Kent Haruf e l’epica di Holt

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Holt

Holt è una cittadina del Colorado, due grosse arterie, la Main Street e la Highway 34, poche altre vie che s’intersecano perpendicolari; un pungo di case, i silos, il Gas and Go, la chiesa, la ferramenta, la tavola calda e, a diciassette miglia a sud-est della città, la fattoria dei fratelli McPheron, dolce, burbero e periferico cuore di Holt.

Holt batte così forte e così bene nei nostri petti perché non esiste. Frutto dell’immaginazione di Kent Haruf (1943-2014), la cittadina gode di quello statuto di luogo incancellabile e insostituibile che solo altre terre leggendarie inventate, nei secoli, dall’uomo possono vantare. È qui che si annodano le vicende di Victoria Roubideaux, di Tom Guthrie, di Dad Lewis, dei McPheron, di Ike e Bobby, di Willa e Alene e di tutti gli altri; è qui che soffia il Canto della pianura, è qui che sentiamo pulsare la naturalezza dell’inevitabile.

Il fenomeno Haruf

Kent Haruf, figlio di un’insegnante e di un pastore metodista della contea di Pueblo, Colorado, ha pubblicato il suo primo romanzo a quarantun’anni. Ha scritto sei libri, tra il 1984 e il 2013. Prima di allora ha fatto dei mestieri normali, assolutamente normali, ordinari: è stato bibliotecario, impiegato d’ufficio, ha lavorato in un ospedale come infermiere e poi in un centro di salute mentale. È stato addirittura carpentiere. Impieghi, tutti, da cui ha tratto linfa vitale. Se leggerete – come spero – la Trilogia della pianura, scoprirete, in tanti suoi personaggi, epifanici riflessi di queste precedenti occupazioni.

In Italia Haruf fece una breve e, purtroppo, inefficace apparizione nel 2000, per Rizzoli, che pubblicò Canto della pianura nella traduzione di Fabrizio Ascari. Il libro non ebbe successo, il titolo sparì dal catalogo e di Haruf non si parlò più per quindic’anni. Poi è nato l’editore milanese NN. Lì, una squadra d’una dozzina di persone ha saputo trovare la chiave giusta per far suonare la musica di Holt. Nel giro di un anno, a cavallo tra 2015 e 2016, NN ha mandato alle stampe, sempre magistralmente tradotti da Fabio Cremonesi, prima Benedizione (2013), l’ultimo romanzo di Haruf, poi Canto della pianura (1999, vincitore del Colorado Book Award) e infine Crepuscolo (2004). Ecco il capolavoro. Ecco La trilogia della pianura, ora riproposta anche in cofanetto e in tiratura limitata di 3000 copie con il titolo di Trilogia di Holt (NN editore, pp. 904, euro 45). Per questa edizione speciale, troverete, accanto ai romanzi, una lettera della moglie di Haruf, Cathy, una tavola di Franco Matticchio in cui fa bella mostra di sé una splendida Holt, e una mappa della Contea ricostruita da Marco Denti.

Ci sono state, nel corso del 2016, letture pubbliche, flashmob, eventi e manifestazioni di vario tipo, tenore e spessore intorno a Kent Haruf. Come l’olio, è dilagata un’harufmania.

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C’era una volta a Holt

Forse la cosa potrebbe far ridere. Ma io credo sia una faccenda interessante e da approfondire. Dico che, nella Trilogia, Haruf ha riattivato alcune macrostrutture fiabesche. Biancaneve – la più evidente –, e poi Hansel e Gretel (o Pollicino, se vogliamo). Non si tratta, ovviamente, di riprese tout court, ma piuttosto della ripetizione di meccanismi narrativi, coi loro strascichi morali – soprattutto con quelli –, che servono a conferire alle pagine di Haruf quella patina ancestrale che spesso suona del tutto nuova semplicemente perché tanto diversa dalle troppe storie inautentiche che intasano il nostro immaginario. Come in quelle antiche, anche nelle fiabe di Haruf urgono i sentimenti, urge la morale. Una morale semplice, diretta.

Richie e Joy Rae sono Hansel e Gretel. Li troviamo in Crepuscolo, sono i figli di Luther Wallace e Betty June Wallace. Sono poveri, abitano in una roulotte. La famiglia intera è seguita dai servizi sociali. I genitori, in particolare, vivono un’esistenza fatta di istinti primari. Non sanno mantenere una casa, non lavano i piatti, non puliscono, non fanno ordine, non sanno pagare le bollette, non sanno fare la spesa. Non riescono neppure a prendere regolarmente delle pillole. Utilizzano gli assegni di invalidità – e i buoni che Rose Tayler, l’assistente sociale, passa loro – con il solo fine di soddisfare le urgenze della pancia con piatti pronti, dolci e surgelati. Ma a loro pare che vada tutto bene. I bambini, invece, soffrono. Richie fa a botte a scuola, per esempio. Non hanno amici. In poche parole, i due, come Hansel e Gretel, vengono abbandonati dai genitori. Non abbandonati in mezzo al bosco, certo, ma in mezzo alla vita sì. E loro vanno alla deriva, si aggiustano come possono. Richie e Joy Rae sono uniti, si proteggono a vicenda. Ma poi arriva la strega. È una strega terribile. Anzi è un orco (come quello di Pollicino), un maschio, è lo zio dei bambini, si chiama Hoyt Raynes. Come della strega di Hansel e Gretel, anche di Hoyt, all’inizio, si pensa che ci si possa fidare. È un parente, in fondo! E invece. I ragazzi si salvano, alla fine, ma non di sicuro grazie ai loro genitori. In un certo senso si tirano fuori da guai quasi da soli. Come nell’antica fiaba, mentre il padre e la madre si fermano al livello degli istinti animali e primordiali (mangiano, mangiano, mangiano, pensano solo a mangiare), i due fratelli crescono, imparano a utilizzare l’intelligenza che i genitori non hanno. Usano, per così dire, i sassolini bianchi e gli stivali delle sette leghe. E infine trionfano.

C’è poi una Biancaneve, a Holt. Si chiama Victoria Roubideaux. Anche lei ha i capelli neri e, presumibilmente, è molto bella. Così bella che resta incinta, a diciassette anni. La madre – una vera e propria matrigna – la caccia di casa. Le dice che è una puttanella (è forse gelosa della sua fresca bellezza?). La ragazza scappa, vaga per Holt, approda momentaneamente alla casa di Maggie Jones (l’aiutante) e poi alla fattoria dei McPheron. La fattoria è fuori città, come la casetta nel bosco. Al posto dei sette nani, ci sono due burberi vecchi. Due grandi lavoratori. I quali, superati gli iniziali dubbi, decidono di accogliere la fanciulla. In Biancaneve, sappiamo che la regina non smette di insidiare la ragazza. E lo stesso avviene per Victoria. Non che torni in scena la madre (di lei, dopo quella fugace apparizione iniziale, nulla si sa più). No, le nuove insidie vengono da parte di Dwayne, il ragazzo che l’ha messa incinta e poi è scappato. Victoria, per ben due volte, cade vittima degli eccessi del mostro ma, alla fine, anche da lontano, la forza dell’amore dei fratelli McPheron ha la meglio.

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Urgenza dei sentimenti e solidarietà umana

Oltre a un’urgenza dei sentimenti (s’è detto), che non sono mai sentimenti grossi, urlati, stravaganti né esagerati, a Holt si registra un inedito ritorno di epica. Certo non si può dire che quello di Holt sia un universo monologico e unitario: accanto al senso di solidarietà e di vicinanza umana che è forse l’affetto più caldo e più bello che si respira nei romanzi di Haruf, c’è l’assurda e quasi cieca cattiveria della mamma di Victoria Roubideaux (Canto della pianura), la bastarda violenza di Hoyt Raines, zio di Joy Rae e Richie (Crepuscolo), di Russell Beckman, l’alunno di Tom Guthrie (ancora nel Canto). Ma il loro discorso, il ‘discorso del cattivo’, è, come dire, granitico, e i ‘cattivi’ lo portano avanti senza essere sfiorati dal dubbio. In generale, i personaggi di Haruf raramente sono toccati dalla paura di essere in disaccordo con la propria idea di vita e di mondo. Haruf non rappresenta la lacerazione dell’individuo, la scissione di se stessi; forse solo Rose Tayler, nelle pagine finali di Crepuscolo, appare straziata dal dubbio di stare agendo in una direzione utile. Ma poi, riflettendoci, capisci che il suo sconforto è dettato dalla mera e implacabile impossibilità, a volte, di fare la cosa giusta. Lei sa qual è, ma non la può fare.

A Holt, c’è chi riesce a raggiungere i propri obiettivi e chi no, c’è chi soffre e chi no, c’è chi muore patendo, chi se ne va da questo mondo con la malinconia nel cuore, c’è chi è stufo della vita e chi la porta fino in fondo pienamente cosciente delle dure regole del gioco. Ci sono rimpianti ma non rimorsi né pentimenti. Che ci piaccia o no, Dad Lewis (Benedizione), che ha provocato la cacciata del figlio gay da casa, non si pente dei propri gesti: è addolorato, affranto, straziato dalla mancanza di quel ragazzo non più veduto, ma mai lo vediamo ritrattare le proprie posizioni. Allo stesso modo, in Crepuscolo, non c’è tentennamento in Mary Wells, la madre delle piccole Dena e Emma, quando decide di strapparle dal loro tessuto naturale e di trasferirsi a Denver.

Le delusioni, anche quando sono personali, non fanno capo a una qualche incapacità di affrontare i casi della vita. Le mancanze e i guasti che l’uomo si trova a osservare voltandosi indietro al termine dell’esistenza non sono il frutto di una inabilità ma sono semplicemente le regole stesse del vivere. Dad Lewis, che accarezza il volto di Alice, la bambina che abita di fronte, e afferma che nella vita si va di fretta e non si è attenti, dice una verità universale. Che tutti possiamo condividere, che tutti a Holt sono destinati a sentire sulla pelle. Gli esseri umani, in quella contea, condividono una stessa storia, uno stesso destino, uno stesso modo di condurre l’esistenza. Ci si rassegna al dolore perché fa parte della vita.

Quelli di Haruf sono personaggi compatti e, a un tempo, abissalmente profondi. Ma la loro profondità non è recitata, non è messa sotto la lente di ingrandimento, Haruf non ci gioca. Lui fa semplicemente pulsare la vita, la fa sentire inevitabile, nel bene e nel male. Non c’è nulla di artefatto.

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Niente figure retoriche: la vita è a portata di mano

Leggetevi i tre volumi della Trilogia. Le figure retoriche, vedrete, sono pochissime. Addirittura le più usuali – le similitudini, per dire – si contano sulle dita di due mani. Haruf non ha bisogno di trasfigurare la realtà, non ha bisogno di spiegarcela con altre parole. Non gli serve avvicinare concetti lontani per invitarci a cogliere il senso delle cose. Non c’è, insomma, scollatura tra le parole e il significato primario che esse veicolano. Non c’è nulla da capire: la vita è carne, le parole sono la pelle. Non ci sono strati intermedi. Gli eroi di Haruf – se così possiamo chiamarli – sanno benissimo interpretare l’esistenza e la realtà. Non è gente inetta, non è gente lacerata dal di dentro, non è gente che non sa stare su questa terra e si dimena, e si dibatte. E si lamenta. Non ci sono piagnistei esistenzialistici o denunce di fratture ontologiche. É tutto molto chiaro: siamo uomini, stiamo su questo pianeta, possiamo essere felici o soffrire, ognuno conosce a memoria il funzionamento di tutto. E questo fatto ci lascia a bocca aperta.

Allo stesso modo, Haruf non ha bisogno di dirci che cosa i suoi personaggi pensino e perché pensino in un determinato modo. I suoi personaggi agiscono e noi capiamo immediatamente, dai loro gesti, tutto. C’è un che di epico, in questo, di assoluto, di totalizzante. Un tizio come Tom Guthrie, uno come Dad Lewis, una ragazza come Victoria Roubideaux, nessuno di loro ha bisogno di spiegare a se stesso perché sta facendo una cosa o un’altra (Laddove c’è un tentennamento – e Victoria, per carità, ne ha diversi –, ciò non avviene perché il suo modo di vedere il mondo è in contrasto con l’universo di valori di Holt; accade solo perché ha alle proprie spalle poca esperienza della vita). Lo stesso vale per i McPheron; è Haruf stesso a confessarlo: “sono brave persone. Hanno una chiara consapevolezza di cosa è giusto e sbagliato per se stessi e nei confronti degli altri. Non parlano in modo sofisticato né sono raffinati conoscitori del mondo, ma hanno coscienza di sé. Non saprebbero esprimerla e nemmeno vorrebbero. Per loro sarebbe terribile parlare di se stessi a qualche livello psicologico, emotivo o spirituale. Ciò di cui mi interessa scrivere è la più essenziale, fondamentale ed elementare esperienza dell’essere umani: nel caso dei fratelli McPheron, l’esperienza dell’amore. Rapporti e sentimenti che, per me, sono universali e senza tempo”. In una parola, ancora, epico. Il mondo di Holt e i suoi eroi proiettano nel cielo della letteratura un sistema di pensiero unitario, monologico. Dad Lewis può essersi opposto a suo figlio, il reverendo Lyle (sempre in Benedizione) può vederla in modo differente dai suoi concittadini, ma tutti – anche i luridi figli di puttana come Hoyt Raynes – condividono lo stesso sistema di valori, il loro singolo destino è il destino di tutti, è il destino della Contea di Holt.

Per questo non ci si può sottrarre alla lettura della Trilogia, per questo Haruf va considerato tra i classici del nuovo millennio.

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