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Per onorare la memoria di Jean-Pierre Leloir, il maggior reporter francese di musica classica, pop, jazz, la parigina Jazz Images (distribuita in Italia da Egea) ripubblica 100 grandi album jazz, aggiornandoli con nuove copertine impostare sui celebri scatti di Leloir medesimo. Si tratta di un’operazione forse discutibile sotto il profilo filologico, ma che non intacca comunque i valori musicali, anzi spesso li esalta, come nel caso di questo disco, grazie all’empatia tra il fotografo e il jazzista (immortalato con una modaiola giacchetta a quadrettini bianchi e neri). Parlando ora di Festival Session (Columbia 1959), bisogna osservare che il Duca, verso la fine degli anni Cinquanta, è costantemente assorbito sia dalla composizione di nuovi materiali tematici, sia dal creare inediti arrangiamenti su propri brani anteriori, come si avverte benissimo in questo studio album, al di là del titolo solo in apparenza fuorviante, giacché si tratta di un lavoro discografico impegnato a registrare le musiche proposte in anteprima ai festival (Newport, soprattutto). Analizzando quindi pezzo su pezzo, il classicissimo Perdido diventa ora un’espansione flicornistica del virtuoso Clark Terry, da intendersi quale studio session finale, da parte di un normale membro della big band ellingtoniana. Copout Extension risulta la versione appunto estesa di un precedente lavoro intitolato Copout: in bell’evidenza la maratona solista di Paul Gonsalves al sax tenore. Tra i nuovi pezzi, la suite in tre parti Duael Fuel dispone di due batteristi, per sottolineare il lavorio ritmico di Jimmy Johnson e Sam Woodyard, anche se l’opera viene eliminata dal repertorio dopo il 1960. Idiom ’59 è un’altra nuova suite in tre parti, con l’elegante clarinetto di Russell Procope, con il disegno di trame più rauche del collega Jimmy Hamilton, e, infine, con i contrappunti del leader in coppia con Terry (di nuovo al flicorno); questa suite ha una vita ancora più breve: premiata al Newport Jazz Festival all’inizio dell’anno, risulta la seconda e ultima prestazione dal vivo. Things Ain’t What They Used to Be resta un altro standard ellingtoniano dalla swingante vivacità, dove l’ineguagliabile sax alto di Johnny Hodges è sempre pronto a giostrarsi tra blues e ballate. Infine Launching Pad, benché accreditato a Duke, viene effettivamente scritto da Terry e orchestrato dal pianista: si tratta di un blues insolente, in cui stranamente tocca a Ray Nance (invece del proprio autore) la parte di solista di tromba, interagendo con un quartetto formato da Terry, Hamilton, Gonsalves e Britt Woodman.

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