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I bambini, anche in tempo di guerra, non smettono di giocare. I bambini ebrei non hanno smesso di farlo durante il Secondo conflitto mondiale, hanno seguitato ancora mentre le bombe cadevano, mentre i padri fuggivano, le madri piangevano, le giacchette, pure quelle dei più piccoli, ricevevano sul petto la stella gialla. Non hanno cessato sotto il tiro della paura, rintanati in appartamenti di fortuna nei quali ogni colpo alla porta poteva significare la fine. L’universo ludico di quei bambini di tanti anni fa è un pezzo di storia che ognuno di noi dovrebbe conoscere. Così allo Yad Vashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah d’Israele, in occasione della mostra, ora permanente, intitolata No Child’s play, s’erano raccolti bambole, orsacchiotti e albi colorati, brandelli d’affetto e di storie d’amore vissute settant’anni fa tra quei bambini e il microcosmo di un’infanzia alla quale s’avvinghiarono con tutte le loro forze. “Non è importante con che cosa si gioca, ma è fondamentale come si gioca e quello che si pensa durante il gioco”, scriveva nelle Regole della vita il pedagogo Janusz Korczak, finito in quell’incubo chiamato Treblinka assieme ai bimbi dell’orfanotrofio del Ghetto di Varsavia; e proseguiva: “si può giocare con saggezza alle bambole, e infantilmente e scioccamente agli scacchi”. Il milione e mezzo di ebrei bambini uccisi nelle camere a gas, e gli altri che sono sopravvissuti appresero dai loro giochi la saggezza e, con essa, il senso di un amore leale e assoluto.sleeping.jpg

Oggi, il cuor tenero dello Yad Vashem è un orsetto di peluche appartenuto a Fred Lessing, ebreo olandese emigrato negli U.S.A. negli anni Ottanta. Adesso è uno psicologo, allora, nel 1940, era un bimbo, viveva a Delft e nulla sapeva della follia umana. Finché un giorno arrivò la guerra, il cielo mutò e prese il via la storia dell’Orsetto di Fred che finalmente leggiamo in un albo di Iris Argaman, con i disegni di Avi Ofer (trad. di Elena Lowenthal, Gallucci, pp. 45, euro 15): è il piccolo animale di pezza a raccontarla, a dirci di quei giorni fatali in cui l’unico posto bello era il breve palpito d’aria tra la bocca del suo piccolo e sensibile proprietario e l’orecchio dell’orsetto; lì, il bimbo, assediato dal luogo spaventoso in cui si stava trasformando il mondo, sfogava nostalgia e tristezza senza la paura di sbagliare. L’orsetto dormiva accanto al cuscino di Fred e sognava accanto ai suoi sogni, Fred lo difendeva dai crudeli denti dei cani nazisti – la mente va agli sbranatori di Uomini e no – e insieme spiavano arroccati quell’universo sonoro – Anna Frank o l’Harry Mulisch dell’Attentato ne sono maestri – ogni giorno più tetro: stoviglie mosse con mestizia, mobili trascinati, usci battuti e cassetti divelti per prendere in fretta le cose, passi sospetti, sirene che lanciano latrati “forte forte”. Il gioco, in un tal mondo, in una città ove gli uomini sono diventati animali e le bestie stesse sono nemiche dei bambini, diventa la base per la sopravvivenza. Nell’orsacchiotto, Fred trova l’affetto; nel suo volto, strappato dai denti dei cani e ricucito amorevolmente dalla mamma con un pezzo di stoffa e del filo rosso, il bambino rilegge inciso l’amore del genitore.

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Fred sopporta di perdere la propria identità, accetta di mentire, di non svelare agli sconosciuti il proprio nome e la propria razza; regge i distacchi, si adatta alle scelte estreme dettate da quei giorni infernali, ma non ammette di perdere il proprio orsetto, perché in quel gomitolo di pezza è scritto il suo modo di prendersi cura del mondo e degli altri mentre intorno si celebra la distruzione. La storia dell’orsetto, oggi considerato la Monna Lisa dello Yad Vashem, tant’è prezioso – quella che per noi è una storia, per Fred Lessing, scrive Iris Argaman, “era la sua vita” – è il racconto tremendo di quegli anni, è la storia dei bambini che ebbero paura di essere dimenticati, dei piccoli costretti a imparare le bugie e i segreti della vita quando invece la vita avrebbe dovuto essere per loro l’orizzonte ampio e senza ostacoli promesso dalla loro dolce statura.

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L’orsetto di Fred ci insegna che la memoria nasce dall’affetto, si nutre d’amore e può condurre la sua immortale esistenza nel sorriso sghembo e nella pelliccia lisa e rattoppata di un orsetto di pezza.

Articolo apparso per la prima volta su l’Unità, il 25 gennaio 2017

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