diagnosticare con precisione, lo priva prima della vista, poi della memoria e della padronanza dei movimenti. Ricostruendo la sua voce di malato, Pachet ci fa vivere dall’interno i suoi disorientamenti e le sue umiliazioni con un’intensità quasi insostenibile.
Uno dei centri della narrazione è l’ebraismo di Simkha, che ha fatto i primi studi alla scuola ebraica di Odessa ed è un fervente sionista, laico e socialista. I suoi ricordi e la sua cultura plurilingue intrecciano al filo della sua vita in Francia una materia più antica e suggeriscono interpretazioni singolari del suo stesso destino. Come questa, che Pachet fa formulare al vecchio Simkha a proposito delle “deformazioni tipografiche” di certe insegne moderne, che rendono difficile la lettura ai suoi occhi indeboliti:

E questa mia malattia, non è forse il contraccolpo della malattia ben più grave che è piombata sul nostro mondo ormai vent’anni fa? A proposito di deformazioni tipografiche, come dimenticare le lettere gotiche rimesse in auge da Hitler, il loro disegno complicato e minaccioso, e soprattutto quella scritta mostruosa: le lettere JUDE ricamate o dipinte sulle stelle gialle, quelle lettere ispirate al gotico ma le cui contorsioni piene d’odio, falsamente medioevali, volevano evocare anche la forma tradizionale delle nostre lettere ebraiche. Il folle matrimonio tra la nostra morte e il suo potere, che il nazismo cercò di rendere indissolubile, era scritto in quei caratteri ambigui. Caratteri che da una parte evocavano nei popoli sottomessi il salutare terrore della barbarie germanica, immemoriale, sorta dal profondo dei secoli per negare i progressi della coscienza; e d’altra parte, designando una vittima eletta, già imprigionata in quelle lettere che sembravano torcersi di dolore tra le fiamme, rassicuravano gli Ariani promettendo loro la protezione e la pace: voi resterete fuori dal gioco esaltante del barbaro e della sua ignobile preda, né vittime né carnefici, semplici spettatori terrificati.

Senza essere stato testimone di eventi eccezionali, Simkha è il protagonista di un destino esemplare all’insegna dell’esilio, dell’incompiutezza e del fallimento. La voce che suo figlio gli restituisce ha da raccontarci una storia che merita di essere ascoltata.

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