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Credo abbia ragione Leopardi quando, nelle Operette morali, dà risalto a tutte le condizioni soggettive in cui versa il lettore quale causa molto rilevante della percezione, positiva o negativa,  sopra il libro letto. Ho letto Attesa di Dio (Adelphi, a cura di Maria Concetta Sala) di Simone Weil mentre ero in vacanza su di un minuscolo,  fragilissimo atollo delle Maldive. La temperatura era perfetta,  l’equilibrio del piccolissimo ecosistema prodigioso e commovente. C’era un silenzio assoluto e l’aria profumata. La maggior parte dei turisti erano coppie inglesi e americane che festeggiavano i 25 anni di matrimonio. In questo contesto pacifico di assoluto riposo le pagine di Simone Weil mi trafissero. L’avvio è già capace di tramortirti.  Si tratta di un gruppo di lettere scambiate con il suo padre spirituale, un domenicano, a riguardo del suo rapporto con Dio, la fede e la Chiesa. La risposta all’invito di entrare in chiesa e partecipare alla vita sacramentale è fatale: Simone ha il destino di restare sulla soglia perché questa è la volontà di Dio. Il libro prosegue con una silloge saggistica varia e sorprendente.  Dalle riflessioni sulla croce alla necessità di esercitarsi sul latino e sul greco quale preparazione all’habitus interiore della preghiera, dalle considerazioni innamorate sulla cultura greca all’insofferenza verso le civiltà romana ed ebraica, la voce di chi scrive è sempre vivida e coraggiosamente conduce su vette impervie. Ma per dire infine che soltanto chi prega  (e pensa e scrive) senza esibizioni di volontà, soltanto chi si lascia plasmare da Dio come il fiore che assorbe la luce solare, può vivere e riconoscere la gioia dell’attesa. È un libro che resta a suggerire un viaggio in profondità come lo sono le viscere di colei che ne ha generato le parole.

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Eduardo Savarese è nato nel 1979. Magistrato e studioso di diritto internazionale, vive a Napoli. Ha pubblicato il racconto Cicatrici nella raccolta La città difficile (Ippogrifo 2006), Ostie consacrate nella raccolta Fughe e altri racconti (Giulio Perrone 2009), e Il rumore dei tacchi nella raccolta Un tappo nelle nuvole e altri racconti (amp 2007), con il quale è stato finalista al premio Arturo Loria 2007. Tiene corsi di scrittura creativa per diversamente abili presso l’associazione Onlus “A Ruo­ta Libera”. Frutto della passione per l’opera e della ricerca identitaria è il saggio dedicato al travestitismo nell’opera lirica contenuto nel­la raccolta In scena en travesti. Viaggio nel mon­do del travestitismo nell’arte (Croce 2009). Nel 2010 è stato finalista al premio Italo Calvino, segnalato dalla giuria con il romanzo L’amore assente, dalla cui rielaborazione è nato Non passare per il sangue (Edizioni E/O 2012). Per le medesime edizioni nel 2014 ha pubblicato Le inutili vergogne e nel 2015 Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma. Collabora con Il Foglio e Il Corriere del Mezzogiorno.

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