Il destino kafkiano di Vladimir Sorokin

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Garin Platon Il’ic è un medico. Ha un compito importante da portare a termine; dovrebbe essere un eroe, come nella migliore tradizione romantica, un eroe carico di un imperativo etico. È diretto a Dolgoe, dove è scoppiata un’epidemia, la boliviana nera. Il dottor Zil’berštejn è già in loco, ha inoculato il vaccino-1, mentre lui deve portare il vaccino-2, assolutamente indispensabile.

Ma come in ogni missione che si rispetti Garin, partito alla mattina da Repišnaja, incontra degli ostacoli – ostacoli, si noti fin da ora, generati delle proprie errate decisioni. Ormai è tardi, la strada normale non è stata percorsa, la cittadina di Zaprudnyj non è stata toccata, e adesso si ritrova in un posto da lupi, nella stazione di posta accanto al villaggio di Dolbešino, “una frazione di dieci case disseminate lontane le une dalle altre”. Un bel guaio perché lì, a causa dell’abbondante neve, il mastro di posta dice che di cavalli statali pronti a partire non ce ne sono. L’unica soluzione è andare a cercare il trasportapane Raspino che con quel tempaccio “sarà rimasto coricato sulla stufa” (come il mitologico eroe Il’ja Muromec che, accovacciato nella sua isba, ci stette per trentatré anni).

E infatti è lì che lo trovano, sulla stufa appena accesa, scettico al pensiero d’uscire di casa e di mettersi in viaggio. Ma “là c’è gente che muore!” lo sprona il dottore “con il pince-nez e il colbacco di volpe, piombato da chissà dove con le sue borse importanti”.

Raspino si lascia convincere e prepara la propulsoslitta, la prima delle tante mirabolanti, a volte grottesche invenzioni scaturite dalla mente di Sorokin (la radio da vedere, immagini animate e tascabili, il feltro viviparo, il puntatore a raggio tranciante). Nel cofano di quel bizzarro mezzo di trasporto c’è una striscia nervata che si collega ai collarini dei tanti piccoli cavalli, chiusi nel cofano a raschiare gli zoccoli sul propulsore: una roano, tre morelli maltinti, alcuni sauri, alcuni bai, e altri bai castagni.

Non servono animali grandi. Garin infatti ricorda che i cavalli statali, quella mattina, erano completamente sfiancati dalla tormenta: “più grande è l’animale, più vulnerabile è nelle nostre vastità. E l’uomo è il più vulnerabile di tutti”. Là fuori, da affrontare, c’è quel “selvaggio, ostile, ululante spazio bianco”, il prostor di fronte al quale non ci si può che inchinare facendo il segno della croce. Tanto più che l’immane steppa è sferzata dalla tormenta, una “bufera-serpente che spruzzava maligna in alto”, e l’uomo la subisce ubriaco, girando di qua e di là, a volte in tondo, a volte lungo le strade sempre sbagliate del destino. La tormenta (Bompiani, pp. 198, € 17, trad. di Denise Silvestri) è infatti una tremenda allegoria della vita umana e dell’esercizio etico al quale ogni gesto nostro ci invita. Già il viandante di Nikolaj Gogol’, nelle Anime morte, domandava: “quale forza misteriosa attira a te? Che cosa profetizza questo spazio sconfinato?”, questo mantello potente che corre sul pelo della steppa e che qui, in Sorokin, è, come dire, moltiplicato dalla presenza alloppiante della neve-mostro-serpente? Quale profezia, dunque? E quale promessa? Quale sfida?

“Io e te non abbiamo il diritto di tornare indietro. Non sarebbe da russi. E nemmeno da cristiani”, spiega il dottore a Raspino. Il viaggio in propulsoslitta è dunque, in primo luogo, un viaggio della coscienza, ostacolata da una serie di imprevisti, mano a mano più grotteschi e assurdi. Finiscono in un fosso, anzitutto, perché il pattino della slitta inciampa in una piramide trasparente grande come un cappello (scopriremo poi essere, in una escalation di intrusioni kafkiane, una curiosa forma d’allucinogeno sintetico confezionato dai Vitaminder  che, una volta assunto, fa brillare il drogato); c’è poi, ovviamente, la tormenta, sempre più minacciosa, che sembra sprigionarsi dal buio. Poi i lupi, poi un gigante morto, e infine un pupazzo di neve di abnormi dimensioni, “pronto a trafiggere con il suo fallo il mondo circostante”. Lo stesso virus che il dottor Garin è chiamato a curare ha qualcosa di delirante: “trasforma il corpo umano, rendendo i muscoli notevolmente più forti […]. Gli crescono le unghie uguali a quelle degli orsi! […] L’ho visto alla radio: spuntano fuori dalla terra, fuori dal pavimento, come talpe. Spuntano e fanno a pezzi le persone”.

Eppure il dottore deve andare. Si scalda, alza la voce. Ma poi la dirittura morale si storpia, accoppiata, come dire, alle grottesche invenzioni di Sorokin. A preparare i guasti etici del medico sono prima alcune considerazioni, quasi delle massime, il fatto che i vizi accadono, a esempio, o che un ritardo nella consegna del vaccino-2 non genererà nulla di così terribile. Così, oltre agli inconvenienti, ci sono le soste viziose, prima alla casa della gigantesca mugnaia Taisija Markovna, sposa del minuscolo e acido Semën (avvolto dalle potenti cosce di lei, il dottor Garin trascorrerà una notte d’amore); poi nella tenda dei Vitaminder dove il nostro brillerà in un lungo sogno ipnotico che strizza l’occhio, una volta ancora, a Kafka (a un tratto, in pieno trip, Sorokin dice, come il Josef K. del Processo: “deve trattarsi di un terribile errore. Lui non ha fatto niente di male a nessuno”). Sorokin, quindi, svela piano piano la debolezza del medico, che cede agli amori e alla carne, come Živago, e alle droghe che annebbiano e consolano (“Nessuno ti punirà per questo. Se non ti svegli. Se continui a dormire”), e che infine lasciano il corpo in preda alle convulsioni, come un epilettico, come un mite idiota dostoevskijano.

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Ma Garin non incarna la bellezza dell’inerme perfezione morale. Anzi. E se pure, a intermittenza, vive sprazzi di lucida consapevolezza di ciò che sarebbe giusto fare:

Avanzare controvento, superare tutte le difficoltà, tutte le sciocchezze e le assurdità, avanzare dritto, non temendo niente e nessuno, andare, andare per la propria strada, la strada del proprio destino, procedere inflessibili, ostinati. È anche questo il senso della nostra vita! Pensava il dottore.

E se anche, altre volte, Garin è convinto addirittura di star facendo la cosa giusta:

Il mio cammino di vita, perciò, coincide con il cammino che sto percorrendo qui e ora. E se all’improvviso questa luna splendente crollasse a terra e la vita terminasse, io, in quell’istante, sarei degno di chiamarmi Uomo, perché non avrei deviato dal mio cammino. E questa è un’ottima cosa!

Se anche, a tratti, Garin è un uomo felice. Se anche, a tratti, crede di aver sottomesso le vastità del prostor, in realtà, nella maggior parte dei casi, la vastità bianca degli spazi, che fa coppia con la vastità oscura della coscienza, prende il sopravvento e lo soffoca:

Perché siamo sempre a correre da qualche parte? pensava, inspirando ed espirando il fumo con piacere. Sto correndo verso questa Dolgoe. Ma che succederebbe se arrivassi domani? Oppure dopodomani? Un bel nulla. I contagiati e quelli che sono stati morsi non torneranno mai più persone normali. Sono destinati alla fucilazione. Mentre la gente barricata nelle proprie isbe, in un modo o nell’altro mi aspetterà. Sarà vaccinata. E non avrà più terrore della peste nera boliviana. Naturalmente, Zil’berštejn non sarà contento, mi starà aspettando e me ne starà dicendo di tutti i colori. Ma non sono in grado di superare questo freddo spazio innevato con uno schiocco delle dita. Non posso volare sopra queste nevi.

Come la neve della tormenta soffoca le parole e la volontà, così il presente del dottor Garin Platon Il’ic è un oggetto che non si capisce, eppure ci serve, in mezzo a una marea di cose inutili. Il punto estremo della nostra vita non può che essere allora un “totale disaccordo”, e una sofferenza inestinguibile e, tuttavia, utile.

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