I dischi di Guido Michelone: Ellington, Mingus, Roach, Money Jungle

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Che altro ancora si potrebbe dire oggi su Duke Ellington? Il pianista, compositore, big band leader (1899-1974) incarna la quintessenza del jazz medesimo. Tuttavia il disco che abbiamo scelto (Money Jungle, 1962, Blue Note) lo rappresenta in maniera diversa rispetto alla consolidata maestria orchestrale: è un album in trio (con Charles Mingus e Max Roach), il primo di una carriera votata ai larghi organici e solo negli ultimai anni con la Pablo Records prestata anche ai piccoli combos. Ed è un disco (inciso in un’unica seduta il 17 settembre 1962) che svela un aspetto fino allora poco considerato dalla critica ufficiale: il sorprendente pianismo di un artista di cui si tessevano le lodi solo per il sound d’assieme, mentre passava in subordine il contributo solistico, da alcuni ritenuto addirittura un mero epigono dello stride piano. Ma in Money Jungle il Duca stupisce tutti, proprio per una verve alla tastiera che svetta tra classicismo e modernità con una padronanza del mezzo che può stare benissimo alla pari con i maestri del genere da Art Tatum a Bud Powell. In più, per licenziare un disco di piano jazz trio, in un momento in cui già trionfava Bill Evans (e Thelonis Monk era tornato di moda), Ellington si circonda di una ritmica più che eccezionale; nel 1962 infatti Charles Mingus (contrabbasso) e Max Roach (batteria) non risultano solo grandissimi strumentisti, ma anche e soprattutto, da almeno un lustro, leader incontrastati di quel jazz politico o impegnato che in fondo lo stesso Duke aveva anticipato già negli anni Trenta e persino teorizzato con il celeberrimo Black, Brown And Beige Suite. Roach e Mingus, cresciuti come artisti rispettivamente con il bebop e il cool, avevano dato vita proprio tra il ’59 e il ’62 (e continueranno a farlo per anni) a un jazz magmatico, ribollente, urlato, che senza arrivare alle asperità del nascente free, promuoveva a chiare lettere la causa dei diritti civili del popolo afroamericano: Freedom Now Suite e Pithecantropus Erectus ad esempio erano concept album in cui si reclamava la dignità del nero. La propulsione ritmica contemporanea di Mingus e Roach dunque si integra con gusto e intelligenza allo stile mediato del Duca in undici splendidi brani che alternano episodi notissimi (Solitude, Caravan, Warm Valely) a sortite recenti (Fleurette Americaine, Wig Wise, Switch Blade, Rem Bleus, a Little Max e la title track): nel Cd rimasterizzato si trovano anche quattro alternate takes, le vecchie note di copertina di George Wein e quelle nuove del produttore Michael Cuscuna. Un classico dei classici per capire il jazz moderno e tanto altro ancora.

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