Julian Barnes, Il senso di una fine

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di Stefano Corbetta

“Noi eravamo in tre, e lui, arrivando, divenne il quarto”.

Lui è Adrian Finn, uno studente sofisticato ed ermetico, intelligente ben oltre la media, un osservatore parco di parole, uno che ama Camus e Nietsche – l’esistenzialismo è una parte importante dell’impianto filosofico del romanzo, con un esplicito rifermento al Mito di Sisifo – e che “dava l’impressione di credere nelle cose”. Da questo momento in poi Adrian diventa il punto di fuga, colui che conosce le coordinate di ciò che accade intorno ai quattro, l’ombra silenziosa che si allunga sulle prime pagine e che accompagnerà il lettore fino all’epilogo.

Il Senso di una fine di Julian Barnes (Einaudi, trad. di Susanna Basso) è il resoconto di questa storia, un viaggio a ritroso di una memoria labile e incerta, dove i ricordi si sovrappongono in un gioco di immagini, sensi di colpa e scelte di un tempo che solo adesso cercano di fare i conti con la coscienza. I fatti vengono raccontati dopo che tutto è accaduto, ma il puzzle non prende forma, i pezzi non combaciano.
Tony Webster, il narratore interno, ha un corredo emotivo disordinato fin dall’adolescenza, un fardello che si porterà dietro per tutta la vita. La voce racconta immagini in filigrana, divaga, cerca il bandolo della matassa e sa che il tempo e la memoria giocano a suo sfavore, alle volte esplode in un’illuminazione estatica, poi di nuovo il dubbio, l’ombra e infine l’indifferenza per una sorta di un autoinganno di cui nemmeno lui è padrone fino in fondo.

“Il tempo però… come può trascinarci alla deriva e confonderci le idee”. E così, decenni dopo, Tony rievoca i fatti di quegli anni di gioventù nella Londra degli anni sessanta: la fidanzata Veronica, Adrian stesso che uscirà presto di scena ma che lascia una traccia indelebile nella sua vita e in quella di chi l’ha conosciuto, le ragioni del suo divorzio da Margaret, un testamento inspiegabile che lo costringe a rimettere un piede nel passato. Ma non ci sono prove, nessun indizio, solo quello che la memoria concede. Il flusso di coscienza frammentato e incerto contribuisce a restituire un personaggio destrutturato, incapace di fare i conti non solo con i fatti accaduti in quegli anni, ma anche con la propria incapacità di giudicare il presente, ancora in balìa di quello scetticismo che aveva caratterizzato la gioventù. “Così, per la prima volta, ho cominciato a provare un rimorso più vasto, un sentimento a metà tra il vittimismo e l’odio per me stesso”.

La tensione verso la scoperta della verità implica domande, e le domande chiedono risposte. Così alla fine della vita “Ci viene concesso un lungo momento di pausa, quanto basta a rivolgerci la domanda: che altro ho sbagliato?”. E così si apre lo spazio per sezionare i momenti vissuti, quelli che ci appaiono in tutta la loro lucentezza e quelli che invece potrebbero essere soltanto illusione, e magari trovare consolazione. “Il problema dell’accumulo”, quel meccanismo sconosciuto che somma o sottrae, moltiplica o divide quanto hai puntato. È così la vita? Puoi calcolare le quantità? Gli eventi dell’esistenza e le tue scelte sono comunque un guadagno o la legge spietata dell’accumulo ti presenterà il conto? E tu potrai pagare il prezzo, o sarai in credito? Saprai riconoscerti? Ci avrai capito qualcosa, alla fine?
Se la memoria è incerta diventi inconsistente, perché se è vero che si vive nel presente, è il passato che ti definisce. Tutto si muove comunque, indifferente.

Forse il senso di una fine è l’assenza di risposte, ma se nella vita reale è un’ipotesi accettabile – certo, magari non consolante – in un romanzo lo è un po’ meno, salvo che si accetti di guardare alla storia da un punto di vista filosofico. Allora sì.

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