Dire quasi la stessa cosa: Vincenzo Barca e le donne

Uomini che traducono le donne

È un dato di fatto che gli scrittori siano più numerosi delle scrittrici. È altrettanto un dato di fatto che le traduttrici siano – di gran lunga – più numerose dei traduttori, tanto che per questo mestiere si potrebbe usare solo il femminile, ricorrendo, per i professionisti di sesso maschile, alla formula “traduttrice maschio”.

Non è qui il caso di analizzare il perché di questa netta prevalenza di genere: si sa che, fino a una certa epoca non lontana, quello della traduttrice non veniva visto come un mestiere vero e proprio. Si riteneva che, tra una mansione “femminile” e l’altra, la signora che sapeva il francese – faccio per dire – potesse, alla macchina da scrivere, volgere in italiano, con la stessa disinvoltura, letteratura (alta, media e bassa). Molte volte si trattava alla fine di un testo provvisorio, un abbozzo, o meglio una bozza, sulla quale poi il redattore costruiva la versione finale del romanzo. Quando questo non veniva affidato a uno scrittore (celebre il caso di Montale) che di fatto lo riscriveva sulla traccia della bozza iniziale.

Non è difficile dedurre come questo stato di cose non abbia favorito nel nostro paese una consapevolezza della professione e dei diritti delle lavoratrici che la praticano, con i problemi che sono sotto gli occhi di tutti (scarso riconoscimento della professione, spesso associato a scarsa autovalutazione, e soprattutto condizioni contrattuali arretrate, risultato anche della poca conoscenza delle leggi vigenti e dei propri diritti).

Fatta questa premessa, ne deriva che, mentre è assolutamente frequente il caso di donne che traducono uomini, altrettanto non si può dire – in termini meramente statistici – della situazione opposta: uomini che traducono donne.

Le stesse scrittrici sono per la maggior parte tradotte da donne. Scorro velocemente la classifica dei libri più venduti: tre tra i primi dieci sono scritti da donne. Paula Hawkins (tradotta da Barbara Porteri), Lucinda Riley (tradotta da Lisa Maldera), Anna Todd (tradotta da Ilaria Katerinov). Se passiamo alle scrittrici più blasonate, la situazione non cambia: Susanna Basso ha tradotto Alice Munro, Elena Liverani fa coppia fissa con Isabel Allende, a Virginia Woolf (che pure ha avuto qualche maschio come traduttrice) si sono alternate Nadia Fusini, Chiara Valerio e Anna Nadotti, Yourcenar si è avvalsa in italiano della voce poetica di Maria Luisa Spaziani. E gli esempi potrebbero continuare.

L’anno scorso mi è capitato di tradurre due autrici brasiliane: Elvira Vigna e Halina Grynberg. Le difficoltà che ho incontrato – e che non erano di pura natura linguistica – mi hanno fatto riandare con la memoria a due esperienze abbastanza simili che, in passato, avevo vissuto con altre due donne scrittori – portoghesi entrambe -, Wanda Ramos e Hélia Correia.

Su una cinquantina di titoli, solo quattro sono quindi le donne che ho tradotto: due scelte da me (le più lontane nel tempo), due affidatemi dagli editori (senza che minimamente venisse presa in considerazione, né da me, né tanto meno da loro, la questione del genere).

Il libro di Wanda è costituito da una catena di “reminiscenze” che non seguono un ordine cronologico e sovvertono ogni linearità di lettura: la bambina cresciuta in Angola, in quella terra di mezzo in cui la casa dei coloni bianchi confina con lo spazio occupato dalla servitù nera con le sue storie, torna nel paese della sua infanzia con il marito medico durante la guerra coloniale (o meglio la guerra di liberazione dell’Angola). “Condannata per sempre all’indeterminatezza – né angolana né portoghese e insieme parte di entrambe – … emblema tragico di una doppia perdita che sottende in fondo il fallimento più complessivo del progetto colonizzatore”1.

Sono stato a cena a casa di Wanda, con mia moglie e una coppia di amici comuni, in campagna, vicino a Mafra (dove un re portoghese – Dom João V – fece edificare uno dei più sontuosi e stravaganti palazzi barocchi d’Europa). La lunga dimestichezza con quelle pagine così “private”, la fatica che avevo fatto (il libro usciva agli albori dell’era Internet) per orientarmi in quell’andirivieni della memoria, tra la complessa geografia dell’Angola e l’assimilazione di termini provenienti da lingue africane, aveva creato una complicità con la sua autrice di cui non mi ero neppure reso conto. Non facemmo che lanciarci allusioni, riferimenti che ammiccavano a contenuti sottaciuti. La condivisione di un segreto stabiliva un’intimità altrimenti inspiegabile. Mia moglie mi disse che si era sentita fuori luogo come davanti a due amanti. Il romanzo era lì, leggibile per tutti, ma il sottotesto – questa era la mia impressione – era un segreto custodito da noi due.

Ho incontrato anche Hélia, una delle autrici portoghesi che più venero. Ma le condizioni erano diverse. Intanto avevo tradotto il suo libro a quattro mani, e con una donna. In più, la sua quasi-favola non aveva espressi riferimenti autobiografici, ma portava alla luce – come in molti altri suoi testi – un Portogallo rurale, antico, fitto di leggende e di misteri. Il problema qui era attenersi a una costruzione non rettilinea, anzi a tratti addirittura macchinosa. Il senso scaturiva dall’intera frase così imbastita. Ogni volta che cercavamo ingenuamente di rendere più fluido il testo, a volte più “comprensibile”, quello ci respingeva mostrandosi brutto e in fin dei conti altrettanto oscuro. La stessa frustrazione – provavamo – verso la quale tende il racconto, in cui Moisés, un ragazzo che non ha mai visto il mare, scappa per incontrarlo. E il mare gli si rivela come un enorme cane addormentato, la cui bava lambisce la sabbia. Ma, soprattutto, gli si rivelano le sue sorelle sirene. È la grande delusione dell’ignoto: “Grandi penne grigie ricoprivano i corpi di tre uccelli rapaci. E i loro volti non erano belli. Né giovani. Non le cingeva neanche la lunga chioma castana… Cantavano, sì. Ma la bellezza del loro canto scoppiava e andava in pezzi che lo svolazzare crudele e silenzioso seppelliva in fretta sotto le acque”. L’emozione dell’incontro con Hélia, che pure c’è stata, era di natura più cerebrale. Avendo letto tutta la sua opera – che per anni ho proposto senza successo agli editori per cui lavoravo (Hélia è difficile!) – cercavo in lei una chiave segreta, un messaggio cifrato che non venne. Lei apprezzò moltissimo il sugo all’amatriciana e il vino rosso che ci servirono in un’anonima trattoria di Trastevere, e forse anch’io, come Moisés, rimasi deluso.

Fortunatamente non ho incontrato le due scrittrici brasiliane tradotte nel 2016. E sinceramente conoscerle non è in cima alla lista dei miei desideri.

Halina è una nota psicanalista ed è stata moglie di Paulo Mora, uno dei nomi più importanti della musica strumentale in Brasile. Figlia di ebrei polacchi della diaspora, giunti a Rio dopo varie peregrinazioni, scrive un testo di matrice biografica che affronta il tema delle ricadute delle deportazioni sulle seconde generazioni. Un testo in cui predomina la reticenza. Qui il disagio di chi deve tradurre è duplice: ci si trova davanti all’intimità di due donne (la figlia, che è colei che scrive, e la madre, che ha perso tutta la famiglia ad Auschwitz), continuamente violata – dall’indigenza, dagli sguardi estranei fino alla tragica esposizione dei corpi nelle camere a gas. Rispettare questa scrittura, che si affaccia sul bordo del precipizio per ritrarsene in un esercizio di pudore raffinato, vuol dire rinunciare per quanto possibile al voyeurismo delle parole che svelano; avere riguardo, via via che si fa proprio il testo, di certe lacune incolmabili. Imparare a tradurre il silenzio.

Elvira, infine, mi ha tormentato per mesi con la storia di un adulterio consumato da un uomo già anziano, la cui compagna non si limita – come tanti di noi – a incattivirsi infierendo sul fedifrago. Sottopone il “povero” (lasciatemi dire) adultero a un’inquisizione martellante che tende alla ricostruzione quasi al minuto degli incontri avvenuti tra l’uomo e l’amante (ah, tanto per favorire il transfert, i protagonisti del triangolo hanno in comune lo stesso mestiere: traducono). Costringe persino il compagno a ripercorrere con lei i luoghi in cui si è svolto il breve rapporto clandestino, come per annullare, con la tortura di una rievocazione forzata, il piacere che pure c’è stato. Chiunque di noi, da qualunque parte del torto, abbia subito il supplizio di notti insonni a discutere intorno al tradimento (supposto o comprovato) del partner, sa che un uomo non ce la farà mai a resistere al fiume di accuse circostanziate, agli interrogatori, alla veemenza del discorso femminile, non importa se declinato nella sua tonalità più drammatica o in quella più fredda e altrettanto implacabile. Il libro successivo della stessa autrice, che avevo in lettura e su cui mi era stato chiesto di esprimere un parere, si intitolava Como se estivéssemos em palimpsesto de putas. Il protagonista maschile, consumatore compulsivo di sesso con prostitute, è un qualunque João piuttosto povero di spirito. Ho detto all’editore che il libro era buono ma che io al momento ero molto impegnato.

I libri di cui si parla:

Wanda Ramos, Percorsi, Guaraldi-Aiep editore, San Marino, 1996

Hélia Correia, Bastardia, Caravan edizioni, Roma, 2011 (tradotto con Serena Magi).

Elvira Vigna, Niente da dire, granvía edizioni, Narni, 2016.

Halina Grynberg, Memoria ferita aperta, La Giuntina, Firenze, 2017.

Naturalmente, al di là di queste notazioni impressionistiche e semiserie, esistono studi rigorosi sull’argomento. Tra i più recenti:

Luise von Flotow – Farzaneh Farahzad, Translating women, University of Ottawa Press, 2011.

1 Così Roberto Vecchi nella prefazione al romanzo.

 

***

Vincenzo Barca ha lavorato per trent’anni come medico psichiatra nei Centri di Salute Mentale. È traduttore letterario di lungo corso, principalmente dal portoghese, ma anche dallo spagnolo e dal francese. Le sue aree di interesse sono l’Africa di lingua portoghese, le letterature latinoamericane in portoghese e in spagnolo (Brasile e Argentina in particolare), la letteratura maghrebina francofona.

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