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Come il vento tra i salici (Gallucci, pp. 256, € 24) è un’idea, un’opera a più linguaggi, un esperimento di stratificazione culturale. Afferriamo l’oggetto: il volume, dal formato atipico di 13×24 cm in lunghezza, presenta sui fogli dispari un’anastatica del celebre The wind in the willows di Kenneth Grahame, edizione illustrata da Ernest H. Shepard e uscita a Londra nel 1917 per i tipi di Methuen & Co., e sui fogli pari la traduzione libera e straordinaria che Beppe Fenoglio ne fece (Supercorallo dell’82, ora fuori catalogo) e dal quale molto attinse per la lingua dell’Ur Partigiano Johnny. Non basta, il volume stratifica oltre: l’artista albese Valerio Berruti – sua l’idea dell’opera edita da Gallucci – ha pittato a cavallo dei fogli dell’edizione londinese l’immagine d’un fanciullo. Lo ha fatto per 71 volte, 71 tavole in cui il bimbo in posizioni diverse anima il flipbook. E infine, poiché Berruti s’accordò in principio col compianto Gianmaria Testa, in apertura di volume ecco i versi di Nuovo, soundtrack ufficiale dell’opera.

Ma entriamoci dentro. Quello di Grahame è un classico per l’infanzia, un libro di caratura morale, una storia d’avventure e di fiabeschi ritorni. Una Talpa emancipata, “animale di seminato e di siepe”, un dì di primavera sale in superficie, come diversivo, e s’abbocca col Topo, animo buono, strenuamente legato al vecchio fiume – un po’ Tamigi, un po’ Tanaro – “che fluiva con criterio, che mai faceva le valigie, sgombrava, o andava in quartieri d’inverno”. I due navigano nei pressi di Villa Rospina, lussuoso maniero del Rospo, creatura d’annunziana e capricciosa. Costui, patito per la velocità, finisce nei guai più d’una volta, causa un dinamismo futurista – “quanti carrozzoni sbatterò negligentemente nei fossati, nella scia del mio magnifico slancio” – e uno spiccato senso dell’onore. I tre così trascorrono l’estate ma col farsi della stagione buia, nella Talpa nasce il desiderio di conoscere il famoso Tasso. Egli, radicato alla terra, mai diserta la tana nel cuore del Bosco Selvaggio, neppure quando scende il gelo e la selva si fa “albergo fuori stagione”. È inverno, quindi, allorché la Talpa in solitaria va là dove “la natura dormiva sodo nel suo annuale sopore”. Si perde, soffre. Il Topo, conosciuto il disegno di lei, la insegue e insieme piombano nella dimora del Tasso: un labirinto di budelli arcani che ben segnano la lealtà ai luoghi, la ricerca di pace, ché la terra avita è l’unico buon rimedio alla vanità del tutto.

Seguono altre rocambolesce avventure, ma quel che fa grande questo libro di ritorni è il mirabile dialogo di sensi e linguaggi. Le illustrazioni di Berruti, veri e propri palinsesti, si fan sopra alla storia di Grahame e agli affondi espressionistici di Fenoglio, come la tana del Tasso stratifica nelle ere telluriche. Anzi rappresentano, le tavole, un elevazione e uno scavo a un tempo, un labirinto di parole e scenografie tridimensionali. Ricco e sfaccettato, il senso delle pagine scivola allora dalle mani e dai piedi di quel fanciulletto che giace in terra e volge lo sguardo – assorto, sereno, a tratti allegro – ora ai rami d’un metafisico salice, ora alla pagina, ora al lettore, ora, infine, a un luogo imprecisato che sa di quiete, di universi da scoprire e odorare. Il bimbo di Berruti è il simbolo dolce della dedizione alle radici, l’approfondirsi nella terra che rifugge assieme all’irrequieto – e forse per Fenoglio incomprensibile – andar via, i ricordi, e i sogni ubiqui generati e ossigentai da arie di latitudini straniere.

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Libro verticale, colmo d’intelligente ironia e di rimandi alla storia e alla letteratura, Come il vento tra i salici va letto per sentire quanto bene può pulsare “il senso della casa”, quanto i filamenti del fiuto animale col quale anche i nostri langhetti – Fenoglio, Testa, Berruti – hanno annusato la loro terra sia sufficiente per viaggiare a dovere tra le potenze del racconto, lungo “la magia delle cento e cento reminiscenze” di una vita.

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