Dire quasi la stessa cosa: Roberto Lana per Svjatoslav Richter e Bruno Monsaingeon

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A volte bisogna aspettare a lungo per ottenere qualcosa. Il volume di Bruno Monsaingeon dedicato a Svjatoslav Richter (Scritti e conversazioni, Il Saggiatore, 2015, trad. di Roberto Lana) ha dovuto attendere 17 lunghi anni prima di essere tradotto in italiano. E nonostante tutto questo tempo o forse proprio per questo è ancora un testo indispensabile per lo studio della persona e del pianista Richter. Non solo, attraverso le sue memorie, raccolte da Bruno Monsaingeon durante lunghe ore di conversazione con il maestro, senza procedere con un ordine preciso, per assicurargli la massima libertà e spontaneità, Richter regala al lettore un racconto pieno di affettuoso disincanto per la Russia sovietica e di aneddoti musicali e personali.
Il corposo volume (579 pagine) è diviso in tre sezioni, introdotte da una lunga e illuminante prefazione dello stesso Monsaingeon.
La prima parte è costituita dalle memorie del pianista, la seconda è la trascrizione dei taccuini di Richter dal 1970 al 1995, nei quali sono minuziosamente annotati i dischi, i concerti non solo effettuati, ma anche gli ascolti musicali a teatro o in casa con famigliari e amici. Centinaia sono i commenti e i giudizi, talvolta severi, ma sempre estremamente lucidi su di sé, prima di tutto e sui colleghi musicisti.
Terza e ultima è la sezione frutto di un estenuante lavoro di ricerca e verifica dei dati dedicata alla statistica. Le quasi 100 ultime pagine riportano i particolari di 3590 concerti tenuti dal pianista tra il 1940 e il 1995, indicando repertorio e luogo di esibizione; il numero di concerti divisi per città e per anno, una tavola cronologica, i musicisti con cui ha collaborato e il repertorio completo delle opere interpretate, con l’indicazione della prima e della frequenza di esecuzione.

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Il libro è fondamento e coronamento di un’ulteriore opera titanica di Monsaingeon: il documentario pubblicato da Idéale Audience Richter The Enigma, da accompagnare senza moderazione alla lettura del libro.
Il caso o il destino talvolta si diverte e gioca a mischiare le carte. Nel 1994, ancora studente di lettere, stavo studiando sui libri di Monsaingeon dedicati a Glenn Gould per la redazione della mia tesi di laurea e più di una volta avevo cercato invano il coraggio di suonare alla porta del suo appartamento di Parigi. Soltanto nel 2011 (ancora 17 anni di attesa), la maturità o l’incoscienza ha fatto in modo che mi mettessi in contatto con l’autore per un lavoro di ricerca su The Idea of North dello stesso Gould. L’intesa e l’affiatamento tra noi sono stati immediati e, per me, un regalo inatteso.
Nel corso di una conferenza organizzata qualche tempo dopo il nostro primo incontro presso l’Institut Français di Milano, Monsaingeon mi affidò la traduzione del suo prezioso volume su Richter.
Non ero e non sono un traduttore di professione. Sono un docente di letteratura italiana, con una profonda passione per la musica e per la lingua e la cultura francese. La fiducia e l’insistenza con le quali Bruno Monsaingeon chiedeva la mia collaborazione mi lasciarono lusingato e completamente spiazzato. Comprensibilmente, la casa editrice non era disponibile a un tale salto nel buio e ci fu più di una discussione riguardo alla scelta del mio nome. Conservo ancora una mail dell’autore alla casa editrice in cui impone senza possibilità di replica la mia traduzione. Fu raggiunto il compromesso della traduzione a quattro mani: Luca Fontana si sarebbe occupato dei diari e io delle parti effettivamente scritte da Bruno Monsaingeon.

Le conversazioni occupano le prime duecento pagine del volume e si articolano in dieci sezioni tematiche che ripercorrono, attraverso le parole dello stesso Richter, la vita del pianista, la sua infanzia, gli innumerevoli incontri musicali, gli anni della guerra, lo straordinario rapporto con Heinrich Neuhaus, il suo adorato maestro, e quello con il regime sovietico.
In questa sezione vi è anche l’unico saggio scritto da Richter, dedicato a Prokofev, un testo intenso e profondo, scritto con il rispetto e l’affetto di colui che ha frequentato la musica di Prokofev più che il suo autore. Richter racconta con estrema delicatezza e nostalgia momenti di vita e di musica in comune che gettano luce nuova sul compositore russo. L’ammirazione e il rispetto tra i due musicisti erano reciproci, al punto che Prokofev dedicò la sua nona sonata per pianoforte proprio al pianista di Odessa.
Attraverso le pagine delle conversazioni si fa conoscenza con un uomo straordinario, affetto da una memoria terrificante, costretto a ricordare per sempre nomi e volti delle persone incontrate anche solo una volta nella vita. Attraverso le sue parole ripercorriamo i primi selvaggi approcci al pianoforte, la profonda e mai sopita intolleranza all’autorità (memorabili le pagine dedicate alla scuola e al conservatorio), il surreale episodio dei funerali di Stalin e del suo viaggio da Tblisi a Mosca in un aereo pieno di corone funerarie, gli incontri con i più grandi protagonisti della scena musicale russa del XX secolo
Il titanico e instancabile pianista trova in queste pagine una dimensione estremamente umana, intima e generosa, grazie alla non comune capacità di ascolto di Bruno Monsaingeon che ha saputo attendere e provocare i ricordi di un uomo ormai ultraottantenne, ma con una lucidità e una forza ancora intatte.
La lingua di queste memorie è un fiume limpido che scorre senza intoppi e che si è lasciata tradurre senza alcuna resistenza. A dire la verità mi sono sentito quasi superfluo e ho senz’altro goduto del preventivo lavoro di Monsaingeon che ha riscritto – dal russo in francese – le conversazioni. Sono stato, insomma, come il traduttor del traduttor d’Omero, poco male. Il frequente confronto con l’autore ha permesso altresì una cura e una fedeltà nella versione italiana che non sarebbe stata altrimenti possibile. Ho lavorato in condizioni quanto mai privilegiate, per di più al mio primo incarico, ne sono consapevole e grato. Questa sarà l’esperienza di riferimento per ogni lavoro futuro, ma forse è meglio non farsi troppe illusioni.

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Roberto Lana è nato nel 1970 a Cremona, dove vive e insegna letteratura italiana e storia presso l’istituto di istruzione secondaria A. Stradivari. Laureato in lettere e musicologia, ha curato diverse traduzioni per Il Saggiatore, Voland, BaoPublishing. Attualmente sta lavorando alla versione italiana di Souvenirs sur Igor Stravinskij di C. F. Ramuz per le edizioni Orthotes.

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