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«Mi emoziona sempre vedere il suo nome sulla busta. E mi chiedo: com’è possibile inviare ripetutamente lettere a chi non esiste ormai da trent’anni?»

Bernardo Kucinski è una personalità di primo piano indiscussa nel Brasile contemporaneo. Solo che non fa, o almeno non faceva, lo scrittore di romanzi, anche se è lecito non considerare questa come una prova isolata, visto che nel frattempo sono usciti una raccolta di racconti e un altro romanzo, che speriamo di poter vedere tradotti a breve anche da noi.

Fisico di formazione, costretto all’esilio londinese nella prima metà degli anni Settanta, poi giornalista e saggista vicinissimo al Partido dos Trabalhadores nonché consigliere di Lula durante il suo primo mandato, a 74 anni decide di scrivere un romanzo, il suo primo. Un romanzo basato su fatti realmente, crudelmente accaduti.

Nel 1974, Ana Kucinski, professoressa di chimica all’università di San Paolo, militante in un’organizzazione politica contraria alla dittatura militare allora vigente in Brasile e sorella minore di Bernardo, scompare insieme al marito. A tutt’oggi, figura come desaparecida.

Il romanzo (K. O la figlia desaparecida, Giuntina 2016, trad. di Vincenzo Barca, pp. 165) – perché di un romanzo si tratta, a tutti gli effetti – immagina quegli avvenimenti vissuti dal padre della ragazza, con il portato dell’orrore non tanto o non solo tipico del regime militare in quanto abolitore di diritti e libertà civili, ma piuttosto del meccanismo infernale, autodistruttivo e kafkiano che esso innesca quasi senza parere nella mente e nelle vite di chiunque vi sia sottoposto. Non a caso, il protagonista si chiama K.

«La tragedia era già inesorabilmente maturata quando, quella domenica mattina, K. sentì per la prima volta l’angoscia che presto l’avrebbe travolto completamente. Da dieci giorni la figlia non telefona.»

La prima cosa che succede a K., ebreo polacco e scrittore in yiddish di una certa levatura, scappato in Brasile durante la seconda guerra mondiale anche a seguito di una detenzione nel suo paese di origine, è lo stupore. L’incredulità di non aver capito niente, di non sapere niente. Di aver potuto vivere per anni senza nemmeno un indizio, un’eco, un’intuizione della militanza politica di sua figlia, senza averne accompagnato i dubbi, le scelte, le paure. Senza aver capito i timidi segnali che lei gli mandava. Senza stupirsi dei suoi lunghi silenzi. Senza nemmeno aver saputo del suo matrimonio.

«Un nuovo colpo in quella catena di orrori scoprire che anche un’altra famiglia piangeva la sua assenza, non come figlia, ma come nuora, e che anche lui ora avrebbe dovuto piangere una seconda sparizione, quella del genero e poi dei nipoti che avrebbe potuto avere e non avrebbe avuto – anche se di questo, in quel momento, ancora non sapeva niente».

Cominciano allora, da parte di K., due ricerche parallele (non a caso il sottotitolo originale è Relato de uma busca, “Resoconto di una ricerca”). Da una parte gli spasmodici, insistiti, feroci tentativi di ritrovare almeno il corpo della figlia scomparsa, che condurranno K. a percorrere tutto il calvario tipico dei parenti delle vittime di regime, dagli incontri in chiesa con altri genitori e fratelli di desaparecidos ai tentativi di improbabili contatti con oscuri personaggi “inseriti” che millantano piste inesistenti, fino al terribile epilogo della visita alla caserma dove la figlia è sicuramente passata a un certo punto della sua detenzione e all’incontro, straziante se non liberatorio (ché mai nulla di liberatorio può esistere, in una discesa all’inferno), con i detenuti lì rinchiusi in quel momento.

Ma, per altro verso, e in modo forse ancor più doloroso, comincia un’altra ricerca, rivolta a tutto quanto era rimasto nell’ombra fino ad allora. Dal marito della figlia alle fosse comuni, dal poliziotto che l’ha pedinata al piccolo commando che l’ha rapita. Sorgono così, come bolle di pece bollente all’interno del romanzo, una serie di capitoli agghiaccianti, di vere e proprie voci dall’oltretomba, che costellano la storia macchiandola, come piccoli demoni di cui è impossibile liberarsi. Il sergente sadico, il delatore, l’amante del capo della polizia segreta. Fino forse al capitolo più atroce, uno degli ultimi, in cui il dipartimento di Chimica dell’università di San Paolo, pure a conoscenza della sparizione di Ana, decide il suo licenziamento per assenze eccessive. Qui la polifonia si fa evidente.

«Sarà una riunione penosa, spero solo che si faccia in fretta. Dopotutto, abbiamo avuto un ultimatum […] Esprimo la mia grande soddisfazione nel dare il benvenuto come membro di questo consiglio al professor… […] è il premio che gli spetta per la sua complicità con la repressione […] Non posso fare a meno di esprimere anch’io la mia gratitudine per il sollecito aiuto ricevuto dal professor… […] Una riunione davvero spiacevole. È vero che la ragazza non mi è mai stata simpatica e non era nemmeno brillante, ma era seria, molto volenterosa. […] Es ist eine Schande, una vergogna. Mi toccava assistere a questo dopo tutto quello che ho sofferto… […] Ma, nel gioco delle forze in campo, un voto contrario, isolato, non risolverebbe nulla e oltretutto danneggerebbe la nostra causa»

Su questo versante, la mano del traduttore emerge con singolare maestria. Tutta l’asciuttezza irritante, quasi scabrosa del testo che riguarda il padre è resa con un linguaggio sintatticamente così scarno da far girare la testa, mentre le voci che emergono dall’oltretomba sono tutte accorate, calde, vuoi per colpa, vuoi per furia, vuoi addirittura per compassione.

Aver capito e reso con tanta cura questo tratto stilistico dell’originale, ovvero la sostituzione del caldo col freddo, la quasi aridità sintattica e lessicale del luogo della tragedia (K.) contro la polifonia emotiva, di una sfacciataggine che sfiora l’indecenza nella pretesa di comprensione dei carnefici e di tutti coloro che sono loro complici a vari livelli, ci permette di apprezzare l’importanza di una traduzione non per forza fedele ma anche tutt’altro che libera, perché, semplicemente, leale al testo.

Perciò, oltre che a Bernardo Kucinski, dobbiamo essere grati anche a Vincenzo Barca.

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