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di Gian Piero Piretto

Tra le prime istanze che il neonato potere sovietico decise di affrontare appena si sollevò dal disastro della guerra civile ci fu la lotta alle religioni. Il tentativo di reprimere i sentimenti clericali dimostrandone la matrice superstiziosa e lo stretto legame con la cultura borghese vide impieghi massicci sul fronte della propaganda. Cinema, letteratura, musica, cartellonistica investirono nel segnalare come la piaga dell’alcolismo fosse diretta conseguenza delle feste ecclesiali, come lo smantellamento delle chiese per trasformarle in circoli operai costituisse una delle più apprezzabili conquiste della rivoluzione d’ottobre, come la settimana senza giorno di festa avrebbe contribuito ad accelerare la ripresa economica ecc. Impresa non facile, visto quanto radicato il rapporto con l’ortodossia, per citare soltanto la fede primaria in terra di Russia, fosse stato nei secoli, pur storicamente inficiato da ben note connotazioni pagane che avrebbero nella storia definito l’atteggiamento religioso russo popolare come dvoeverie, la doppia fede, idolatra e cristiana.
La festa più presa di mira, vista la sua portata fondamentale nel calendario liturgico, fu la Pasqua ma anche nei confronti del Natale non mancarono riferimenti espliciti.

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Figura 1. Abbasso le festività religiose.

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Figura 2. Manifesto di propaganda. Natale

Secondo una morfologia molto praticata all’epoca i manifesti rappresentavano il “prima” e il “dopo” rivoluzione d’ottobre con eloquenti riscontri di una stessa realtà: se nella metà superiore un’orda di filisteisimo seguiva la stella cometa schiacciando sotto i piedi della processione schiavi e derelitti, nella parte inferiore, radiosa e ottimistica, si marcia verso la luce della stella rossa e sono i residui di un passato opprimente a essere calpestati.
La festa natalizia entra nel mirino della condanna e, dai pionieri agli adulti, tutti si devono scagliare contro obsolete tradizioni. Il Komsomol, l’organizzazione giovanile del partito, organizza parodistiche funzioni natalizie e pasquali per irridere credenti e tradizioni.
Sul quotidiano “Izvestija” del 10 gennaio 1923 si leggeva la seguente notizia:

Rostov sul Don, 8 gennaio 1923
Il “Natale del komsomol” ha visto una massiccia partecipazione di lavoratori non iscritti al partito e si è concluso con un grande successo. Nella notte del 7 gennaio una manifestazione che ha contato migliaia di partecipanti, membri del komsomol e giovani non iscritti al Partito, ha sfilato in colonne regolari per la città con fiaccole e fantocci rappresentanti idoli di ogni religione, cantando canzoni rivoluzionarie. Di fronte alle chiese di ogni confessione si sono organizzate dimostrazioni accompagnate da brevi discorsi al termine dei quali si è proceduto a bruciare gli idoli.

Le date rimandano al calendario giuliano ortodosso rimasto fedele alla vecchia scansione temporale anche dopo l’adeguamento successivo alla rivoluzione. Il Natale ortodosso si celebra ancora oggi 13 giorni dopo quello cattolico.
Nello stesso anno i piccoli pionieri sovietici manifestavano chiedendo la fine della “schifosa festa borghese” e del saccheggio dei boschi per preparare l’albero e cantando una contro-canzone:

Presto sarà Natale,
schifosa festa borghese.
Le è legata da tempo memorabile
una tradizione scandalosa.
Nel bosco arriverà un capitalista,
retrogrado e fedele ai pregiudizi,
e abbatterà un abete con l’accetta,
rinnovando un brutto scherzo.
Solo chi è amico dei pope è
disposto a celebrare la festa dell’albero!

che prendeva le distanze da quella classicissima, arrivata in Russia probabilmente da tradizioni germaniche o scandinave, nei primissimi anni del 1900: V lesu rodilas’ ëločka (Nel bosco è nato un abete).

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Figura 3. Manifestazione dei pionieri contro l’albero di Natale.

Gli adulti facevano eco:

Per la festa ubriaca
dell’albero si sprecano
un sacco di soldi!
La festa ubriaca è un
buco nelle tasche!
La cassa di risparmio
conserva il tuoi soldi!
È ora di finirla con le
feste ubriache!

Gli anni del primo piano quinquennale staliniano, 1928-1932, furono quelli in cui il fenomeno conobbe la sua maggiore virulenza. Riviste e giornali non risparmiavano colpi.

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Figura 4. Bambini tratti in inganno, 1930.

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Figura 5. Rivista “L’ateo alla macchina da lavoro”, 1931. “Divieto di tagliare l’albero di Natale”.

Nell’immagine sulla copertina la lepre si fa beffe del vecchio boscaiolo dal naso rosso, mentre alle loro spalle un cantiere socialista procede con una programmata e laica deforestazione.

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Figura 6. Abbasso la borghese festa dell’albero! Non sperperate senza senso per la festa dell’albero, pattini e sci ci sono ben più cari.

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Figura 7. “Natale ubriaco”. Rivista per bambini “Čiž”, 1931. Disegno di una bambina di dieci anni per illustrare la lezione della maestra contro la “festa ubriaca”.

Nel 1934 Stalin dichiarò che il socialismo era stato raggiunto. Nel 1935 rincarò la dose di ottimismo real-socialista pronunciando una frase che avrebbe cambiato la storia del paese: “Vivere è diventato più bello, compagni, vivere è diventato più allegro”. Molte cose sarebbero cambiate in URSS: dal ritorno della categoria del lusso, ben inteso ad esclusivo appannaggio di chi dimostrasse di fare propri gli stimoli che venivano dal partito, in altre parole della nascente élite staliniana fatta di stacanovisti, lavoratori d’assalto, eroi del lavoro, alla progressiva messa al bando delle istanze avanguardistiche e dei più sobri principi bolscevichi in stile anni Venti. Fu in questo clima, narra la leggenda, che durante uno spostamento in automobile un attivista politico e membro del Politbjuro, Pavel Postyšev, avrebbe proposto a Stalin di recuperare la festa dell’albero per donare ai già felici bambini sovietici un’occasione in più di allegria. Pare che Stalin abbia risposto: “se ne occupi lei sulla stampa, noi daremo il nostro sostegno”. E il 28 dicembre 1935 sulla “Pravda” fu pubblicato un trafiletto a firma dell’uomo politico che venne immediatamente identificato, per la penna del disegnatore satirico Boris Efimov, come il nuovo Ded Moroz (Nonno Gelo), il Babbo Natale russo.

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Figura 8. L’articolo sulla “Pravda” del 1935. “Su, organizziamo una bella festa dell’albero per i bambini nell’anno nuovo!”

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Figura 9. Boris Efimov, Pavel Postyšev-Nonno Gelo, 1935.

La reazione fu immediata. Se trovare alberi nei boschi non era certo un problema, meno facile sarebbe stato rifornire tutti i negozi del paese con decorazioni ormai fuori moda e introvabili. La fantasia venne in aiuto. L’annuncio di una offerta speciale di noci al reparto alimentari dei grandi magazzini GUM avrebbe salvato la situazione, almeno nella capitale. Colla, carta colorata, ritagli di stoffa e le noci si trasformarono in variopinte palline decorative. Ovviamente non si parlò di Natale, ma di festa e di albero dell’anno nuovo. Rivisitazione politicamente corretta di una solennità obsoleta che, visti i tempi, aveva smesso di fare paura e poteva essere recuperata caricandola di nuove e positive valenze. Come si scriveva nell’articolo, la festa oggi non farà più provare invidia ai bambini poveri perché in ogni scuola, circolo culturale, asilo dell’Unione Sovietica ogni bambino avrà la sua celebrazione.
Questo non impedì, per la cronaca, che il povero Postyšev venisse fucilato nelle repressioni dell’annus terribilis 1938. Anzi, ciò permise a Stalin di appropriarsi anche di questo merito e di venire identificato, dopo che era successo con la nuova metropolitana moscovita, con la nuova Costituzione, anche con il nuovo albero di Natale.

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Figura 10. Grazie al compagno Stalin per la nostra infanzia felice!, 1936

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Figura 11. Albero dell’anno nuovo sulla piazza del maneggio di Mosca, 1937. La scritta recita: “Grazie al caro e amato Stalin per la nostra infanzia felice!”

La canzone citata in precedenza, V lesu rodilas’ ëločka tornò in auge e restò un successo per tutti gli anni a venire, visto che tagliare un albero nel bosco non era più un brutto gesto borghese:

Un cavallo trascina la slitta,
su cui è seduto un contadino.
È stato lui a tagliare il nostro albero
Fin da sotto le radici.

E adesso sei arrivato da noi per le feste,
albero bello ed elegante,
e hai portato tanta tanta
gioia ai bambini.

Qui è possibile ascoltarla inserita in un cartone animato sovietico del 1972: https://www.youtube.com/watch?v=8ccLwJt4ADQ
Per l’anno successivo ci si organizzò e una ricca serie di decorazioni in sintonia con il discorso socialista fu pronta alla scadenza festiva. Basta con angioletti e stelle d’oro, largo ai dirigibili, alle guardie di frontiera, alle stelle rosse e, perché no, al compagno Stalin in persona.

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Figure 12, 13, 14, 15 Decorazioni per l’albero degli anni Trenta.

La nuova mitologia non poteva escludere dalla narrazione una figura autorevole come il compagno Lenin. E si corse ai ripari. Muovendo da una nota biografica autentica, relativa a una visita natalizia all’orfanatrofio di Sokol’niki risalente al lontano 1919, si sviluppò una ricchissima raccolta di immagini di Lenin nella sua più amabile veste di nonno (Deduška Lenin), che gioca con i bambini, distribuisce doni, si benda per la mosca cieca ecc.

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Figura 16. Nonno Lenin e la festa dell’albero.

Sempre in questi anni, paradossalmente quelli della maggior efferatezza del terrore e delle purghe, fu rimesso in produzione e circolazione lo champagne sovietico, immancabile presenza sulle tavole festose del capodanno.

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Figura 17. Champagne sovietico. Buon anno, cari compagni!

La figura di Ded Moroz, Nonno Gelo, fu riabilitata sulle tracce dell’arcaico demone pagano Morozko che faceva morire le persone congelandole. Al suo fianco nella suntuosa trojka fu posta una fanciulla, a sua volta erede della tradizione folcloristica della Vesna (Primavera) detta Sneguročka (Fanciulla di neve), aiutante nella distribuzione di doni nonché, condividendo il disneyano imbarazzo per sessualità e procreazione, sua non meglio definita “nipote”.

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Figura 18. Ded Moroz e Sneguročka.

Nel 1937 fu realizzato un delizioso cortometraggio animato dal titolo Nonno Gelo e il lupo grigio, in cui proprio Ded Moroz aiuta un gruppo di leprotti a sbarazzarsi del lupo grigio (metaforico nemico del popolo?) e a procurarsi un bell’abete per la festa: https://www.youtube.com/watch?v=cFp64LR53kQ
Il 1940 vide la realizzazione di uno straordinario dia-film che riprendeva la mitologia leniniana. È possibile visionarlo qui.

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Figura 19. Faceva già buio… i bambini si erano radunati accanto all’albero. All’improvviso la porta si aprì e nella stanza entrò Vladimir Il’ič.

Quale Babbo Natale di capitalistica memoria avrebbe potuto procurare maggiore sensazione?

Festeggiamenti e produzione di decorazioni proseguirono assecondando l’andamento della storia. Feste dell’albero erano organizzate sistematicamente, nelle pubbliche istituzioni e nei luoghi più prestigiosi del potere, a iniziare dal Cremlino. Vi si accedeva rigorosamente dietro invito personale, quindi l’uguaglianza auspicata dal buon Postyšev tornava a scricchiolare, ma il problema era generale e non riguardava soltanto i bambini.

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Figura 20. Biglietto d’invito alla festa presso il Grande Palazzo del Cremlino, 8 gennaio 1954.

Da segnalare, come momento topico, l’epopea chruščëviana della conquista dello spazio, fine anni Cinquanta-inizio Sessanta, in cui anche le decorazioni per l’albero e le cartoline di auguri si adeguarono alla entusiastica celebrazione delle spedizioni spaziali. Nonno Gelo abbandonò l’obsoleta trojka e iniziò a spostarsi su razzi avveniristici e cosmonauti e navicelle spaziali si sostituirono a più antiquate figurine.

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Figura 21. Nonno Gelo spaziale.

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Figura 22. Decorazioni spaziali per l’albero.

Curioso è segnalare come, tra razzi e scafandri, compaiano nel repertorio di decorazioni anni Sessanta anche le pannocchie di granoturco, simbolo del (rovinoso) investimento agricolo di matrice chruščëviana, ma all’epoca degne di celebrazione.
Il 1 gennaio 1976 vide l’uscita di un film per la televisione che avrebbe segnato le feste di capodanno per il resto della storia del Paese, compresi gli anni post-sovietici: El’dar Rjazanov realizzò la commedia Ironia del destino o buon bagno di vapore. Messinscena degli equivoci, basati sulla serialità delle case in Unione Sovietica, che porta a tragi-comiche conseguenze una sbronza scatenatasi proprio nell’ultima notte dell’anno. Qui con i sottotitoli in inglese, diventata a furor di popolo l’immancabile accompagnamento di ogni 1 gennaio.

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Figura 23. Fotogramma del film Ironia del destino, 1976.

La storia post-sovietica è molto più globalizzata. Inevitabili derive commerciali, recupero della tradizione ortodossa, folcloristiche rivisitazioni del bagno espiatorio nelle acque gelate del simbolico Giordano che diventano sfide televisive ed esibizionismi spettacolari più vicine ai cimenti invernali che ossequi al pentimento per i propri peccati. Se ne parlerà un’altra volta.

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Figura 24. Bagno gelato per le feste natalizie.

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