tasso

Oggi presentiamo il primo passo di un cammino che speriamo lungo e fruttuoso: quello della riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Iniziamo con un palinsesto sul Dialogo del Tasso e del suo Genio familiare; la penna è quella di Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Dialogo del Tasso e del suo Genio familiare1

Genio. Come stai, Torquato?

Tasso. Come si può stare in prigione, e nei guai fino al collo.

Genio. Ma va’, dopo cena non è il momento di lamentarsi! Rasserenati, e ridiamone insieme.

Tasso. Non ci riesco. Però la tua presenza e le tue parole mi consolano sempre. Siediti vicino a me.

Genio. Sedermi? Non è mica facile per uno spirito. Ma fa’ come se fossi seduto.

Tasso. Oh potessi rivedere la mia Leonora! Ogni volta che mi ritorna in mente, provo un brivido di gioia, che dalla testa m’arriva ai piedi; e mi si scuotono tutti i nervi e le vene. A volte, pensandola, mi si ravvivano immagini e sentimenti, tali, che in quei momenti, mi sembra di essere lo stesso che ero prima di aver fatto esperienza delle sciagure e degli uomini, mi sembra d’essere quel Torquato che è morto. Sì, perché mi pare che l’esperienza della vita e conoscere la sofferenza fanno nascondere e addormentano in noi quel ch’eravamo: che ogni tanto per un po’ si risveglia, ma sempre più raramente col passar degli anni; sempre più poi si ritira verso il nostro intimo e ricade in un sonno più profondo, finché, se viviamo abbastanza a lungo, muore. Alla fine mi stupisco di come il pensiero di una donna abbia tanta forza, da rinnovarmi, per così dire, l’anima, e farmi dimenticare tante sciagure. E se non fosse che non ho più speranza di rivederla, crederei non avere ancora persa la capacità di essere felice.

Genio. Cosa ti sembra più dolce: vedere la donna amata, o pensarla?

Tasso. Non so. Certo che quando mi era presente, mi pareva una donna; lontana, mi pareva e mi pare una dea.

Genio. Queste dee sono così benigne, che quando le accosti, in un attimo ripiegano la loro divinità, si staccano i raggi e se li mettono in tasca, per non abbagliare il mortale che si è fatto innanzi.

Tasso. È vero, purtroppo. Ma non ti pare un gran difetto delle donne che, alla prova, si mostrino così diverse da come noi le immaginavamo?

Genio. Non capisco che colpa abbiano d’esser fatte di carne e sangue, invece che di ambrosia e nettare. Qual cosa del mondo ha un’ombra o una millesima parte della perfezione che voi pensate debba esserci nelle donne? E anche mi pare strano, che mentre non vi meravigliate che gli uomini siano uomini, cioè esseri poco lodevoli e poco amabili, non sappiate poi comprendere che le donne reali non siano angeli.

Tasso. Malgrado tutto questo, io muoio dal desiderio di rivederla e di parlarle ancora.

Genio. Coraggio, questa notte in sogno io te la riporterò; bella come la gioventù, e così gentile che prenderai coraggio di parlarle chiaro e spedito come non hai saputo mai: anzi alla fine le stringerai la mano; ed ella, guardandoti fisso, ti trasmetterà una dolcezza che ne sarai sopraffatto; e per tutto domani, ogni volta che ti tornerà in mente questo sogno, il cuore dalla tenerezza ti balzerà nel petto.

Tasso. Che consolazione: un sogno invece del vero.

Genio. Che cos’ è il vero?

Tasso. Ne so quanto Pilato.

Genio. Bene, risponderò io per te. Devi sapere che dal vero al sogno, non c’è altra differenza, se non che il sogno a volte può essere così bello e dolce, che il vero non può mai uguagliarlo.

Tasso. Vuoi dire che un piacere sognato, vale quanto uno vero?

Genio. Sì. Anzi conosco uno che quando sogna la donna che ama, se nel sogno gli appare gentile, egli, per tutto il giorno seguente, fa in modo di non incontrarla e non rivederla. Perché sa che ella non potrebbe reggere il paragone con l’immagine del sogno, e che il vero, cancellandogli dalla mente il falso, lo priverebbe del piacere straordinario di quel sogno. Perciò non sono da condannare gli antichi, molto più solleciti, accorti e industriosi di voi moderni circa ogni tipo di piacere possibile alla natura umana, se facevano di tutto per procurare in vari modi la dolcezza e la giocondità dei sogni; né Pitagora è da criticare per aver proibito il mangiar fave, che credevano disturbatore della tranquillità dei sogni, e adatto a renderli inquieti2; e sono da scusare i superstiziosi che prima di coricarsi pregavano e sacrificavano a Mercurio conduttore dei sogni, perché ne mandasse di lieti; ed è per questo motivo che tenevano la sua immagine intagliata sulle pediere dei letti3. Così, non trovando mai la felicità da svegli, cercavano d’essere felici dormendo: e credo che in parte, e in qualche modo, l’ottenessero, e che da Mercurio fossero esauditi più che dagli altri Dei.

Tasso. Pertanto, poiché gli uomini nascono e vivono solo intenti al piacere, del corpo o dell’animo, e se d’altra parte il piacere è solamente o per lo più nei sogni, converrà che scegliamo di vivere per sognare: alla qual cosa, in verità, io non mi so adattare.

Genio. Già sei in questa situazione e già hai fatto questa scelta, dal momento che vivi e accetti di vivere. Che cosa è il piacere?

Tasso. Non ne ho tanta pratica da poterlo sapere.

Genio. Nessuno lo conosce per pratica, ma solo come idea: perché il piacere è un soggetto della meditazione, e non è reale; è un desiderio, non un fatto; è un sentimento che l’uomo concepisce col pensiero, e non prova; o per dir meglio, è un concetto, non un sentimento. Non vi accorgete che mentre provate un piacere, anche se l’avevate desiderato infinitamente, e ve l’eravate procurato con fatiche e disagi indicibili; non riuscendovi accontentare in nessun istante di quel piacere, ne aspettate continuamente uno più grande e più vero, nel quale alla fine possiate riconoscere quello che attendete; e continuamente proiettate nel futuro l’attesa di quel piacere? Piacere che finisce sempre prima d’avervi soddisfatto e non vi lascia altro bene che la speranza cieca di goder meglio e più veracemente in un’altra occasione, e il conforto di fingere e narrare a voi stessi d’aver goduto, raccontandolo anche agli altri, non per solo vanto, ma per aiutarvi a persuadere voi stessi. Perciò, chiunque accetta di vivere, in sostanza non lo fa con altro effetto né con altra utilità che di sognare; cioè credere di poter godere, o di aver goduto; cose ambedue false e illusorie.

Tasso. Gli uomini non possono mai credere di provar godimento nel presente?

Genio. Se lo credessero, in effetti godrebbero. Ma dimmi se in un qualunque istante della tua vita ti ricordi d’aver detto con piena sincerità e convinzione: io godo. Invece ogni giorno dici sinceramente: io godrò; e parecchie volte, ma con sincerità minore: ho goduto. Così il piacere è sempre o passato o futuro, mai presente.

Tasso. Che è quanto dire è sempre nulla.

Genio. Così sembra.

Tasso. Anche nei sogni.

Genio. Esatto.

Tasso. E tuttavia l’obbiettivo e l’intento della vita nostra, non solo essenziale ma unico, è il piacere; intendendo per piacere la felicità; che deve in effetti esser piacere. Da qualunque cosa venga.

Genio. Certissimo.

Tasso. Perciò la nostra vita, mancando sempre del suo fine, è continuamente imperfetta: e quindi il vivere è per sua natura uno stato violento.

Genio. Forse.

Tasso. Mi pare certo. Ma dunque perché viviamo noi? voglio dire, perché accettiamo di vivere?

Genio. Che ne so io? Lo saprete meglio voi, che siete uomini.

Tasso. Io per me ti giuro che non lo so.

Genio. Domandalo ad altri, tra gli uomini più saggi, e forse troverai qualcuno che trovi la risposta.

Tasso. Così farò. Ma certo la vita che conduco è tutta uno stato violento: perché anche lasciando da parte i dolori, la sola noia già mi uccide.

Genio. Che cosa è la noia?

Tasso. Su questo l’esperienza per soddisfare la tua domanda non mi manca. A me pare che la noia sia come l’aria: che riempie tutti gli spazi impediti alle altre cose materiali, e tutti gli spazi vuoti di ciascuna; e da dove un corpo si sposta e il posto non viene occupato da un altro corpo, ella immediatamente vi si colloca. Così tutti gl’intervalli della vita umana tra i piaceri e i dispiaceri sono occupati dalla noia. Così come nel mondo materiale, secondo i Peripatetici, il vuoto non esiste, così nella vita nostra non c’è vuoto, se non quando la mente per qualsiasi causa smette di pensare. Per tutto il resto del tempo, l’animo considerato in se stesso e come disgiunto dal corpo, contiene sempre qualche passione; per lui essere vuoto di ogni piacere e dispiacere comporta essere pieno di noia, la quale è pur’essa una passione, non diversamente dal dolore e dal piacere.

Genio. E poiché tutti i vostri piaceri sono di una materia simile alle ragnatele: tenuissima, radissima e trasparente; perciò come l’aria in queste, così la noia penetra in quelli da ogni parte, e li riempie. Invero col termine ‘noia’ non credo si debba intendere altro che il desiderio puro della felicità, non soddisfatto dal piacere, e non ferito dal dispiacere. Il qual desiderio, come dicevamo poco innanzi, non è mai soddisfatto; e il piacere propriamente non si trova. Sicché la vita umana è composta e intessuta parte di dolore, parte di noia e dall’una passione non ha riposo se non cadendo nell’altra. E questo non è il tuo destino particolare, ma quello comune a tutti gli uomini.

Tasso. Che rimedio potrebbe giovare contro la noia?

Genio. Il sonno, l’oppio, e il dolore. E questo è il più potente di tutti: perché l’uomo mentre soffre non si annoia per nulla.

Tasso. Se mi tocca questo rimedio, mi va bene annoiarmi per tutta la vita. Ma pure la varietà delle azioni, delle occupazioni e dei sentimenti, anche se non ci libera dalla noia, perché non ci reca piacere vero, tuttavia la solleva e l’alleggerisce. Invece in questa prigionia, separato dal rapporto con gli uomini umano, privato anche dello scrivere, ridotto a contare per passatempo i rintocchi dell’orologio, esaminare i buchi, le fessure e i tarli del palco, guardare le piastrelle del pavimento, trastullarmi colle farfalle e coi moscerini che volano nella stanza, trascorrere quasi tutte le ore nello stesso modo, non ho nulla che mi diminuisca almeno in parte il peso della noia.

Genio. Dimmi: quanto tempo sei ridotto in questa situazione?

Tasso. Più settimane, lo sai.

Genio. Non trovi diversità nel fastidio che ella ti reca, dal primo giorno ad oggi?

Tasso. Certo il fastidio al principio era più forte: perché poco alla volta la mente, non occupata da altro e non distratta, mi si abitua a conversare con se stessa molto di più e con maggior divertimento di prima, e acquista un’abitudine e una capacità di parlare con se stessa, anzi di conversare, tale, che parecchie volte mi pare quasi avere nella testa una compagnia di persone che stiano conversando, e ogni piccola cosa che mi si affacci al pensiero, mi basta per farne tra me e me un mare di chiacchiere.

Genio. Quest’abitudine ti si confermerà ed accrescerà di giorno in giorno al punto che, quando poi ti sarà di nuovo permesso frequentare altre persone, ti parrà essere meno impegnato stando in compagnia loro, che in solitudine. E non credere che l’assuefazione a questo modo di vivere intervenga solo in quelli come te, già abituati alla riflessione, ma si verifica in chicchessia, a chi in più a chi in meno tempo. Di più, essere separato dagli uomini e, per così dire, dalla vita stessa, porta con sé l’utilità che l’uomo, anche se sazio, consapevole e disamorato delle cose umane per l’esperienza, a poco a poco abituandosi di nuovo a vederle da lontano, da dove sembrano molto più belle e più degne che da vicino, si dimentica della loro vanità e miseria; torna a formarsi e quasi crearsi il mondo come piace a lui; torna ad apprezzare, amare e desiderare la vita; e , se non gli è tolto o il potere o la fiducia di poter tornare fra gli altri uomini, si nutre e diletta di quelle speranze come faceva da ragazzo. Così la solitudine fa quasi l’effetto della gioventù; o certo ringiovanisce l’animo, rafforza e rimette in opera l’immaginazione, e rinnova nell’uomo d’esperienza i benefìci di quella prima inesperienza che tu rimpiangi. Io ti lascio, perché vedo che cominci ad aver sonno, e vado a prepararti il bel sogno che t’ho promesso. Così, tra sognare e fantasticare, andrai consumando la vita; non con altra utilità che di consumarla; ché questo è l’unico frutto che se ne può avere, e l’unico intento che vi dovete proporre ogni mattina al risveglio. Spessissimo bisogna trascinarla con tutte le forze. Ma, infine, il tuo tempo non è più lento a correre in questo carcere, che nei salotti e nei giardini di chi ti tiene in questa prigione. Ti saluto.

Tasso. Arrivederci. Ma senti. I tuoi discorsi mi dànno tanto conforto. Non perché mi facciano passare la tristezza, ma questa di solito è come una notte nerissima, senza luna né stelle: quando sono con te, somiglia al bruno piacevole del crepuscolo. Affinché d’ora in poi possa chiamarti o trovarti, dimmi dove abiti.

Genio. Ancora non l’hai capito? In un liquore bello forte.

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NOTE:

1 Torquato Tasso, nel tempo della sua follia, ebbe un’opinione simile a quella famosa di Socrate; cioè credette a volte di vedere uno spirito buono ed amico, e avere con lui molti e lunghi ragionamenti. Così leggiamo nella vita del Tasso descritta dal Manso: il quale si trovò presente a uno di questi o colloqui o soliloqui, come meglio ci pare chiamarli.

2 Apollonio, Hist. commentit. cap. 46. Cicerone, de Divinat. lib 1, cap. 30; lib 2, cap. 58. Plinio, lib. 18, cap. 12. Plutarco, Convival Quæstion. lib. 8, quæst. 10, opp. tom. 2, p. 734. Dioscoride, de Materia Medica, lib. 2, cap. 127.

3 Meursio, Exercitat. critic. par. 2, lib. 2, cap. 19, opp. vol. 5, col. 662.

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Alba Coppola è docente di Lettere in ruolo presso gli Istituti di Istruzione superiore Laureata in Filosofia con un programma antico- medievistico e poi in Pedagogia con un programma di Italianistica. Ha lavorato con incarichi di esami, lezioni ed esercitazioni presso le cattedre di Letteratura Italiana e Storia della grammatica e della lingua tenute da Michele Cataudella, presso l’Università degli Studi di Salerno, dal 1993 al 2000. Le sue ricerche si sono sviluppate sulla letteratura volgare della Napoli aragonese, sull’opera tassiana, sulla letteratura libertina fra Cinque e Seicento. Ha al suo attivo anche interventi su Settecento e primo Ottocento italiano.
Tra le sue pubblicazioni:
1. [Monografia] Le novelle avellinesi di Maiolino Bisaccioni in “Quaderni dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale”, 1994;
2. [Monografia] Del Tuppo e il suo Esopo volgarizzato in “Quaderni dell’Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale”, 1995;
3. [Monografia] Ferrante Pallavicino e il pensiero poetante in “Esperienze letterarie”, 1996;
4. [Monografia] L’Albergo di Maiolino Bisaccioni in “Nuove Lettere”, 1996;
5. [Monografia] A proposito di alcuni sonetti del Tasso per Margherita Sarrocchi, (intervento letto al Convegno su Torquato Tasso organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nell’anno 2001), in “Studi Tassiani Sorrentini”, 2002, pp. 25-31;
6. Su “Il Corriere dell’Irpinia” nel 2002 è apparso un suo racconto liberamente tratto dalle “novelle avellinesi” di Maiolino Bisaccioni;
8. [Monografia] Albe, tramonti e notti nella Gerusalemme Liberata, in “Studi Tassiani Sorrentini” 2003, pp. 99-102;
9. [Monografia] Sul carteggio Tasso – Grillo, (intervento letto al Convegno organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nel 2003) in “Studi Tassiani Sorrentini” 2004, pp. 45-56;
10. [Monografia] Una piacevole contesa tra cugini: Ercole e Torquato Tasso sul prender moglie; (intervento letto al Convegno organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nel 2004) in “Studi Tassiani Sorrentini” 2006;
11. [Monografia] Una piacevole contesa tra cugini: Ercole e Torquato Tasso sul prender moglie, con il testo della lettera di Torquato, a cura dell’Associazione Studi Storici Sorrentini, collana Studi, n. 1, 2007;
12. [Monografia] Lettura del XIII canto della Gerusalemme liberata, (intervento letto al Convegno organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nel 2007) in <> 2008;
13. [Monografia] Un’ode per Torquato Tasso, (intervento letto al Convegno organizzato dall’Associazione Studi Storici Sorrentini nel 2007) in <> 2008;
14. [Monografia] Costantinopoli di Edmondo De Amicis, intervento letto nel settembre 2007 al Convegno dell’AATI organizzato dall’Università del Canada e dall’Università di Trieste a Trieste, ora in “Esperienze Letterarie” I, 2010;
15. [Monografia] Le patologie di Torquato Tasso attraverso le sue lettere, in “Studi Tassiani Sorrentini”, 2010;
16. [Monografia] Alcune osservazioni sul IV canto della Gerusalemme Liberata, in “Studi Tassiani Sorrentini”, 2012.
17. Articolo su “l’Unità” del 23/08/2016: Casanova e Voltaire recensiscono l’Ariosto
Ha pubblicato poesie in antologie di poeti contemporanei
In corso di pubblicazione:
1. Ad Juventutis Neapolitanae Principes, una tarda elegia latina di Torquato Tasso
2. Due sonetti inediti di Margherita Sarrocchi per Torquato Tasso, per la rivista <>
3. Toponomastica a Portici, per gli atti del Convegno di Toponomastica Femminile, tenutosi a Napoli nel novembre 2016
E’ socia dell’Associazione Focus Art, per la quale tiene conferenze specialistiche e di divulgazione sulla letteratura meridionale con particolare riferimento ai secoli XV-XVII
Fa parte dell’Associazione “Toponomastica Femminile”, fondata da Maria Pia Ercolini, associazione con la quale collabora con ricerche ed attività varie.
E’ socia dell’Associazione “AMICI DI MARCEL PROUST”, di Napoli
E’ socia dell’ “Istituto Nazionale di Studi sul Rinascimento meridionale”, di Napoli

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