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 (Foto di Claudia Papaleo)

Quando termino Un amore senza fine di Scott Spencer (Sellerio, trad. di Francesco Franconeri), più o meno sei mesi fa, mi investe il pianto: improvviso, incontenibile, necessario; e non riesco a capire questa furia, la totale assenza di raziocinio e controllo a cui mi abbandono, sprovvista di qualsiasi difesa, e contrariamente alla mia indole.
Poi, però, la risposta arriva, e dice questo: ho pianto perché qui dentro c’è tutto l’amore di cui non siamo capaci, quello che non conosce mediocrità e si tace di fronte all’abitudine, al giusto, alla rispettabilità e all’autoconservazione.
Ciò di cui parla Scott Spencer è un sentimento in cui l’esposizione è massima, quasi impossibile da sostenere, è un’ossessione che si sceglie, religiosamente, giorno dopo giorno, che perseguita e accende la carne, e si espande, denso, ben oltre la carne. È la grazia, ed è un sentimento assassino.

Siamo a Chicago e David Axelrod, protagonista e voce narrante della storia, torna al 12 agosto del 1967, a quando ha diciassette anni: “Era una di quelle notti dense e afose” – dichiara nell’incipit -“Nessuna nube, nessuna stella, nemmeno la luna. L’erba davanti alle case sembrava nera e ancor più neri gli alberi; i fari delle automobili mi facevano pensare a quei coraggiosi lumini che i minatori si portano su e giù per le gallerie soffocanti. In quella greve, per nulla eccezionale serata di agosto appiccai fuoco alla casa in cui vivevano le persone che più adoravo al mondo, la cui dimora rispettavo più di quella dei miei genitori”.

Dentro la casa c’è la famiglia Butterfield al completo, ma soprattutto c’è Jade, rannicchiata in una poltrona: l’aria casta e sonnolenta, l’aspetto in disarmo, il volto cereo e vuoto.

Lei e David condividono da tempo un rapporto simbiotico, fatto di stupore reciproco, incandescenza mentale e sfacciata passionalità, al punto che Hugh, il padre di Jade, decide di allontanare il ragazzo per un mese, spaventato dalla morbosità che li lega e dall’effetto inquinante che questa morbosità sta avendo su sua moglie e gli altri suoi due figli.

Ma David, come forse si potrebbe credere all’inizio, non appicca il fuoco alla casa per vendetta: la sua idea è di fare un po’ di fumo, far credere ai Butterfield che ci sia un incendio, e avvertirli del pericolo per farsi accogliere di nuovo nei panni del salvatore.

La situazione, però, gli sfugge di mano, e ciò che segue è la discesa, non priva di sofferta delizia, nell’abisso in cui i suoi sentimenti diventano un crimine e, ancor peggio, una malattia.

David affronta la reclusione in una clinica psichiatrica, dove lo si forza a guarire dal suo amore, che è ormai un segreto di cui si prende cura con disperata ostinazione, vivendo in uno stato di clandestinità emotiva e cerebrale, mentre si finge altro da sé per ritrovare la libertà, e ricongiungersi a Jade, ormai lontana nel tempo e nello spazio.

Il suo piano mette in moto una catena di eventi che fagocita tanto la famiglia Axelrod quanto quella dei Butterfield. L’immagine di David e Jade insieme è letteralmente intollerabile ai loro occhi: la forza viscerale, onesta, indefessa e inevitabile che li spinge l’uno verso l’altra mette a nudo, e selvaggiamente, tanto l’ipocrisia borghese – e la condizione di rinuncia e vigliaccheria che tiene insieme i coniugi Axelrod – quanto la spinta al voyeurismo, all’invidia e all’emulazione dei Butterfield, che vedono nella coppia il desiderio e la straordinarietà che avrebbero voluto per sé, e di cui rappresentano una versione tiepida e appassita.

Gli Axelrod e i Butterfield sono i veri sconfitti del romanzo. Le loro vite colme di verità tradite, e di fallimenti accolti con discreta amarezza, ne fanno dei personaggi commoventi, sgretolati, fragili, ma soprattutto spaventevoli: in cuor nostro, infatti, sappiamo che è molto più facile essere loro, e non David e Jade, che pure devono fare i conti con un amore capace di condannarli a una malsana emarginazione dalla realtà e alla castrazione individuale.

Questo spettro percorre dapprima silentemente, e via via sempre più assordante, tutta la vicenda, che peraltro racchiude la scena di sesso più riuscita, avvolgente, brutale, piena di miracolosa dolcezza e fame cannibale che abbia mai letto. E allora credo sia arrivato il momento di dirlo: il libro di Spencer è un capolavoro di stile dalla prima all’ultima pagina; la sua è una prosa palpitante, sanguigna e dall’effetto ipnotico, che si aggrappa alle immagini e ne rivela il bagliore e la carnosità. Ogni parola che ho incontrato nel romanzo è ancora qui; avvinghia, sgretola le ossa e racconta la consistenza della parola più scivolosa, beata, maltrattata e totale che si possa raccontare: amore.

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Claudia Papaleo (1986) è nata e vive a Roma. Ha una specializzazione in Editoria, e dopo un passato da libraia, e da lettrice di manoscritti per alcune agenzie letterarie, ha collaborato con diverse case editrici indipendenti. È l’attuale ufficio stampa della narrativa Tunué diretta da Vanni Santoni e autrice nella redazione di RadioLibri.

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