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(Foto di Alessandro De Santis)

Avessi voluto scrivere del libro che più mi ha segnato probabilmente avrei scelto Morte a credito di Céline, ma qualcuno prima di me nella rubrica lo ha già fatto con cura; allora se è vero che il tempo si misura a partire dal domani, mi piace parlare di un romanzo uscito per Einaudi a metà ottobre: Prima di perderti di Tommaso Giagni.

Fausto scrittore trentenne di successo decide di disperdere le ceneri del padre Giuseppe, scrittore frustrato e da poco morto suicida, in un prato alla periferia di Roma, ma subito dopo averlo fatto si ritrova davanti il padre per un duello inaspettato e forse risolutore. Se mi si può concedere un facile gioco di parole, la storia è presto detta, mentre è la geografia che dilania il lettore. Lo stesso titolo è assieme un figlio che dà probabilmente del tu per la prima volta al padre, ma anche quasi un invito al lettore a tenersi ben saldo alla pagina perché poi ne verrà scaraventato fuori.

Perché è fuori dalla propria origine, fuori dal debito di sangue, che Fausto può (ri)trovare sentimenti immediati ma anche abissali. Questo squarcio inatteso alla tela della sua arida vita minuta si materializza, quasi fossimo in un film, in questo immaginifico pratone periferico, per approdare di volta in volta in degli ambienti chiusi e popolati, in preda a una sorta di allucinazione familiare, dove la morte è il fiore di uno sforzo. Il duello con il padre, ancorché declinato usando le persone care come fossero armi bianche, la riflessione sulla veridicità, sulla realizzazione nell’arte e nella vita, sulle marginalità, si rivelano con naturalezza degli universali, in un leale colloquium vitae con il passato.

Prima di perderti è un duello ritmato, armato da una lingua curata e incisiva, esatta; leggerlo mi ha fatto sì pensare anche a un testo teatrale per il dialogato incalzante e il senso scenico, ma soprattutto alla poesia. Avrei anche voluto parlare di un libro di poesia in questa rubrica e forse mi trovo corpo a corpo con una narrazione a essa molto vicina. Mi è venuto da pensare soprattutto alle poesie di Simone Cattaneo; questo romanzo come quei versi, ti stacca la pelle e quando te ne accorgi sei già lì che urli come vieni toccato, eppure non puoi fare a meno di muoverti e di urtare persone, cose, animali, luoghi.

In fondo la mancanza è la più forte presenza che si possa sentire, me lo conferma Tommaso Giagni. Mancanza di un padre, di un venerato maestro, della poesia di un ragazzone calabrese appratato per sempre a Saronno.

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Alessandro De Santis è nato a Roma nel 1976; laureato in Storia Moderna e Contemporanea, vive a Lanuvio, paese dei Castelli Romani dove è assessore alla Cultura e alla Pubblica Istruzione. Scrive narrativa, in particolare racconti brevi, che ha pubblicato in alcune antologie (Fandango Libri, Coniglio Editore) oltre che su diverse riviste cartacee e online. Ha diretto il blog letterario Luminol ed è editor e curatore dell’omonima collana di narrativa italiana breve per le Edizioni Socrates. Suoi testi poetici sono stati pubblicati su diverse riviste: Nuovi Argomenti, Nazione Indiana, El Ghibli, Letras, Sagarana, Niederngasse e Interno Poesia. Ha esordito nel 2006 con la silloge: Il cielo interrato (Joker Edizioni) e nel 2013 è uscito il suo secondo lavoro: Metro C (Manni Editori); alcune poesie di quest’ultimo libro sono state antologizzate in Cile e ne è in corso una traduzione in lingua araba e in inglese. Suoi testi sono presenti nel XII Quaderno di Poesia Italiana Contemporanea (Marcos y Marcos).

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