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Baudelaire è, con Leopardi, uno dei rari poeti del XIX° secolo che non lasci indifferente il lettore di oggi, di qualunque età e di qualunque livello culturale. Inoltre, il lettore italiano si trova nella condizione privilegiata di poterlo leggere tradotto da tre grandi poeti, che tutti e tre si sono confrontati con l’integralità dei Fiori del male: Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Giovanni Raboni. E per quanto sia un lettore principiante o disinformato, non può non avvertire nei suoi versi, formalmente impeccabili, la traccia di una memoria personale amorosa e straziata, luminosa e inconsolabile:

Ma il verde paradiso degli amori infantili,

le corse, i baci, i fiori raccolti, le canzoni,

i violini che vibrano più in là delle colline

e di sera, tra gli alberi, il vino nei boccali

̶ il verde paradiso degli amori infantili

Innocente, e colmo di piaceri furtivi,

già è più lontano dunque dell’India e della Cina?

(Trad. di G. Raboni)

Tre libri recenti ci consentono di penetrare, da tre ingressi diversi, nel mondo di Baudelaire: uno studio d’insieme, una biografia e un romanzo incentrato sulla figura di sua madre. Tutti e tre ci permettono di avvicinarci a un poeta che continuiamo a sentire singolarmente prossimo e familiare, anche se la sua figura si staglia sullo sfondo per noi ormai remoto della metropoli ottocentesca con i suoi lampioni a gas, i suoi boulevards affollati e i suoi artisti bohémiens pronti a prendere le armi sulle barricate nei giorni di rivolta.

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Antoine Compagnon, con Un’estate con Baudelaire (trad. di Camilla Panichi, Garzanti, 2016) ci guida lungo un percorso di grande ricchezza. Partendo in ogni capitolo da un testo – in poesia o in prosa – fa emergere in modo magistrale le contraddizioni di Baudelaire, lacerato tra il desiderio di poetizzare il presente attraverso nuovi miti, e la consapevolezza della “desacralizzazione dell’arte” che il progresso porta inevitabilmente con sé. Utilizzando un linguaggio limpido ed essenziale, rende giustizia a tutte le ambiguità del pensiero baudelairiano, che esplora in ogni campo: dalle arti figurative alla politica, dall’estetica ai giudizi sui contemporanei, dalla riflessione sulla fotografia a quella sulla moda. E salda la visione filosofica dell’autore dei Fiori del male alla sua poetica in modo molto convincente:

Baudelaire fu uno dei primi a osservare l’accelerazione dell’arte e la sua trasformazione in mercato, e cerca di mantenere, contro la corsa travolgente del tempo, contro il domani che elimina l’oggi, una continuità della bellezza. La modernità di Baudelaire è la resistenza a un mondo moderno in cui tutto diviene perituro; è la volontà di conservare e di trasmettere qualcosa che duri.

La lettura di Compagnon è quella di un critico di oggi, di un allievo di Roland Barthes che continua la tradizione del maestro praticando una saggistica egualmente lontana dalle semplificazioni divulgative e dall’indigesta erudizione accademica. Ma come vedevano Baudelaire i suoi contemporanei? Da tempo gli studiosi hanno raccolto tutte le loro testimonianze, e ci hanno familiarizzato con la figura di un dandy che amava scandalizzare i benpensanti con le sue eccentricità ma, al tempo stesso, dar prova del più austero rigore come traduttore, come critico e come artista. È proprio questa l’immagine che emerge dalla biografia che uno dei migliori amici di Baudelaire, Charles Asselineau, scrisse del poeta due anni dopo la sua morte, e che arriva ora nelle nostre librerie in due diverse edizioni (Ch. Asselineau, Vita e opere di Charles Baudelaire, trad. di Albino Crovetto, a cura di Ida Merello, Il Canneto, Genova, 2016 e id. Charles Baudelaire. La vita, l’opera, il genio, a cura di Massimo Carloni, Bietti, Milano, 2016). Asselineau, esperto di poesia latina della decadenza e autore di una Bibliographie romantique, era stato presentato a Baudelaire da un amico pittore, Deroy, quando il poeta aveva poco più di vent’anni. È emozionante entrare con lui nell’ampia mansarda che Baudelaire occupava allora all’Hôtel Pimodan (un palazzo storico dell’Ȋle Saint-Louis), dove, tra il letto e il camino, sulla carta da parati rossa e nera, spiccava un ritratto del poeta dipinto proprio da Deroy e, sulla parete di fronte, una copia delle Donne di Algeri nei loro appartamenti di Delacroix. Il ritratto fissava l’elegante figura di un giovane Baudelaire che non aveva ancora dissipato l’eredità paterna. Asselineau, quasi trent’anni dopo, lo descrive come se lo avesse sotto gli occhi:

La figura, molto materica e lavorata, si distacca in parte da un fondo chiaro, in parte da un drappo rosso scuro. La fisionomia è inquieta, o meglio, inquietante; gli occhi sono spalancati, le pupille fisse, le sopracciglia inarcate; le labbra espirano, la bocca sta per parlare; una barba incolta, folta e fine, s’increspa intorno al mento e alle guance. La capigliatura, abbondante, forma ciuffi sulle tempie; il corpo, inclinato sul gomito sinistro, è bardato dentro un completo nero da cui sfuggono un pezzo di cravatta bianca e delle mezze maniche di mussolina plissettata. Aggiungete a questa tenuta stivali di vernice, guanti chiari e un cappello da dandy, e avrete il Baudelaire di allora, tale e quale lo si incontrava nei dintorni della sua isola Saint-Louis, mentre portava a zonzo in quei quartieri deserti e poveri un abbigliamento dal lusso inusitato.

Asselineau segue e racconta con partecipazione appassionata le vicende dell’amico: le traduzioni da E. A. Poe, la pubblicazione dei Fiori del male presso un piccolo editore raffinatissimo, il processo per oscenità in cui avrebbe tanto voluto potersi sostituire all’avvocato di Baudelaire e pronunciare un’arringa più efficace. Ma le pagine davvero indimenticabili sono quelle in cui ci accompagna al capezzale del poeta morente, ormai afasico ma ancora lucido e desideroso di farsi capire:

Talvolta un nome, più facile da pronunciare di altri, gli zampillava di colpo dalla gola. Lo ripeteva a sazietà, con aria di trionfo… Ma in altri momenti, nel mezzo di una riunione animatissima e gaia, lo sguardo cupo e profondo che tuffava negli occhi del suo visitatore, l’espressione di malinconia e sconforto con cui mostrava la mano inerte, attestavano con troppa eloquenza che la forza dell’illusione non era del tutto senza cedimenti.

Tanto l’edizione Il Canneto quanto quella Bietti sono ben tradotte e completano il testo della biografia con alcuni aneddoti pubblicati da Asselineau in altra sede. L’edizione Bietti ha un apparato di note più corposo e un’appendice tratta dalla corrispondenza di Baudelaire; quella del Canneto è introdotta da un saggio particolarmente affascinante di Ida Merello, che spazia sulla prima fortuna dei Fiori del male e colloca bene nel contesto dell’epoca la figura secondaria ma tutt’altro che trascurabile di Asselineau, biografo devoto, erudito e modesto di un amico di cui comprendeva a fondo il genio e la singolarità.

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Rispetto al testo di Asselineau, il romanzo di Franca Zanelli Quarantini Storia di Madame Aupick, già vedova Baudelaire (Castelvecchi, Roma, 2016) getta sulla vita dell’autore dei Fiori del male una luce più indiretta. Fondato su una ricerca documentaria scrupolosissima e utilizzata con grande sensibilità, mette in scena la madre di Baudelaire, Caroline Aupick, nell’anno che segue la morte del suo secondo marito, il generale Aupick, tanto amato da lei quanto detestato da suo figlio. Ritiratasi a Honfleur, sull’Oceano, Caroline vive tra sentimenti contrastanti: è orgogliosa del figlio che ha pubblicato l’anno precedente un volume di versi, ma è anche esasperata dalla sua vita di bohémien e dai suoi continui problemi di denaro. Charles le scrive lettere splendide e strazianti, giurando di voler cambiare vita e affermando di non aver altro desiderio se non quello di vivere e lavorare accanto a lei; ma per Caroline è difficile credergli, e offrirgli quell’amore incondizionato cui lui aspira sin dall’infanzia. Intorno a questo nodo emotivo ben noto ai lettori della corrispondenza di Baudelaire, Franca Zanelli ricostruisce poco a poco, come un puzzle, la vita precedente di Caroline: la sua infanzia in Inghilterra, tra gli emigrati sfuggiti alle violenze del Terrore, la morte del padre al seguito di un giovane eroe aristocratico che sognava la restaurazione della monarchia in Francia, i duri anni di orfana povera accolta per carità in una famiglia facoltosa. La narrazione, che ha solide basi storiche, le integra ricreando con cura tanto il contesto quotidiano e materiale della vita di Caroline, quanto la sua psicologia oscillante tra la nostalgia dell’eroismo paterno e un bisogno insopprimibile di rispettabilità e di quiete. Così, dalle pagine di questo piccolo libro, la madre di Baudelaire ci viene incontro tormentata e coraggiosa, fragile e piena di dignità; tutt’altro che “insignificante”, come l’aveva definita sprezzantemente, nel suo saggio sul poeta, Jean-Paul Sartre.

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