Libri tanto amati: Sandra Petrignani e Pnin

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(Foto di Sandra Petrignani)

Diceva Borges: «Quel che lascia uno scrittore, se ha fortuna, è un’immagine di sé». Un po’ vale anche per i libri. Anche di un libro che abbiamo tanto amato, e letto magari più di una volta, ci restano immagini, un sapore, un’emozione, e il resto scivola nella dimenticanza, persino la trama. Quando non capita, addirittura, di ricordarcelo sbagliato, di cambiargli il finale o il nome dei personaggi. Però quel passaggio che ci ha colpito, quell’affondo che è entrato nel nostro cuore, ci resta dentro per sempre. Insomma, di libri tanto amati potrei fare un lungo elenco, ma di immagini trovate in quei libri e infitte nitide, indimenticabili in me l’elenco sarebbe molto più breve. Perché non è detto poi che un romanzo, capace di incunearsi per una sua piccola parte così durevolmente in noi, sia anche il più bello.
Ho pensato questo lungo preambolo quando, di fronte alla difficile scelta, per questa rubrica, di un solo libro tanto amato ho subito deciso per Pnin di Vladimir Nabokov (Adelphi, trad. di Elena De Angeli). Perché ho scelto proprio questo e non altri libri dell’autore russo che è fra gli scrittori più significativi della mia formazione? Perché non Ada o Il dono o La vera vita di Sebastian Knight, tutti più complessi e da me adorati – e obiettivamente superiori al piccolo Pnin? Esattamente per la questione dell’«immagine». Del Dono, di Ada, di Sebastian Knight, io non ricordo un’unica scena, ma l’insieme per quanto approssimativo della storia. O ricordo il momento in cui sono piovuti nella mia vita e quello che della mia vita entrava in risonanza con essi trasformandoli negli «unici libri possibili» per me in quel periodo.
Pnin, invece, è un romanzo costruito tutto per precipitare in un’unica scena-madre e la costruzione è così sapiente che la tragedia sfiorata e la sua chiamiamola soluzione – ma vedremo che non lo è – esalta e spiega il perché di una vicenda che non avrebbe di per sé altre ragioni per essere raccontata. Pnin è il libro che mi ha spiegato il lavoro dello scrittore, di un grande scrittore.
Cominciamo dall’inizio. Intanto diciamo che la figura del calvo Timofej Pnin, dalle calze cascanti «di lana scarlatta a losanghe lilla» e dalla «sgargiante cravatta da gorilla», di anni cinquantadue, che parla un inglese mostruoso da emigrato russo incapace d’integrarsi negli Usa, è l’esatto contrario del suo quasi coetaneo autore, che viene da una nobile famiglia di San Pietroburgo e che l’inglese l’ha imparato da piccolo e sarà riconosciuto dagli americani (e dal mondo intero) come un grande innovatore della loro lingua. Quando si mette a scrivere Pnin, Nabokov ha finito Lolita, ma non riesce a pubblicarlo – siamo nel 1953 – e allora butta giù per il New Yorker, per guadagnare qualcosa, la storia a puntate di un ridicolo professore aggiunto al dipartimento di Lingua Russa – Pnin appunto – nel campus di una piccola città statunitense, Waindell, immaginaria nel nome, ma molto somigliante per il suo ambiente universitario a quello frequentato dallo stesso Nabokov a Cornell.
Presto la sua creatura prende un’anima che nelle prime intenzioni non era prevista. Diventa una specie di Don Chisciotte, l’antieroe da contrapporre a Humbert Humbert, il protagonista di Lolita, dall’aspetto fascinoso e dall’inglese elegante, ma dall’animo perverso, capace per un’idea distorta dell’amore di rapire una ragazzina e farne il suo recalcitrante giocattolo. Pnin, sotto l’apparenza qualunque e il goffo modo di stare al mondo, nasconde un animo nobile e gentile, un carattere sensibile e affettuoso che gli altri avvertono, ma per approfittarne, non per farne oggetto di stima.
Insomma Pnin, nato da necessità pecuniarie e forse da un bisogno di purezza dopo l’inquietante corruttore di ninfette, diventa una figura reale e complessa. Nabokov ne racconta la vita di grigia insignificanza: una moglie psicanalista che l’ha usato e abbandonato, una carriera universitaria modestissima. Eppure il lettore, pagina dopo pagina, resta sedotto da tanta umanissima mediocrità e, quando alle spalle dell’inconsapevole personaggio, viene a scoprire le trame universitarie che gli segheranno le gambe, entra in uno stato di apprensione e di tristezza, quasi Pnin fosse un suo amico in carne e ossa, se non lui stesso.
E dunque ecco la scena-madre che capita proprio a questo punto, quando il lettore è cotto a dovere, teso come una corda in attesa del peggio e tutto identificato col protagonista. Non solo. Ne sa persino più di lui sul destino che lo aspetta, perché ha potuto assistere a incontri e telefonate degli altri docenti, in una situazione in cui nemmeno l’unico professore che si prende a cuore il caso di Pnin, riesce a difenderlo. Insomma il lettore sa che il povero Timofej verrà presto licenziato. E proprio quando si è deciso a prendere in affitto una casetta tutta per sé e medita di comprarla, sperando in un aumento di stipendio, dopo anni passati in appartamenti condivisi. Per festeggiare Pnin dà una festa, prepara con cura la cena, i drink, e intanto si occupa di un cagnolino che, avendo finalmente una casa, può tenere con sé.
Mentre arrivano gli ospiti, sul tavolo troneggia un oggetto meraviglioso. È una coppa di cristallo che tintinna sonora. Una coppa bellissima scelta da Victor per lui e spedita in regalo. Chi è Victor? È il giovanissimo, allampanato figlio, artista e incompreso in famiglia, dell’ex-moglie di Pnin e dell’uomo per cui l’ha lasciato. Pnin ha ospitato Victor per una breve vacanza, e durante quel periodo è passata fra loro una timida profonda intesa che quel regalo sancisce e rivela. Per farla breve: gli ospiti se ne vanno e Pnin, che alla fine della serata ha saputo dal professore suo amico quel che hanno tramato alle sue spalle, dà gli avanzi della cena al cane perché «non vi era motivo per cui una sventura umana dovesse interferire con un piacere canino». Poi si mette mestissimo a lavare i piatti.
La coppa è nell’acqua saponata insieme ad alcuni bicchieri. Uno schiaccianoci sfugge dalle mani del nostro povero eroe e cade dentro l’acqua con suono di vetri rotti. La perfidia di Nabokov verso il personaggio è qui al massimo, e siccome è un vero maestro di suspense ci tiene ancora sulla corda dandoci un motivo in più per essere definitivamente sedotti. Pnin attende un momento prima di verificare l’entità del danno. Un momento eterno, per lui e per noi. «Gettò lo strofinaccio in un angolo e, voltate le spalle al lavello, rimase per un attimo immobile a fissare il buio oltre la porta spalancata sul retro del giardino. Un silenzioso, piccolo insetto verde dalle ali di merletto volteggiava nella luce di una lampadina». Poi si decide, infila le mani nel sapone, si ferisce lievemente con un vetro rotto e «con il gemito angosciato di chi prevede il peggio»… tira fuori la zuppiera intatta! A rompersi era stato solo un bicchiere insignificante.
Mi dispiace aver guastato l’attesa di chi non avesse ancora letto il libro, ma l’abilità di Nabokov è tale da ricreare a ogni rilettura lo stesso spasimo, perché quella zuppiera va ben oltre se stessa, contiene i nostri sentimenti più delicati e i nostri sogni. Ogni volta che la vediamo in pericolo, è in pericolo la nostra personale illusione sull’intangibilità di quanto di sacro riconosciamo alla vita.
Il libro continua ancora per un poco dopo questa scena, ancora un capitolo. Come succede in musica: a un grave luttuoso segue un larghetto che ci riconcilia con la stabilità sorniona delle cose. Pnin, dopo aver squarciato per noi un piccolo segreto dell’universo interiore, torna a essere il goffo uomo di sempre, il ridicolo personaggio dalla testa calva e le calze cascanti che si allontana da Waindell su un’utilitaria strabordante, con cagnolino a bordo, diretto verso chissà quante altre grigie avventure. Esce letteralmente di scena.
Ma dalla nostra anima di lettori non potrà uscire mai più.

Campocavallo
26 gennaio 2017

***

Nata a Piacenza nel 1952, Sandra Petrignani vive nella campagna umbra e un po’ anche a Roma, sua città d’adozione. Ha esordito come poetessa negli anni ’70 e nella narrativa verso la metà degli ’80 con Navigazioni di Circe che vinse il Premio Morante opera prima. I suoi titoli più recenti: la fiaba Elsina e il Grande Segreto ispirato all’infanzia di Elsa Morante (Rrosélavy); Addio a Roma, racconto della città intellettuale e artistica dal dopoguerra alla morte di Pasolini; il romanzo-ritratto Marguerite, dedicato alla Duras (editi da Neri Pozza); la ristampa in tascabile (Beat) di altri due suoi titoli: Il catalogo dei giocattoli e La scrittrice abita qui (nella cinquina del Premio Strega del 2003). Alla Roma di oggi ha consacrato E in mezzo il fiume. A piedi nei due centri di Roma (Laterza).

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