Quel lettore ‘comune’ di Virginia Woolf

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L’altr’anno (2015), la Nuova Editrice Berti licenziava Anon, primo capitolo quasi chiuso di un ampio progetto dedicato alla lettura che Virginia Woolf andava mettendo in chiaro, tra il ’40 e il ’41, negli ultimi mesi di vita. Ora, e sempre nella traduzione di Massimo Scotti, accogliamo il secondo tassello dell’opera (Leggere a caso, pp. 92, euro 12), il cui titolo definitivo sarebbe suonato come Reading at Random (o, forse, Turning the page) e del quale ancora si legge un paragrafo incompleto – Chi è il lettore? – e una serie, poi, di appunti pressoché inediti in Italia, tolti ai manoscritti preparatori oggi affidati alla Berg Collection della New York Public Library.

Abbelliti da Demetrio Costa con disegni e capilettera ispirati alla tipografia inglese, entrambi i volumetti, “parti di un libro assente” che d’assenze, per noi, si nutre, come scrive Scotti nell’informatissima introduzione, s’aggirano attorno a un tema, quello delle voci e dei pensieri senza nome dei poeti delle origini (Anon) e dei lettori comuni, non illustri (Leggere a caso), che da qualche parte, nelle pieghe del secolo XVI, lasciati i clamori, posero l’anima loro nell’intimità d’una stanza per sfogliare un libro. “Fu probabilmente con la chiusura dei teatri che nacque il lettore”, scrive Woolf quasi al principio di Leggere a caso, facendo del riferimento alle scene un plesso fatale anche di questo secondo quadro della grande opera incompiuta, poiché da tempo Virginia aveva in animo d’evocare l’ombra di Master William, invidiato e insuperato avo, non per farne un tondo educato né un profilo erudito, ma per valersi della forma shakespeariana – trasfigurazione di concetti in figure – nel progetto d’un ritratto, infine imprendibile, del lettore.

Chi è costui? Non l’interprete, né il critico di professione. Virginia, in lande diverse da quelle battute dal padre, Sir Leslie Stephen, intento, fin dal 1882, alla stesura del poderoso Dictionary of National Biography, “sognava di scrivere le vite dei ‘non illustri’, degli eccentrici e degli esclusi, le esistenze oscure e dimenticate che non avevano trovato posto nel grande dizionario commemorativo degli inglesi eminenti”. Lei ha in mente il Lettore comune, tanto caro a Woolf nei mesi tremendi in cui fiutava, con angoscia, la furia d’acciaio del secondo conflitto mondiale, la perdita del suo mondo, la violenza generalizzata, di fuori, la follia propria, di dentro. Poiché comune, quel lettore, privo di marche e di connotazioni, è figura imprendibile, non è un intellettuale né uno studioso. Egli legge, addirittura legge a caso, “per il puro piacere di farlo” e per costruire a sé solidi mondi paralleli che, a un tempo, sottraggono allo studioso il possesso esclusivo di Shakespeare e di tutta la sapienza e la sensibilità dell’immaginazione. Il lettore usa il travestimento, entra in scena dentro al testo, quando invece il critico si sottrae alla gabbia d’inchiostro per spiegarla da fuori. Calandosi, penetra una sfera proibita, a intermittenza disvela i segreti del poeta, scopre le disconnessioni e i lembi socchiusi del testo, senza mai aprirlo completamente. A volerla dire con Barthes – egli che consumò tanti pensieri sul plaisir du texte –, diremmo che il lettore di Virginia spia, magari senza consapevolezza, le zone erogene del libro che sfoglia, sedotto dalla “messinscena di un’apparizione-sparizione”.

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Il lettore non scopre di più rispetto al critico. Scopre altro. Il lettore non sparge aloni di regalità attorno al testo, ma sugge stille di chiarità da volti altrimenti immersi nello scuro. L’ebbrezza di Woolf, la lettura fatta “a mente spalancata e incandescente”, pone al cospetto l’una dell’altra due entità: da una parte l’autore, nel suo caso l’auctor per antonomasia, lo Shakespeare tanto esuberante, ricco e imprendibile da sfumare nell’alone del mito e quindi nella magia dell’anonimato, emblema stesso della scrittura; e dall’altro il lettore comune, un tronie di quell’individuo inghiottito nelle sue antigerarchiche, infinite e visionarie possibilità – di leggere a caso, appunto, di percorrere il testo senza schemi e formule – tali da cambiarlo, lui pure, in emblema universale.

Indagati questi brevi passaggi woolfiani, certo non possiamo ammirare nitida la figura del lettore (chissà che ne sarebbe venuto, se non fosse intercorsa la morte; chissà se avremmo avuto un piccolo capolavoro d’affiancare a quell’altro ritratto, quasi coevo, e magistralmente illuminante di Walter Benjamin, e dedicato al Narratore); quel che sappiamo è che, nato sulla tomba dei teatri, questo essere anonimo ci piace perché intimamente legato alla corporeità, alle luci, alle ombre, ai ritmi della lettura. Scostati i velluti del palcoscenico e tolto l’ingombro dell’attore, i cui gesti e le cui parole non lasciavano tempo alle riflessioni, resta dunque solo, il lettore, questo lettore a noi così vicino, pensieroso e ignoto e benefico assistente intento a estrarre, come può, il senso della vita dall’oscurità ove di consueto giace.

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