Il Natale di Passione di Gunnar Gunnarsson

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Grande nome dell’appartato nord, Gunnar Gunnarsson (1889-1975) pubblicò Il Pastore d’Islanda (Iperborea, trad. Maria Valeria D’Avino, postfazione di Jón Kalman Stefánsson e nota di Alessandro Zironi, pp. 139, € 15) negli anni Trenta, divenendo presto un classico, specie in Germania e negli U.S.A, dove, secondo la vulgata, fu d’ispirazione all’Hemingway del Vecchio e il mare.

Il cane Leó, il montone Roccia e Benedikt – la Trinità – s’avviano per Botn, ultima fattoria prima dei monti; tra loro un’intesa singolare, “possibile solo tra specie animali molto diverse, e che nessuna ombra del proprio io o del proprio sangue, nessun desiderio o passione personale può confondere o oscurare”. Procedono, in questa novella, come si fa nelle fiabe. Attraversano il giorno, breve da non notarlo neppure, intonando salmi e filastrocche (“Chi al riparo sempre resta / la vita perderà“). Son ventisette anni che Benedikt, alla prima domenica d’Avvento, sale l’erta e porta in salvo le pecore smarrite in un deserto avido di carne. Ma il viaggio è metafora. Alla tormenta s’allegano le suppliche di Hákon di Grimsdal e di Jón di Fjall; entrambi conoscono la splendida follia di Benedikt, sanno che li aiuterà nel recupero delle loro pecore, dei loro cavalli. D’altronde il pastore si è messo in cammino per quello. E Benedikt sa che l’incontro con loro lo rende responsabile, la Salvezza deve essere per tutti, anche quando si fallisce, così come a tutti dovrà darsi una morte pietosa. Siamo animali da sacrificio: priva di rinunce, la vita è arrogante. E l’olocausto è necessario in una Natura – leopardianamente islandese – la cui impassibile furia rivela “irrisorio il potere del’uomo”. L’Avvento di Gunnar è perciò un viaggio nel silenzio inesplicabile e promettente dei monti, deposito di sogni e angosce, artiglio che svuota l’essere completandolo. Benedikt è l’uomo dell’Avvento, è imperfetto e ebbro. Assennato è il contadino che non lascia la fattoria per buttarsi nella tormenta; assennata è la fede incostante e l’orrogante paura del sacrificio. Il senno non tende al silenzio e alla speranza. La speranza è l’abisso, è scommessa e rischio. Benedikt, che si muove con le stelle, con l’innocente fiducia degli animali (di Leó, di Roccia) e chiama i miracoli fatti, è colui che fa dell’incompiutezza l’anelito primo.

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L’Avvento profuma di Passione, Benedikt procede come un Cristo patiens. Dio gli ha voltato le spalle, lui cura la nuda vita, depone il buon senso, si dà alla pietas che, essa sola, offre conforto. Il più grande dono di salvezza, sembra dunque dirci Gunnarsson, sta in questo Avvento in cui lassù si abdica all’uomo, e l’uomo, spinto dal provvidenziale abbandono di Dio – quello pure nel suo disegno? –, stringe più forti i legami tra le creature: le persone, come candele solitarie, sono “un’anima abbandonata al dubbio, che inaspettatamete si trasforma quando qualcuno si avvicina, quando non è più sola”.

Articolo apparso per la prima volta su Avvenire, il 24 dicembre 2016

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