Leonard Michaels: com’era strano essere vivi negli anni Sessanta

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Sarebbe potuta essere una storia d’amore corrisposto e di affetti dolci, quella tra Sylvia e il narratore (chiamiamolo per comodità Leonard, ben consci dei pericoli insiti nel sovrapporre finzione e realtà); ma tant’è: quello che abbiamo tra le mani è un romanzo (Sylvia, trad. di Vincenzo Vergiani, Adelphi, pp. 129. euro 16), i cui semi vanno però rintracciati nel memoir autobiografico. Leonard Michaels (1933-2003) lo costruì aggregando uno sull’altro i tasselli della propria esperienza consumata attorno alla storia vera, d’amore e di morte, della prima moglie dello scrittore, Sylvia Bloch, finita suicida nel 1964.

Ma non è (solo) una storia d’amore difficile, essendo (quasi) il ritratto di un’epoca. Che quell’amore sia stato cupo e storto lo denunciano il titolo e l’astiosa disperazione di Lei nell’assolutezza del nome singolo. Sylvia avrebbe avuto bisogno di un compagno e di tanti compromessi e invece non ne ha sopportato nessuno. Cacciando lo sguardo nello specchio del memoir vediamo riaffiorare, assieme all’immagine della ragazza, anche un dipinto del primo lustro degli anni Sessanta; fatto a sfumo, come spesso avviene per quel periodo, annebbiato dall’agonia della coscienza e dall’ubriacatura della rivoluzione dei costumi. Terminati i corsi postuniversitari di Berkley, Leonard è di ritorno a New York a bordo di una Cadillac decapottabile; nell’appartamento dei genitori, nel Lower East Side di Manhattan non ci vuole stare, lo fanno sentire come un bambino, forzano i ruoli sociali a rimanere saldi in un’epoca ove i pochi eroi rimasti, anche i migliori, scatenano violenza. Perciò Leonard finisce tra le strade del Greenwich Village, in casa della vecchia amica Noemi Kane conosce Sylvia, “magra e abbronzata. I capelli le arrivavano fin sotto la vita. La frangia le oscurava gli occhi, dando l’impressione che fosse timida o che si nascondesse per modestia, e anche che fosse più bassa della media”. Ha diciannove anni, è orfana, vive con gli zii, ha una “sensibilità patologica” e “improvvisi scoppi di ira”. Gli uomini la trovano attraente ma lei si considera da buttare.

Leonard se ne innamora subito. Iniziano a frequentarsi, trovano un alloggio, si sposano. Un nido (impossibile) in cui annaspano assegnando sensi alla vita, quando attorno, invece, imperano un “carnevale demente”, l’imbarazzo, la confusione, un’incoscienza patologica e collettiva. Eccolo il ritratto dell’epoca – il romanzo lo è in maniera terribile –, ecco l’eruzione di sentimenti ingovernabili, resi più fluidi dal lisergismo, ecco la rabbia e l’odio, ecco le sessioni di sesso ossuto e i degradanti entusiasmi frizzati dalle conversazioni drogate con la masochista Agatha, ecco la disperazione e il tedio. “Com’era triste, o eccitante, o strano essere vivi negli anni Sessanta”, in bilico sopra esistenze sottili, tra parole che celano brillanti sottintesi, in uno stato stuporoso che da solo, nonostante il suo fascino, non basta. L’illusione che il vuoto potesse “essere sublime” come un film di Antonioni non riesce a salvare nessuno. Gettarsi senza difese nell’abisso – incolmabile – è davvero pericoloso; Leonard e Sylvia forse lo intuiscono, per questo spesso stavano immobili, “respirando appena, corpi senza massa né controllo che si dissolvevano, si tramutavano in oscurità”. Una forma di non vita per salvare quel che di essa restava.

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Eppure, quando questa amara ma salvifica immobilità manca, si avvia la distruzione. Scottati dalla corrusca follia che attorno gira (“in alcune forme salienti della vita e dell’arte, la gente superava il limite – o il sé; il nostro affascinante presidente, John F. Kennedy, si scopava le attrici. Era tutto abbacinante”), Leonard e soprattutto Sylvia crollano. Né lo studio né il lavoro valgono a salvarli. Specie Sylvia, delirante, psicopatica, tira in testa al marito la Olivetti che lei medesima gli aveva regalato, incapace di conoscere il proprio teatro interiore, ossessionata dalla lunghezza del naso, anticipa il futuro suicidio distruggendo la propria immagine nello specchio con un posacenere di metallo.

In una società in cui la libertà e l’individualismo hanno fatto più danni di una guerra, in un’epoca in cui “non c’erano significati davvero grandi”, ma, come ha scritto Philip Roth, “era un casino, puerile, assurdo, drastico e incontrollato, una rissa che aveva coinvolto l’intera società”, la morte della fragile Sylvia giunge come necessaria conseguenza di uno stile di vita fuori dai solchi, in perenne e futile ricerca di qualcosa di indefinito. Così, proprio perché vissuto dal di dentro, il memoir di Micahels si legge oggi come uno dei più disperati documenti di quell’epoca, affascinante, magica, che ha soffocato i suoi stessi adepti con il gas della libertà.

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