Dire quasi la stessa cosa: Stefania Marinoni e Mario Benedetti

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Chi di Noi (Mario Benedetti, Nottetempo, 2016) la traduzione che a oggi mi ha riservato maggiori soddisfazioni, non ultima quella di essere ospitata su questa rubrica. Sebbene sulle scelte linguistiche che mi hanno guidato ci sarebbe molto da dire, credo che il mio rapporto con questo testo non si riduca al “mero” lavoro di traduzione ma debba includere una serie di riflessioni su ciò che è venuto prima e soprattutto dopo. Per non dilungarmi (e annoiarvi), ho deciso di articolare il discorso intorno ad alcuni concetti che riassumono la mia esperienza benedettiana.

RESPONSABILITÀ

Non è facile tradurre un autore come Mario Benedetti, DOPO il successo della Tregua e DOPO la traduzione di Francesco Saba Sardi, PER Nottetempo, che su Benedetti ha scommesso e atteso con la fiducia di chi sa di aver tra le mani un grande autore. La traduzione italiana della Tregua, a cura di Saba Sardi, è uscita nel 2009 suscitando un interesse discreto, finché nel 2014 l’editore non ha deciso di ripubblicare il testo con una nuova copertina. E a quel punto Benedetti è diventato un cult.

Capirete dunque che cosa abbia significato per me tradurre Chi di noi: quando dalla redazione mi hanno comunicato che la prova era piaciuta, la felicità è stata subito attenuata dalla consapevolezza di dover tradurre “uno dei libri su cui abbiamo più aspettative per l’anno prossimo”. Aspettative che non sono state disattese e, anzi, la ricezione è stata più calorosa di quanto mi potessi immaginare. Avere sottostimato la fedeltà dei lettori di Mario Benedetti ha smorzato la gravosità del compito, lasciando spazio al coraggio.

CORAGGIO

O sarebbe meglio definirlo incoscienza giovanile? Saprò rispondervi solo tra vent’anni, quando rileggerò la mia traduzione con occhi diversi. In ogni caso, sono convinta che senza coraggio non ci sia traduzione letteraria degna di questo nome. Se vogliamo che l’aspetto autoriale del nostro lavoro sia pienamente riconosciuto, se non vogliamo farci spazzare via dai nuovi sistemi di traduzione intelligente, non possiamo che essere coraggiosi, fare un passo oltre l’originale, sfidare la corrente per traghettare il testo verso una nuova sponda linguistica.

A maggior ragione quando si traduce un’opera prima data alle stampe senza un vero lavoro di editing (siamo nel 1956): inevitabilmente ci saranno alcuni passaggi criptici e lo scrittore, purtroppo, non è più qui per aiutarci. Non resta dunque che farsi coraggio e scegliere quale direzione dare al testo, perché non possiamo lasciare tutto al lettore, non è così che funziona. A guidarci in questo compito arduo abbiamo una bussola che fa da contrappeso alla nostra audacia: il rispetto.

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RISPETTO

Rispetto per l’autore, e nel caso di Benedetti non si può che avanzare con i piedi di piombo. Rispetto per la linea editoriale, per le attese della redazione e per il revisore, soprattutto quando c’è stima e fiducia reciproca. E io con Anna Trocchi mi sono trovata benissimo. Rispetto anche per il pubblico che ha amato La tregua e aspetta un nuovo romanzo all’altezza del precedente (ho già detto della necessità di fare i conti con la traduzione di Saba Sardi), che si affida ciecamente all’interpretazione del traduttore, spesso senza nemmeno avere piena consapevolezza di quale sia il suo ruolo.

Queste le riflessioni che mi hanno guidato prima e durante la traduzione. Ma c’è stato anche soprattutto un dopo.

SODDISFAZIONE

Un dopo fatto innanzitutto di soddisfazione professionale perché la casa editrice ha deciso di pubblicare un altro Benedetti e di affidarlo nuovamente a me. Si tratta di Vivir Adrede, una squisita raccolta di riflessioni, aforismi e aneddoti che definirei una sorta di testamento dell’autore e che uscirà in Italia all’inizio del 2017 con il titolo Il diritto all’allegria.

C’è poi la soddisfazione personale: il libro piace, i recensori ti citano, i lettori ti scrivono per complimentarsi, vieni invitata a parlare del tuo lavoro in contesti più o meno formali… Tutte cose che fanno piacere, certo, ma non si tratta solo di autocompiacimento. Credo che la soddisfazione debba sempre andare di pari passo con il riconoscimento professionale, con la VISIBILITÀ, condizione da cui spesso noi traduttori editoriali tendiamo a rifuggire, per modestia o per senso di inadeguatezza. Ma la visibilità non è sfoggio del proprio ego, non è mera soddisfazione, è responsabilità nei confronti di tutta la categoria, è assumersi il coraggio delle proprie scelte produttive, guidati dal rispetto di chi si sa autore al servizio di un altro autore. Sperando di trovare dall’altra parte lettori soddisfatti, critici rispettosi e editori coraggiosi ma responsabili. E così il cerchio si chiude.

***

Stefania Marinoni traduce dallo spagnolo e dall’inglese per case editrici e aziende. Tra gli autori che ha tradotto ci sono Sergio Pitol, Rodolfo Walsh e naturalmente Mario Benedetti. È socia di AITI e di STradE.

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