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di Domenico Fina

La prima regola è leggerlo, un libro, poiché tra la quarta di copertina e il contenuto spesso esiste un oceano Pacifico di incomprensione e confusione. Mi sono imbattuto in questi giorni ne La figlia femmina di Anna Giurickovic Dato, libro appena pubblicato dall’editore Fazi. Più che romanzo, un racconto lungo, in cui una giovane madre, Silvia, ripercorre la sua vita recente, tra Roma e Rabat, in Marocco. Sposata con Giorgio, un diplomatico, la coppia ha una figlia, Maria, irrequieta, vivace, buffa; il racconto torna e ritorna al presente in un andirivieni di capitoli in cui si alterna la voce narrante della madre, a capitoli più brevi scritti in terza persona. Il presente è una giornata romana in cui la madre ospita Antonio, il suo attuale compagno. Suo marito ora non c’è più. Si capirà e si scioglieranno alcuni punti nello splendido capitolo finale. È un libro aspro, scritto con abilità e con alcuni passaggi persino comici in un libro che comico non vuole essere, e non lo è. La bambina adesso ha 13 anni e cerca di giocare a sedurre il compagno di sua madre, ma è una seduzione comica che non ha l’intenzione seria di scandalizzare, così come tutto il libro in cui la voce narrante della madre sembra faticare nel capire la sua stessa vita. Questo è il lato più interessante e autenticamente originale del libro, lo sguardo strambo di Silvia, la sua realtà interiore che permea quella esteriore. Ho trovato notevole il talento dell’autrice esordiente – ventiseienne nata a Catania e residente a Roma -, meno centrate alcune recensioni che riguardano il libro, forse l’unico accostamento in qualche maniera pertinente è quello che ho letto da parte di Ida Bozzi su La lettura del Corriere della sera, in cui si avvicina l’autrice alla Irène Némirovsky dei racconti, per il piglio e per la capacità pura di raccontare senza adombrare giudizi. L’editore immerge il testo in atmosfere che rimandano addirittura a Lolita o ai romanzi di Moravia. Mi chiedo: si può seriamente caldeggiare un proprio autore esordiente, rendere un buon servizio al testo, con un risvolto di copertina roboante in modo quasi sconsiderato? Chi leggerà questo libro capirà che è essenzialmente una storia d’amore tra una madre e una figlia. Maria, la bambina protagonista non è Lolita, e l’Orco, Giorgio, suo padre, non è presentato come un uomo abietto da cronaca sgangherata. Non c’è nessun accenno di critica borghese. I personaggi sono pochi, quattro, quelli che ho nominato, la nonna Adele ha un ruolo marginale nel racconto.

Il libro è toccante in alcuni passaggi, quelli che coinvolgono Maria, una bambina che vuole piacere, vuole attenzione, in un modo quasi snervante, eppure capace di coinvolgere nel profondo chi legge. Antonio, il compagno di sua madre, sceglie le canzoni, sta ballando con Ella Fitzgerald, Maria si dimena, “si muove come se stesse ascoltando una qualche danza tribale” secondo sua madre. “Dai su, lasciami ballare almeno una canzone, una soltanto. Per una volta che ballo, che sento la musica nell’anima”, sghignazza. “Ma quale anima, che non è nemmeno capace di capire il bene che le voglio”.

È la storia semplice dei loro sogni che nonostante tutto non muoiono; la voce della madre che osserva la sua bambina, capricciosa, toccata, come lei, da una sorte dolorosa: e lo fa con compassione, con umanità, perfino con parole sbadate. Con memoria confusionaria. Tutto si tiene per la bravura dell’autrice, le ingenuità di Silvia, le trascuratezze di chi non vede, di chi non sa vedere. Di una donna che ha prima ingenuamente venerato suo marito, e oggi vive come può, con i sogni da cicatrizzare. Aspetta il suo compagno con una nuova apprensione: “Antonio potrebbe non chiamare più, potrebbe non essere con me domani. In fondo è un uomo semplice, ama le donne, il cinema, il mare d’inverno. Sorride ma con le labbra strette. Sembra uno di quegli uomini che hanno sempre il coraggio dei loro buoni sentimenti, ma chissà se è davvero capace di sentirsi appartenere a qualcuno”.

Eppure questo non è un libro senza speranza, è un racconto che si ferma in un punto preciso dell’esistenza di madre e figlia tredicenne e lascia intravedere una felicità istintiva, una propensione a vivere che entrambe hanno ancora dentro, versate per la felicità, “io penso che la felicità ce l’hai dentro”, dice Maria, nonostante le vicissitudini storte. Maria è intelligente, gioca, ride, legge tutto ciò che può sfilare dalla libreria di casa.

Antonio domanda:

– Ma come fai a sapere tutte queste cose?

– Leggo sempre. Tutti i giorni, non faccio altro veramente. Ma a leggere certe cose, invece, meglio la morte! Tipo quel Sartre.

– Ma Sartre è uno dei capisaldi della letteratura.

– E chi lo decide questo? Io ti dico: meglio la morte!

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