Chi sulla terra apprezza che ci sia Stevenson

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di Fabrizio Pasanisi

Superstizioni, paure, anche una storia d’amore piuttosto complicata. Sono questi gli ingredienti principali di Gli allegri compari, nell’originale The Merry Man, opera meno nota di Stevenson ma comunque di grande fascino, appena uscita nella collana Mare di Nutrimenti (con la mia traduzione, uno scritto prezioso di Giorgio Manganelli scovato da Dario Pontuale, che firma anche una dotta nota di chiusura). Ma su tutto, a guidare il lettore per un centinaio di pagine di avventure e misteri, c’è il luogo, un’ambientazione estrema, desolata, che fa da sfondo alla vicenda.
“Beati gli adolescenti che non hanno ancora letto Stevenson”, scrive Manganelli. È così, e ancora di più. Beati i lettori di ogni età che hanno pensato che le opere di questo autore non facessero per loro, e un bel giorno lo scoprono. “Il signore di Ballantrae è uno dei più bei libri che siano mai stati, o saranno, scritti”, ci dice ancora Manganelli. Io avrei scelto il Dottor Jeckyll e Mister Hyde, perché poche opere come questa hanno influenzato il nostro modo di vedere le cose, di vederci dentro. E allora perché aspettare ancora, perché non abbandonarsi alle sue storie, che sono tante, avvincenti, e così diverse tra loro?
I Merry Man del titolo, gli allegri compari, ricordano i compagni di Robin Hood, e non solo. Ricordano una canzone citata da Shakespeare ne La dodicesima notte, e in linea di massima indicano qualcosa di buffo, di gioioso. Ma Stevenson gioca sul contrasto, perché questo nome viene dato dai pochi abitanti della zona – siamo nelle Highlands scozzesi, su un isolotto delle Isole Ebridi che con un po’ di buona volontà si può riscontrare su una mappa -, a un fenomeno della natura, al tempo stesso irresistibile, ammaliante come il canto delle Sirene per Ulisse, e minaccioso. Quello che giunge all’orecchio di chi vi si avvicini è, in effetti, un suono per nulla spiacevole; ma la sua minaccia è manifestata dal gorgo prodotto dal mare tra gli scogli, mentre si muove la marea, mettendo a rischio chiunque, con qualsiasi imbarcazione, transiti nei paraggi.
La storia è relativamente semplice, e non assume i toni, né prende gli spazi, del grande romanzo. Qualcuno è alla caccia di un tesoro che si ritiene giaccia su una nave dell’Invincibile Armata spagnola, naufragata sulla costa scozzese oltre due secoli prima del momento in cui ha luogo la vicenda narrata. In quella costa impervia, dove la situazione atmosferica può mutare in un attimo e dove la terra, la costa, si mischia alle acque tra isole, scogli e insenature, e soprattutto dove la forza della marea incide ogni giorno sulla vita e sul paesaggio locale, vive una piccola famiglia, in una casa separata dalla terraferma da un canale. Vi abitano tre individui, indissolubilmente legati tra loro. Il primo, il proprietario, è un rude signore che nella vita ha sempre lavorato, e in modo gravoso, in quei luoghi in cui l’unica risorsa viene dal mare, o da qualche forma di pastorizia, dove ci si alza la mattina e si attende il momento del riposo, affidandosi alla religione come a una forma di sollievo. C’è poi sua figlia, una ragazza graziosa, timorata di Dio si sarebbe detto una volta, che si dedica a quel genitore e cerca di fare il possibile perché le cose vadano avanti, rinunciando alle altre opportunità che la vita potrebbe offrirle. E infine un servitore, una di quelle figure di umili che piacciono a Stevenson, sulle cui spalle può fare ricadere le storie della tradizione, fatte di misteri e di oscure credenze. I tre vengono raggiunti dal narratore, il giovane nipote del padrone di casa che da qualche tempo ha cominciato a frequentare quel luogo, spinto dall’interesse per la ragazza più che dal paesaggio, affascinante ma estremamente ostile, o dalla vita essenziale che vi si svolge.
Ed è qui che si dipana il tutto, tra una tempesta e un naufragio, il canto dei Merry Man, il disfacimento della mente di un uomo, che si piega davanti alla forza della natura e alla speranza di appropriarsi di qualcosa d’intangibile, di un’illusione segnata dal peccato, mortale. C’è tutto Stevenson: i percorsi travagliati della mente, come nel Dottor Jeckyll; il senso dell’avventura estrema, come nell’intera sua opera; le azioni di pirati e avventurieri, come nell’Isola del tesoro, qui senza il ricorso all’ironia, salvifica. E c’è la grande storia, di sfondo, come nel Signore di Ballantrae. Il lettore resta con il fiato sospeso fino all’ultima riga, per sapere come andrà a finire, se la natura avrà la meglio sull’uomo, se le leggende del mare si completeranno, se una promessa d’amore potrà avere un seguito, assumere i giusti contorni, anche dove la civiltà si arresta e lascia il posto al divino.
Manganelli adopera, per descrivere l’opera complessiva di Stevenson, un termine – e un concetto -, molto caro anche a Borges, che dell’autore scozzese era grande estimatore, quello di labirinto. “Stevenson è un perpetuo abitatore di labirinti”, ci dice il nostro scrittore, esperto di discese nell’Ade (v. Hilarotragoedia). Borges sarebbe d’accordo, ma l’omaggio più sentito lo esprime in un verso, lapidario, quando mette tra i giusti, in una delle sue ultime e forse più belle poesie, anche El que agradece que en la tierra haya Stevenson, Chi sulla terra apprezza che ci sia Stevenson (I giusti, in La cifra). I giusti, quindi, sono pronti a entrare nel labirinto creato da Stevenson, calandosi nel contrasto indelebile tra bene e male, così caro all’introspezione analitica, sono spinti a cadere in una rete, anzi ad adagiarvisi, per finire in quel gorgo da cui si viene catturati e dal quale non c’è via di scampo. Per condurre le danze, l’autore si serve dei Merry Man, questi allegri compari che si fanno beffa di noi, e per loro tramite tocca i recessi dell’animo, dove le paure acquistano spessore. Facendolo non esita a spingersi sul versante del realismo, accompagnandoci alle soglie della verità, lasciandoci toccare con mano i luoghi, descrivendoci le insidie del paesaggio, e, soprattutto, ricorrendo al linguaggio locale pieno di suoni dalla difficile pronuncia (abbandonato con rammarico, ma in modo inevitabile, nella traduzione), a una parlata piena di borbottii ed esitazioni.
Viene in mente un titolo di Bergman, Sussurri e grida. Stevenson sussurra, Stevenson grida, come la tempesta che sommerge l’isola, come la disperazione dei marinai che dopo aver inseguito la ricchezza capiscono di non avere più speranze; come il cammino dell’uomo, quando perde la strada nota, la strada del rispetto.
Leggendolo, incantati, vengono in mente anche gli errori della critica. Forse contrapponendosi al successo che ebbe negli ultimi anni della sua vita e ancora per un paio di decenni dopo la morte, F. R. Leavis, ne La grande tradizione, del 1948, relegò Stevenson tra gli epigoni degenerati di Scott, accusandolo di concentrarsi troppo sul “bello scrivere”. E tanto ha pesato su di lui l’idea che fosse un autore per ragazzi. Per fortuna, hanno pensato altri a ricollocarlo nel modo migliore: Nabokov scrisse che il Dottor Jeckyll “appartiene allo stesso ordine artistico di Madame Bovary e delle Anime morte“, e un giudizio del padre di Lolita è come una lama che entra nella carne. In Italia, Italo Calvino lo raffrontò (su L’Unità, già nel 1955) ad Ariosto e Cervantes quando si trovarono davanti “la tradizione esausta della letteratura cavalleresca”. Così Stevenson, scrittore d’avventure, privo “dell’ingenuo fervore di Walter Scott…”, dice Calvino.
Oggi lo leggiamo, con piacere, tra le pause di tanti libri meno interessanti, di certo meno avvincenti. Anche negli Allegri compari il labirinto sembra dipanarsi, ma mai fino in fondo. Non habrá nunca una puerta, Non ci sarà una via d’uscita, scrive Borges (Labirinto, in Elogio dell’ombra): nelle storie di Stevenson non c’è quasi mai redenzione se non nella morte, nel mare che si richiude sulle ultime vittime.

Un’annotazione in margine. Nel volume dei Meridiani dedicato a Stevenson e a un’ampia scelta delle sue opere, uscito a cura di Attilio Brilli nel 1982, insieme ai titoli più noti c’è anche Gli allegri compari e altri racconti e favole, il libro che nella sua versione originale, The Merry Man and Other Tales and Fables, venne dato per la prima volta alle stampe nel 1887, a solo un anno dal Dottor Jeckyll e pochi mesi prima della partenza dello scrittore per i Mari del Sud. Non so per qualche alchimia editoriale sia stato però escluso proprio il testo che dà il titolo alla raccolta, Gli allegri compari. Forse è stata una semplice questione di spazio e non una scelta di merito, ma, come il lettore può verificare, è stata una perdita molto grave.

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