Libri tanto amati: Luca Pantarotto e J. D. Salinger

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(Il giovane Holden contro i mulini a vento, foto di Luca Pantarotto)

J.D. Salinger e Il giovane Holden

Ho conosciuto Holden Caulfield, guarda caso, proprio l’11 settembre 2001. Io avevo 21 anni, lui ne aveva 16. Sulle prime pensavo di essere troppo vecchio per appassionarmi alla sua storia. Parlava in un modo buffo e faceva cose strane, lì per lì lo presi per un ragazzino un po’ cazzaro, viziato, superficialmente ribelle, confuso in modi spesso inopportuni e angosciato da quella particolare categoria di problemi stupidi che vanno sotto il nome di “first world problems”. Roba del tipo: “Nei bar non mi servono alcolici perché sono un maledetto minorenne”. O “Non riesco a trovare il coraggio di chiamare quella tipa”. O “Chissà dove se ne vanno d’inverno le anatre, quando il lago si ghiaccia”.

All’epoca non sapevo nulla di letteratura americana – di nessuna letteratura, in effetti: quando fai lettere classiche difficilmente ti capita di leggere qualcosa di più recente della caduta dell’Impero romano. Per me J.D. Salinger era semplicemente lo scrittore che aveva ispirato il personaggio interpretato da Sean Connery in Scoprendo Forrester di Gus Van Sant e Il giovane Holden il romanzo che Mel Gibson non può fare a meno di comprare e ricomprare nel suo ruolo di tassista ossessivo-compulsivo in Ipotesi di complotto.

Sapevo solo che, in quei giorni, io e la mia ragazza dell’università ci stavamo lasciando, che a fronte di questo particolare problema l’attentato alle Torri gemelle e l’imminente crollo della civiltà occidentale così come la conoscevamo mi sembrava una questione del tutto trascurabile e che, sì, avevo proprio bisogno di leggere una storia stupida che mi facesse ridere. Avevo bisogno della storia di qualcuno che pensasse che andarsene in giro da solo a New York a bere e fumare nei giorni precedenti il Natale fosse un buon modo per mandare affanculo il mondo. Era proprio arrivato il momento di tirare giù dallo scaffale quel libro bianco, senza nessun elemento grafico in copertina oltre all’indicazione di autore e titolo in nero, che mi chiamava già da un po’.

Lo lessi in un pomeriggio. Non ricordo di aver mai riso così tanto in tutta la mia vita. “Dormite sodo, stronzi”. La vecchia Sally. Il vecchio Maurice. Quell’impasto linguistico surreale inventato da Adriana Motti per dare voce a un personaggio che parla in un modo tanto assurdo quanto le avventure che si ritrova a vivere, tutti quei “vattelapesca” e “compagnia bella”. Mi sembrò il libro più divertente che avessi mai letto.

Ovviamente non avevo capito nulla.

Nel 2003 riprendo in mano Il giovane Holden. Non ricordo perché. Mi stavo laureando e forse, stufo di leggere roba su Omero e gli dèi greci e il lavoro filologico degli studiosi alessandrini su poemi scritti quasi tremila anni fa, avevo voglia di pulirmi la testa con qualcosa di più leggero. Forse per questo il mio pensiero è tornato a quel pomeriggio di due anni prima, che avevo passato ridendo a crepapelle delle disavventure di un ragazzino per le strade di New York alla fine degli anni Quaranta. La seconda volta, però, il gioco non ha funzionato. I continui sproloqui di un Holden ormai decisamente troppo giovane per me, che passavo le giornate a scrivere una tesi importantissima su argomenti serissimi in un mondo in guerra (una guerra cominciata, guarda caso, proprio quel pomeriggio di due anni prima), questa volta mi sembrarono decisamente troppo frivoli per strapparmi anche solo una risata. Lo lessi a fatica in una settimana e tornai a Omero, pensando che la vera letteratura, per durare, doveva sapermi raccontare qualcosa di più importante della storia di un ragazzino che interrompeva la sua ribellione adolescenziale appena finiva i soldi per pagarsi i cocktail e gli alberghi. Restava un romanzetto divertente se hai tempo da perdere, niente di più.

Incredibile a dirsi, questa volta avevo capito ancora meno della prima.

Per comprendere davvero Il giovane Holden dovevo crescere ancora un po’. Le prime volte pensavo di essere troppo vecchio, ma era vero il contrario. Nei suoi sedici, confusissimi anni Holden era molto più vecchio di me. Aveva vissuto esperienze molto più dure delle mie, e soprattutto (questo all’epoca non potevo saperlo) le aveva vissute il suo autore.

Sulle spalle di Holden non c’era solo la morte del fratello minore, la dispersione emotiva della sua famiglia ancora in preda all’elaborazione del lutto, la delusione per l’ipocrisia del fratello maggiore che sacrifica il suo talento letterario ai facili guadagni del lavoro nel mondo del cinema, la vacuità dell’istruzione scolastica che spinge gli studenti a una competizione continua e frustrante, la rabbia per la falsità degli adulti, la ripugnanza per un sistema sociale basato sull’aspirazione al successo, sull’amore per il denaro e la passione per i nuovi modelli di automobili. C’è anche il trauma di esperienze che Holden non ha vissuto personalmente, ma che finisce per simboleggiare nel suo desiderio di auto-annullamento. Il trauma della guerra, da poco finita e attraversata da Salinger in prima persona, in Europa, tra gli scoppi delle bombe nella foresta di Hürtgen e l’odore ancora vivo della carne umana bruciata in un campo di concentramento appena liberato vicino a Dachau. C’era, in quel romanzo, la sensazione strisciante che il mondo in cui Holden si muove altro non fosse che una sovrastruttura posticcia, una facciata di cartone che simulava l’apparenza di un mondo ormai scomparso per sempre e che mostrava, a chi avesse appena provato a sbirciare dietro le quinte, tutta la sua vacuità.

Dietro quelle quinte Holden si ritrova a guardare molto presto. Quello che vede lo sconvolge, spingendolo a cercare una via di fuga che si rivela subito inesistente. Non c’è modo di sfuggire al mondo, quando sei l’unico a volerlo fare. E Holden è l’unico. È un ragazzo completamente solo in uno strano mondo che non capisce.

Quando ho incontrato di nuovo Holden Caulfield, l’anno scorso, avevo trentacinque anni. Lui era ancora molto più vecchio di me, ma stavolta ero pronto. Le sue parole non mi sono più sembrate così divertenti. Nella sua storia, finalmente l’avevo capito, non c’era proprio nulla da ridere. Perché il mondo scomparso, la civiltà phony in cui Holden vive, sono ancora gli stessi in cui viviamo tutti noi. E Holden è ancora solo, nelle sue passeggiate newyorkesi, perché molti dei suoi lettori, a cominciare da me, continuano a confondere il suo grido d’aiuto con le buffe storielle di un ragazzino cazzone.

Eppure Holden continua a provarci. In fondo lui è l’acchiappatore nella segale. È quello il suo lavoro: stare sul ciglio del burrone e raccogliere i ragazzi che, giocando, rischiano di caderci dentro. Insegnarci che tutti noi, se lo vogliamo, possiamo diventare acchiappatori nella segale. Perché tutti noi pensiamo di essere soli, ma nessuno lo è:

… scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d’incitamento e di stimolante. Molti, moltissimi uomini si sono sentiti moralmente e spiritualmente turbati come te adesso. Per fortuna, alcuni hanno messo nero su bianco quei loro turbamenti. Imparerai da loro… se vuoi. Proprio come un giorno, se tu avrai qualcosa da dare, altri impareranno da te. È una bella intesa di reciprocità. E non è istruzione. È storia. È poesia.

***

Drammaticamente inadatto a scrivere biografie in terza persona, vive e lavora sui social network, dove spande opinioni non richieste su libri, costume e società e gestisce la comunicazione pubblica di NN Editore. Si interessa di letteratura americana, di cui un tempo scriveva su un blog chiamato Holden & Company, che poi ha chiuso perché (cit. di qualcosa) “le cose cambiano”. Divide casa ed esistenza con una lettrice rampante, una gatta dormiente e svariate migliaia di libri che prima o poi forse troverà anche il tempo di leggere. Ha la pessima abitudine a dire sempre apertamente ciò che pensa, ragion per cui non farà mai carriera come critico letterario.

 

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