Il Romanzo della Nazione, ovvero la ‘buona novella’ di Maurizio Maggiani

romanzo-nazione

di Eduardo Savarese

Ho appena finito di leggerlo. La parte di me che soppesa, pondera, cesella, e che è pure pigra, e fa fatica a prendere di petto la vita, mi ha suggerito di lasciar perdere e di scrivere qualcosa magari domani o dopodomani. La famosa sedimentazione.

Invece poi ho pensato a come nei vangeli si chiama la compassione, l’avere compassione: splangkhnizomai. Che allude ad un profondo movimento delle viscere. Questo libro di Maggiani ha smosso, rimestato le mie viscere. Allora scrivo di getto.

Che è un romanzo, per uno che scrive, che cerca di scrivere, che si interroga sullo scrivere, evangelico: è una buona novella. La buona novella che bisogna osare e per osare bisogna essere generosi; che scrivere senza generosità (peggio, per calcolo, ancora peggio per acrimonia – tremendi, orribili gli scrittori e le scrittrici che circolano impregnati di risentimento), non vale proprio la pena.

Bisogna costruire, edificare, raccontando guarire, ricucire, rimediare, perdonare, sconfiggere. La parola delle Sacre Scritture. La parola che forma la vita. E la capacità di dire tutto, tutto insieme, di fare un lungo racconto come se avessi Maggiani accanto al letto o alla poltrona, o in metro (nei viaggi in metro dell’ultimo mese stavamo sempre io e Maggiani), come ascoltare la voce, come se la carta cantasse, perché la carta deve cantare (lo dicono i costruttori di nazioni, e pure di mondi, che abitano Il Romanzo della Nazione, Feltrinelli).

La capacità di partire da come i tuoi genitori invecchiano e muoiono. E di come stai lì a comprendere molte cose, solo dopo, necessariamente dopo. E andando a ritroso trovare le voci, i frammenti delle canzoni (ma quanto è bella la pagina del padre di Maggiani che se ne va all’opera lirica col signor Trippi a Parma, e torna e canta a suo figlio, perché le cose belle sono un privilegio che va condiviso, i pezzi delle arie, delle cabalette, che gli sono piaciute, un pezzo della Tosca di Puccini, e il bambino ricorda che è una gioia per pochi che tuo padre ti aspetta alla mattina al risveglio e prima di andare a scuola ti canta un’aria d’opera, che tu poi porti a scuola alla maestra …).

Le voci si fanno personaggi che non ti lasciano, non ti lasciano più, i racconti fatti con la coscienza che devono assolutamente servire a qualcosa, perché sono la sostanza della vita, ti consegnano personaggi che ti stanno a fare compagnia, per pensare insieme con loro alle parabole sempre uguali per tutti di vita e morte, che sempre uguali per tutti abbiamo ugualmente bisogno di riascoltare per afferrare, anche solo un istante, un pezzetto di verità, un briciolo di sapienza: e così Garibaldo, Anita, Assunta, Adorna, Anna, il signor Trippi, la Gigantessa, e l’intero popolo radunato per l’arsenale militare a costruire l’italica flotta e la torpediniera più potente che mai si fosse vista, il Dandolo …

Trabocca la Nazione dal romanzo della Nazione, tanto più oggi che vorremmo afferrare cosa sia divenuta la Nazione, soprattutto cosa debba diventare. Trabocca meravigliosamente, catarticamente, terapeuticamente la vita minima e i Concetti le Idee la Storia il Sapere. Tutti insieme, a declinare la voce di una testimonianza, di una cronaca, di una rappresentazione, di una sintesi, di una consegna. Occorre ricordarsi che siamo il sale della Terra, per leggere e gustare ogni pagina del Romanzo della Nazione. “Ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente” (Matteo, 5, 13).

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