Kent Haruf: la semplicità che arriva dritta al cuore

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di Gianluigi Bodi

Il nocciolo è questo: Kent Haruf ha raccontato una storia d’amore osteggiata. Tutto qui. Semplice, diretto, oserei dire genuino. Semplice e non sempliciotto, semplice e non banale.

Quella tra Addie e Louis è una storia d’amore che sboccia tardi, sboccia sul viale del tramonto, quando i due hanno già superato i settant’anni. Una storia d’amore che a rigor di logica non dovrebbe urtare nessuno, eppure non è così. C’è qualcuno che desidera mettere i bastoni tra le ruote e far naufragare il tentativo di due persone di essere felici. C’è qualcosa di meschino anche a Holt, pare.

Ormai lo sappiamo tutti, Kent Haruf ha scritto questo libro (Le nostre anime di notte, NN, trad. di Fabio Cremonesi) con la morte che aleggiava sopra la sua testa. Ha messo il punto finale e la malattia che lo stava perseguitando lo ha ucciso.

Non dobbiamo mai dimenticarcene. Quello che Haruf ha consegnato alle stampe è un vero e proprio testamento. Un regalo per i lettori, ma soprattutto per la moglie, discreta compagna di lunghi decenni. Ma al di là del significato ultimo de Le nostre anime di notte, ciò che Haruf ha prodotto perseguitato dalla fine non è altro che un esempio lampante di quanta bravura avesse come scrittore. Il suo essere diretto che è anche uno dei motivi per cui ci è piaciuta così tanto la Trilogia della pianura in questo libro è accentuato. La struttura stessa ce lo spiega. Brevi capitoli, a volte di una pagina scarsa. Ma anche lo stile ha risentito di questa urgenza espressiva. Dialoghi scarni che vanno dritti al punto, descrizioni minime e sufficienti a delineare un contesto d’azione. Sembra quasi che Haruf abbia scritto l’essenziale e l’essenziale è semplicità. Perché quando sai che il tuo tempo è contato tendi a volerti circondare da ciò che hai più amato. Il superfluo perde ogni importanza, le cose per cui litigare sono ridotte al minimo. La struttura sociale viene privata di ogni fronzolo, rimane solo uno scheletro, un’impalcatura sociale ridotta al minimo. Ecco perché Haruf ci ha e si è riportato ad Holt. Doveva fare in modo che lui e noi potessimo dire addio.

Il suo diventa dunque un elogio al semplice. Un elogio a quanto di più puro e fondamentale ci sia. Il rapporto tra le persone, sia esso d’amicizia o d’amore. La relazione con il prossimo, il nostro essere anche in quanto parte di un ingranaggio più grande di noi. Quando si tolgono tutte le sovrastrutture che rischiano di appesantire un testo, quando si arriva direttamente al punto, ecco che non rimane altro che l’indispensabile. Per scrivere in questo modo, per togliere fino all’osso e regalare un libro emozionante bisogna essere dei narratori eccezionali.

E allora a noi non resta che seguire la storia di Addie e Louis, una storia che forse si piega e non si spezza. Non resta che immaginarci Kent e la moglie Cathie distesi a letto al buio della notte mettersi a nudo con le parole e cercarsi con le mani sotto le lenzuola.

E credo che alla fine, anche il motivo per cui il pubblico italiano ha adorato l’opera di Kent Haruf sia molto semplice. Credo che il lettore abbia bisogno di rifugiarsi all’interno di una comunità, che abbia bisogno di essere circondato da certi valori di cui magari ha sentito parlare dal nonno e che ormai sono andati irrimediabilmente perduti. Il lettore ha bisogno di sapere che esiste una speranza, un mondo migliore, più a misura d’uomo. Un mondo in cui le persone hanno un legame che va al di là della parentela, un mondo in cui i sentimenti genuini e, ancora una volta, semplici hanno ancora un valore. Quando la famiglia di Gene va allo sbando e lui porta il figlio dalla nonna è grazie a Addie e Louis che il piccolo riesce a percepire l’importanza dei legami emotivi. È grazie a loro se si allontana dalla tirannia del telefonino. Ecco perché il lettore ha amato Haruf o forse, ecco perché l’ho amato io. Avevo semplicemente voglia di sperare che potessero succedere ancora cose meravigliose. Semplice.

Un’ultima cosa. Mi avevano detto che avrei pianto e mi sarei arrabbiato leggendo Le nostre anime di notte. In realtà non è stato così. In realtà ho mantenuto un sorriso lungo centosessantadue pagine. Perché anche se mi rendevo conto delle piccole imperfezioni, degli spigoli che andavano smussati, della corsa a perdifiato per arrivare alla fine, anche se batteva incessante lo scorrere del tempo tiranno, non ho potuto fare altro che sorridere pensando all’ultimo regalo di un grandissimo scrittore ad un devoto ammiratore.

Da persona semplice a persona semplice. Grazie.

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2 pensieri su “Kent Haruf: la semplicità che arriva dritta al cuore

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