Resistere al romanzo

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di Mario De Santis

Partigiano Inverno è un romanzo sulla resistenza italiana al romanzo medesimo. Quel romanzo che a noi italiani è mancato come la grande borghesia, pur avendo prodotto in tutti e due i settori  luminose eccezioni. Perché forse una borghesia veramente rivoluzionaria non c’è stata, se non si vuol chiamare quella fascista una rivoluzione – e poi non fu nemmeno borghese come ben dice Pennacchi. Abbiamo avuto frotte di piccoli borghesi, più che altro pletora di arricchiti baciapile pronti a farsi marchesi posticci e per lo più d’ascendenza proprietaria contadina e vescovile.

Leggere questo romanzo che scandisce i suoi tempi tra il 1 dicembre e il natale di QUESTO inverno 2012  davvero fa sovrapporre i tempi e le idee come del resto questo stesso romanzo, nel suo scheletro narrativo, racconta di tempi e di generazioni che si sovrappongono. E anche di tempi di “come” si racconta e come “ci si racconta” quello che si vede.

Insomma, la Storia italiana spesso rischia di essere metaletteraria come il suo stesso Romanzo. Con uomini eccezionali e romanzieri eccezionali, troppo nobili e troppo colti per poter realmente diventare Storia-storia e Romanzo-Romanzo. Così abbiamo avuto i ragazzi e gli intellettuali del CLN o partigiani, così abbiamo avuto Manzoni e Gadda. Ma né la storia né il romanzo sono stati mai di tutti e per tutti, una presenza diffusa, solida, un’industria, appunto. Culturale in senso lato:  sempre luminose eccezioni che si consumavano nel tempo di un bengala su una valle…

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La marchesa uscì alle cinque. Il professor Trabucco più genericamente uscì. Così comincia la narrazione di Partigiano Inverno. Era mattina, era quasi Natale. Intorno a Borgosesia e nella valle si combatte. Trabucco Italo è professore in pensione. E’ disilluso, cinico, pieno di rimpianti, non vede di buon occhio tutte le energie messe da quei giovani, quell’impegno… si è rifugiato dal fratello che ospita anche il nipotino, il secondo personaggio chiave: Umberto, che sogna di unirsi ai valorosi partigiani sulla montagna, lo sogna anche per farsi bello davanti alla bambina Maria e perché ama l’avventura. E’ un piccolo Dumas o il Dickens o Hugo della stazza che non abbiamo avuto – Grande Romanzo per noi sempre abortito.

Infatti, mentre lo zio ammazza il tempo dilaniandosi da filosofo sulla propria inadeguatezza, Umberto è già quel narratore che la letteratura non avrà mai in gran numero in Italia, perché la storia se la racconta netta, epica, ben delineata nei contorni e nelle appartenenze e  tra bene e male. Umberto con le sue fantasie produce quell’epica popolare che negli USA permetterà ad una nazione dilaniata dalla guerra civile di produrre letteratura e poi cinema su quello. Ma bisogna avere un’idea chiara della storia e forse una storia chiara, cosa che da noi non s’ebbe: opacità di sangue, di sipario, di ostia.

E invece certi americani, Con molta forzatura storica e ideologica, ma che gran cinema! John Wayne ammazzava i cattivi indiani che erano cattivi e punto.  E questo era. Si sarebbe rivelato filologicamente e politicamente sbagliato, ma avrebbe consolidato un canone del narrare.

Da noi s’azzeccava il garbuglio nel peggiore dei casi (i compromessi, i tradimenti, le ipocrisie, gli inciuci) o  nel migliore si tesseva una trama finissima. Come quella dei nostri padri costituenti che affilarono una costituzione bellissima e moderna per un paese che – dall’alto del suo tasso di analfabetismo vastissimo – non la seppe leggere, allora come ora, né la applicò mai fino in fondo.

Non sarà un caso che Giacome Verri compone nel suo libro alcune pagine in cui la storia di Italo di solito rinchiusa, da talpa, si fa più limpida: ma sono pagine di sole parole,  parole molto belle e pronunciate a una riunione a cui con riluttanza il professore partecipa, dette quasi per circostanza e tuttavia capaci di infondere energia laddove a chi le pronuncia suonano ancora una volta vere e false, inappropriate, inadeguate, inattuali.

Sulle parole si gioca l’azione di Verri, la trama è la trama linguistica. Essendo il romanzo concentrato sul non agire nella storia. Quasi potremmo dire che c’è qualcosa del “ralenty” di Marias. Nel romanzo di Giacomo Verri tutta questa contraddizione emerge e la scelta linguistica di dilatazione e distanza, la scelta preziosa, ricca, iperletteraria e preziosa nei dialettismi ricercati, nelle citazioni nascoste dice bene, credo, questa voragine tra pensiero e azione. La dice anche nel paradosso di immettere un terzo personaggio apparentemente nell’occhio del ciclone, col comandante Cino nella brigata Garibaldi, sui monti, il mitra in mano. In realtà per Jacopo l’azione verrà solo alla fine, come anche gli sviluppi drammatici di Italo, ma solo come improvviso coagulo di una sospensione che dura a lungo – fatta di meditazione lunga, di pensieri rannicchiati, di inquietudini, di emozioni e mancanze: mancata azione, mancata partecipazione, mancata presenza. Rimpianti, ripensamenti fantasticherie. Paure, desideri. Questo scorre per tutto il romanzo di Verri, raffinata prolusione ad una rivelazione o una redenzione storica che non c’è, non ci sarà.

Come per il romanzo e la borghesia italiana. La stagione dell’equilibrio e della partecipazione diretta, chiara, limpida (e del romanzesco limpido, netto) riguarda poche persone e poco tempo: i partigiani, in una stagione breve, gli scrittori neorealisti per pochi anni.

Infatti nella finzione metaletteraria questo romanzo è una fittizia – o reale? – (ri) scrittura di un romanzo che il narratore invisibile dichiara a fine libro di non aver mai letto ma di cui ha letto (sempre lo dichiara in cornice)  un sunto in un vecchio articolo, in cui si diceva tra l’altro che doveva uscire con la collana dei Gettoni nel 1958, ovvero quando la collana chiuse decretando anche la fine di una stagione, di un tentativo di fondare il romanzo neo-realista.

Dopo quell’esperienza narrare fu questione di linguaggi, di strutture, di voce interiore, ma mai di realtà – o poco – da Calvino a Pasolini, a Moravia, a Gadda, ognuno a suo modo non poteva certo  ascrivere la sua ascendenza al romanzo realista europeo e poi americano (stiamo generalizzando, necessariamente, coerentemente).

Giacomo Verri oggi racconta tutto questo fallimento, culturale e storico. Nel raccontare il fallimento all’azione dei suoi personaggi, nell’aggirare e aggredire al tempo stesso tutta la montagna di testi che sulla e dalla resistenza sono nati . E allora: romanzi, documenti, analisi storiche, psicoanalisi, battaglie politiche, giornalistiche, polemiche. Il fallimento dell’azione (storicamente) e il fallimento ALL’azione (antropologicamente) dell’Italia. E’ questo lo sfondo di Partigiano Inverno.

La Resistenza non ha fondato quel che sperava. La stagione di utopia non è stata definitiva, anche se la Repubblica e la Costituzione sono nate da lì. Ma poi è stato un lungo percorso di tradimento e non c’è nulla di più traditore del linguaggio che – come il caso di Verri – sembra tradurre in una lingua artificiosa, ma formidabile, di grande impatto letterario una vicenda e una Storia che non si possono (più) dire direttamente.

Partigiano Inverno dice molto più di noi e di cosa siamo diventati che non della Resistenza, è ovvio. Poi dice ciò che è stato e non è stato il nostro romanzo – per fortuna che in parte ha ovviato il cinema che ha costruito il vero neorealismo epico di cui il paese aveva bisogno dovendolo però mediare e tradire in forma spesso di commedia e osteggiato dalla criticità ideologica che schiacciò il discorso sotto un vaglio ideologico e formale forse troppo pesante.

Giacomo Verri con Partigiano Inverno ha scritto un bel romanzo, meglio dire: ha scritto un gran bel libro di letteratura. La resistenza di cui parla, scrive, narra non è mai esistita, quello che abbiamo tra le mani è romanzo di romanzo, non ci sono più racconti ascoltati – semmai solo cose scritte. Poche tracce visive. La memoria è questo archivio che scolora, ma forse anche quando sei dentro la storia non ti rendi conto di cosa sia. Vicinissimi alla trama e incapaci di vedere cosa stiamo cucendo: questo siamo, a ragionarci: e dunque Partigiano Inverno è l’arazzo che ben ci rappresenta, oggi, proprio in questo nostro inverno di scontento e di mancanza di figure. Ci rappresenta  magari non realisticamente (se lo pensiamo come un teatro) ma certo con un grandissimo livello di Realtà (se pensiamo ad Hegel), dunque di Verità.

Articolo apparso la prima volta il 13 dicembre 2012 qui

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