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Prosegue il nostro personale omaggio ai cent’anni dal primo disco di musica jazz, inciso e pubblicato nel lontano febbraio 1917. Da allora il jazz – forse in virtù proprio delle registrazioni fonografiche- è divenuta ben presto la musica del Novecento in quanto a originalità e diffusione, proponendo in soli cent’ani una varietà immensa di suoni, linguaggi, stili, movimenti, correnti che nella musica classica hanno impiegato un millennio a manifestarsi. Ma il jazz ha influito soprattutto su altre musiche americane (e non americane): questo breve elenco commentato di 75 diversi album raggruppati in 25 differenti temi dimostra come l’influenza jazzistica si esterni più o meno direttamente quasi in ogni anfratto delle moderne sonorità soprattutto del secondo Novecento.

 

Africa

Fela Kuti, Shankara  (EMI) 1972 + Manu Dibango, Live ’91 (Stern’s Africa) 1991 + Miriam Makeba, The Click Song (SAAR Records) 1964

Dall’Africa, fin dagli anni Sessantan arrivano in occidente nuove musiche in cui i suoni ancestrali vengono rielaborati con un imprinting jazzistico. Ci sono in particolare due sassofonisti: da un lato, dalla Nigeria, Fela Kuti,  il quale già con Shankara, sia rivela l’inventore di ciò che verrà poi chiamato afro-beat, proponendo lunghi brani iterativi dal sapore jazzy e funky, con testi letterari d’impegno sociale. Dall’altro lato, dal Camerun, Manu Dibango, con Live, in una trascinante esibizione dal vivo a Parigi, ripercorre le tappe di una lunga carriera, confermandosi il ‘sassofono africano’ che per primo ha fatto conoscere in Europa la makossa. Oltre loro, non bisogna però dimenticare la,cantante sudafricana Miriam Makeba, che, grazie a The Click Song, compie il suo esordio americano, svelandosi affascinate vocalist anche lei con un primato: risulta infatti la prima donna in musica che ha unito il tribalismo ancestrale agli stilemi pop e jazz.

 

Africa in USA

The Kronos Quartet, Pieces of Africa (Elettra Nonesuch) 1992 + Paul Simon, Graceland (Warner Bros) 1986 + The Osibisa, Sunshine Day (Bronze) 1975

I rapporti Africa/America sono alquanto complicati a livello musicale: al di là del jazz, ad esempio, ci sono oggi artisti statunitensi che rendono omaggio alle sonorità del Continete Nero come il The Kronos Quartet, già famoso per un tributo al bopper Thelonius Monk, che con l’album Pieces of Africa,  dimostra come un quartetto d’archi newyorkese – impegnato soprattutto sul fronte dell’avanguardia – dalla musica classica riesce ad arrivare a trascrivere suggestivamente i canti popolari di Zimbawe, Morocco, Gambia, Uganda, Sudan, Ghana, Sudafrica spesso con l’aiuto di virtuosi locali. Invece il folksinger Paul Simon, con Graceland, firma uno splendido disco di etno-pop globalizzato, ove la forma-canzone è reinventata fra rock stars e musicisti sudafricani. Prima ancora però in Inghilterra si,assire a un caso opposto: il sestetto Osibisa, con Sunshine Day, offre un sound festoso, già rock africano, in quanto band ghanese che si forma (e si ferma) a Londra per lungo tempo.

Black Voices

Dionne Warwick, Presenting Dionne Warwick (Scepter) 1963 + Esther Phillips, Confessin’ The Blues (Atlantic) 1966-1970 + Whitney Houston, Whitney Houston (Arista) 1985

Il canto jazz può vantare un discreto parallelismo con quello soul, che è esclusivo appannaggio delle interpreti di colore, come dimostrano, questi tre bei dischi di epoche differenti, ma con i quali si possono studiare variegati intrecci per via dei gradi di parentela (la Warwick con la Houston) o purtroppo di tragici destini (la Phillips e la Houston). Tuttora attivissima, la titolare di Presenting Dionne Warwick è l’interprete che ha portato al successo le canzoni di Bacharach (l’ultimo grande songwriter), in uno stile raffinato tra soul, r’n’b e pop: in quest’album di debutto non a caso 9 dei 12 songs sono a firma Burt Bacharach (con il paroliere Hal David). Anch’ella all’esordio discografico nel 1963, Esther Phillips, con Confessin’ The Blues artisticamente dà il meglio di sè, avvicinandosi al jazz con timbri caldi particolari, mentre nella restante breve carriera è la cantante soul che predilige di tutto dal pop alla fusion. Infine Whitney Houston della bellissima cugina della Warwick: ottimo esordio commerciale per una cantante black che si è poi smarrita (come la Phillips) nel tunnel delle droghe: qui la voce è soul, ma lo stile anche dance.

Blues

Blind Lemon Jefferson, King of the Country Blues (Yahoo) 1920-1929 + Son House, Father of Delta Blues,   (Legacy) 1965 + John Lee Hooker, Plays and Sings the Blues (Chess) 1989

Ecco tre album che scandiscono l’ultracentenaria storia del blues in tre momenti diversi, lungo un arco temporale di quasi settant’anni dalle prime incisioni sino ai nostri giorni. Abbiamo innanzitutto Blind Lemon Jefferson con King of the Country Blues, un’antologia che copre quasi un decennio: si tratta in assoluto tra le prime incisioni di blues rurali per questo cantante/strumentista cieco e girovago. Assistiamo poi a una sorta di ritorno di fiamma di questo blues arcaico; e con Son House, in Father of Delta Blues, sentiamo uno tra i migliori album dei vecchi bluesmen tornati ad incidere grazie al revival: voce, chitarra, armonica e tanto feeling. Nel solco della vecchia tradizione, dopo tanto blues elettrico, prendiamo infine John Lee Hooker, il cui Plays and Sings the Blues contrassegna in parte il ritorno all’acustico e in piccole formazioni di un grande bluesman alle prese col suo primo repertorio.

Bossa Nova

Astrud Gilberto, & Gil Evans, Look to the Rainbow (Verve) 1967 + Ike Quebec, Bossa Nova Soul Samba (Blue Note) 1962 + Arto Lindsay, O corpo subtil (Gramavision) 1996

Si sa che della bossa nova carioca si innamorano quasi subito i jazzisti americani che la fanno propria in svariate maniere attraverso strette collaborazioni (Gilberto e Evans), raffinati solismi, postmoderni citazionismi. In pratica Astrud Gilberto, & Gil Evans, in Look to the Rainbow, offrono bossa nova con orchestra jazz per la delicata cantante (moglie del mitico João Gilberto) in grado di simboleggiare una bella stagione musicale. Per contro, Ike Quebec, con Bossa Nova Soul Samba, come altri saxmen neri, è sedotto dai suoni brasiliani e quindi offre in tal senso un eccellente contributo con un taglio hard bop. Infine, già esponente della no wave newyorchese, Arto Lindsay, grazie a O corpo subtil, reinventa, memore della propria infanzia, la musica brasiliana in stile bossa nova.

Brazil

Chico Buarque de Hollanda, Construcao (Phonogram) 1971 + Gilberto Gil, Quanta gente vero ver – ao vivo (WEA) 1996 + Carlinhos Brown, Omelete Man (Delabel) 1998

Il Brasile è quasi un continente dal punto di vista musicale per la varietà di stili, linguaggi, movimenti. Chico Buarque de Hollanda, in Construcao, propone il post bossa nova con una sonorità bahiana acustica di grande equilibrio nel cantare l’amore e la politica. C’è poi la MPB (Music Popular Brasilera) di cui il tropicalismo è una corrente assai innovativa: infatti Gilberto Gil, con Quanta – ao vivo, offre il ‘classico’ album live, acustico, riepilogante un’intera carriera, per un sommo esponente della nuova musica brasiliana. Infine, ulteriori contaminazioni sono proposte da Carlinhos Brown, in Omelete Man: a torto etichettato samba-reggae questo sound connota l’ennesima ondata di musica brasilera mescola ritmicamente quasi tutte le sonorità afroamericane con prevalenza soul-funk.

Crazy Swing

Spike Jones, Musical Depreciacion Revue: The Spike Jones Anthology, (Rhino) 1935-1945 + Carl Stalling, The Carl Stalling Project (RCA) 1936-1958 + Raymond Scott, Reckless Nights and Turkish Twilight (Basta) 1935-1948

La storia della musica americana, grosso modo dagli anni Trenta ai Cinquanta del XX secolo, comprende anche diversi personaggi che si fanno suggestionare positivamente dal jazz corrente per trascenderlo e inventare qualcosa di bizzarramente nuovo, richiamandosi inconsciamente persino all’estetica futurista. È anzitutto il caso di Spike Jones, del quale l’Anthology raccoglie i 78 giri di un decennio: antesignano della musica demenziale, guidava una buff orchestra swing, fra rumoristica e dissacrazioni. Arriva poi Carl Stalling, con un’altra antologia The Carl Stalling Project Vol 1,   che rivela il genio della cartoon music per un ventennio: colonne sonore orchestrali tra divertimento, avanguardia, intelligenza, dissacrazione. Infine Raymond Scott, in Reckless Nights and Turkish Twilight,  ancora una raccolta lungo tredici anni: spesso alla testa di piccoli gruppi resta una stravagante figura di instancabile sperimentatore, qui alle prese con un ironico swing dadaisticheggiante.

Cuba

Los Afro-Cuban All Stars, A roda Cuba le gusta, 1997+ Los Irakere, La misa negra (Messidor) 1986 + Carlos Puebla, Santiago Martinez, Pedro Sosa, La bodeguita del medio (Milestone) 1957

L’isola di Cuba appare quasi un Continente dal punto di vista musicale per la varietà di stili che si affermano lungo il  Novecento, influenzando più o meno direttamente molte altre sonorità afroamericane. Andando a ritroso scopriamo ad esempio che gli Afro-Cuban All Stars di Juan de Marco, con A toda Cuba le gusta, reiterano in pratica il lato strumentale e jazzistico della vecchia musica cubana (messa in disparte da Fidel Castro) da poco riscoperta da nordamericani ed europei. Invece Los Irakere, con La misa negra, risultano tra i pochi gruppi cubani a tentare di allargare i propri confini musicali, aprendosi al jazz e alla fusion, negli anni più difficili della revolución. Infine Carlos Puebla, Santiago Martinez e Pedro Sosa, con La bodeguita del medio, si esibicono in acustico nel celebre bar dell’Avana, prima della rivoluzione dei Barbudos, quasi in guisa di moderni cantastorie.

 

Folksingers

Willie Nelson, Stardust (Columbia) 1978 + James Taylor, Live (CBS) 1993 + Laura Nyro, Laura: Live at the Bottom Line (Cypress) 1989

Sembrerebbe, a prima vista, che il sound dei cantautori bianchi e l’espressione del musicista jazz siano due mondi incompatibili è invece non è così: già dagli anni Sessanta molti folksinger interpretano classici della black music o scrivono in stile blues o con ritmi swinganti. Ad esempio Il più bravo tra i counrymen attuali Willie Nelson, in Stardust, rilegge alla sua maniera una dozzina di vecchi standards che il jazz ha interpretato milioni di volte. Oppure il James Taylor del Live, offre un concerto acustico in cui il delicato folksinger bostoniano rilegge oltre vent’anni della propria carriera, in cui affiorano molti pezzi bluesegggianti o swingati. Infine per Laura Nyro, con Laura: Live at the Bottom Line abbiamo il concerto newyorchese del ritorno, in cui l’intensa cantautrice interpreta le proprie composizioni con un feeling tra pop e jazz.

Funk

Earth Wind & Fire, Gratitude (Columbia) 1975 + Funkadelic, One Nation Under a Groove (Warner) 1978 + Afrika Bambaataa, Looking for the Perfect Beat (Tommy Boy) 1980-1985

Il rhythm’n’blues durante gli anni Settanta cambia pelle diverse volte, trasformandosi in funky nel migliori dei casi oppure degenerando in disco music o ancora preludendo all’hip-hop. In tre dischi epocali per la black music avvertiamo tali metamorfosi. Earth Wind & Fire in Gratitude, doppio live con tredici elementi in scena, propone un’ottima performance per conoscere “l’orchestra” che seppe coniugare il soul, il funky, la dance, persino il jazz, con estrema raffinatezza. L’estroversissimo George Clinton è contemporaneamente leader dei Parliament e dei Funkadelic, con quest’ultimi firma One Nation Under a Groove un capolavoro tra dance, jazz e nascente rap, in grado anzitutto di innovare il r’n’b scegliendo, come per il nome del gruppo, una detonante miscela anche tra funky e psichedelica. Infine Afrika Bambaataa, con la raccolta Looking for the Perfect Beat, si presenta, nel decennio successivo, come padre della musica rap in uno dei primi dischi di questo genere, quasi un tam-tam da giungla metropolitana dagli ossessivi ritmi afro-elettrici.

 

Girls

Barbra Streisand, The Barbra Streisand Album (Columbia) 1962 + Liza Minnelli, Liza! Liza (Capitol) 1964 + The Supremes, A’ Go Go (Motown) 1966

Negli anni Sessanta debuttano tre cantanti – che fra l’altro si fanno strada anche come attrici teatrali e cinematografici – dallo stile vocale lontano dal rock e dal pop imperanti, ma vicino al song classico (Streisand), al musical (Minnelli), al soul (Ross). Dunque Barbra Streisand, con The Barbra Streisand Album, si rivela, fin dall’esordio discografico, Fra le interpreti femminili, come l’ultima importante erede di una tradizione canzonettistica tipicamente bianca americana. Anche Liza Minnelli, in  Liza! Liza, approda a un album d’esordio notevole, per una figlia d’arte che sa staccarsi dai modelli genitoriali, pur vivendo nel mito della canzone da musical: qui si ascolta infatti un’ottima rilettura di dodici song più o meno ‘classiche’. Infine le seducenti Supremes, in A’ Go Go, si confermano il maggior trio vocale dell’epoca, al nero femminile, con Diana Ross in evidenza nel celebre morbido stile Motown con tanto soul e piglio danzereccio

Italy

Lucio Dalla & Marco Di Marco, Lucio Dalla Marco Di Marco (Fonit-Cetra) 1985 + Nicola Arigliano, I Sing Ancora (Onix Jazz Club) 1995 + Enzo Jannacci, In teatro (Joker)1964

Sono molti i cantautori ‘imparentati’ con il jazz nella storia della musica italiana (basti a pensare a Paolo Conte, su tutti). E tutti, nelle proprie rispettive carriere, declinano il jazz in modi assai personali, come ritorni periodici (Dalla), quale stile canoro (Arigliano) o semplicemente nel senso di uno swing interiore (Jannacci). Quindi due vecchi amici bolognesi come Lucio Dalla al clarinetto e  Marco Di Marco al pianoforte nel quasi omonimo album Lucio Dalla Marco Di Marco si rincontrano per dar vita a un dialogo di tipo mainstream che per entrambi vale una grande partecipazione emozionale. Il vecchio redivivo (o meglio riscoperto giustamente dai jazzofilo) Nicola Arigliano, con I Sing Ancora, dopo un lungo silenzio, offre uno strepitante ritorno in scena, dal vivo a Matera, con il glorioso crooner che ripercorre in jazz la sua carriera fra standard d’Oltreoceano e canzoni italiane swingate. Sfumata l’idea, negli anni Ottanta, di un album strumento l’Enzo Jannacci più jazzistico lo si può forse ascoltare in uno dei suoi primi album In teatro: è un grandissimo Jannacci, ancora dialettale, cabarettista, trasgressivo nei temi affrontati e nello stile canoro, che viene accompagnato dalla crème dei jazzmen milanesi talvolta con ritmi dixieland.

 

Latina

Perez Prado, Havana 3am (RCA Victor) 1955 + Machito, The Original Mambo Kings (Verve) 1948-1954 + Tito Puente, Dance Mania (RCA Victor) 1958

Molti generi della musica cubana degli anni Quaranta e Cinquanta risultano vicini al jazz e proprio per questo gli scambi reciproci saranno frequenti si avvertono anche in questi tre dischi. Innanzitutto, trapiantato all’Avana lo spagnolo Perez Prado con Havana 3am presenta un album di studio dal significativo pregio musical-fonografico per la big band diretta da un versatile protagonista dei ritmi latinoamericani (mambo e cha cha cha compresi). Il percussionista Machito, con The Original Mambo Kings, si conferma tra i re del mambo alle congas e alle maracas: una musicalità caliente denominata afrocubop poi salsa o latin jazz con sede a Nueva Yorika. Infine Tito Puente, grazie a Dance Mania, si conferma l’anticipatore propria quale salsero nuevoiorican, con virtuosismi ai tamburi da parte di un percussionista attento al jazz e allo spettacolo.

Louisiana

Clifton Chenier, 60 Minutes with the King of Zydeco (Arhoolie) 1955-1996 + Queen Ida, Play the Zydeko (GNP Crescendo) 1977 + Balfa Brothers, Plays Traditional Cajun Music (Swallow) 1974

In America c’è uno stato del sud, la Louisiana creato da francesi, poi passato agli spagnoli, quindi ancora ai francesi e infine agli statunitens,: qui nel Novecento zydeko e cajun sono gli stili autoctoni che fondono culture bianche, nere, creole. Tra gli artisti insigni il più noto Clifton Chenier, nell’antologia 60 Minutes with the King of Zydeco, si conferma un trascinante fisarmonistica, magari più influenzato dal blues e dal jazz classici, guadagnandosi davvero la fama di re e beniamino della musica nera della Louisiana. Pure Queen Ida, grazie a Play the Zydeko, è da ascoltare: resta senz’altro signora o meglio la regina del zydeko, come viene da tutti chiamata: qui abbraccia la fisarmonica e intona il repertorio tradizionale con gusto spettacolare e blueseggiante. Infinei Balfa Brothers, con Plays Traditional Cajun Music, sono i due fratelli che offrono un eccellente campionario della musica popolare bianca della Louisiana.

Neo Cool

Carmel, The Drum Is Everything (London Records) 1984 + Sade, Diamond Life (Epic) 1984 + Sting, Dream of the Blue Turtles (A&M)1985

A metà degli anni Ottanta la musica pop-rock britannica vive una stagione straordinaria per la capacità di far propri linguaggi sonori eterogenei dal reggae allo ska, dal funky allo swing. Qualcuno parla addirittura di neo cool per definire un nuovo modello che guarda idealmente a un genere jazz (il cool bianco degli anni Cinquanta) rimosso per decenni ma ora rivalutato per stile, look, atmosfera. Quindi, anzitutto, Carmel con The Drum Is Everything vede la vocalist Carmel McCourt che dà vita a un trio (contrabbasso e batteria) che fonde pop, jazz, soul in un’atmosfera molto vintage, del resto tipica della Londra di quegli anni. La splendida Sade, all’esordio con l’insuperato Diamond Life, è la female singer di origine nigeriana, che, in terra inglese, segna il ritorno alla melodia e alla forma-canzone: raffinata freddezza quasi dal gusto cool jazz. Infine in quegli anni c’è pure Sting, con Dream of the Blue Turtles, anch’egli ‘esordiente’, ovvero primo lavoro da solista per l’ex cantante/bassista Police, in un nell’album con ospiti illustri (Bradford Marsalis su tutti), verso una pop song jazzata adulta che richiama indirettamente la fusion e il postbop.

Nu Jazz

Quincy Jones, Back on the Block (Qwest) 1989 + Miles Davis & Easy Mo-Bee, Doo-Bop (Wagner) 1991 + Herbie Hancock, Future Shock (Columbia)1983

I grandi jazzisti passati al funk e al rock sono sempre in evoluzione come mostrano tre album ‘tardivi’ di altrettanti pionieri della fusion. Trombettista, producer, arrangiatore, talent scout, tra i primi a sposare la causa jazzrock e a lanciare Michael Jackson, Quincy Jones, con Back on the Block, licenzia un disco che è una sorta di storia della musica nera (con ospiti famosissimi) con insistenza sull’attualità (dance e funk). Dopo aver cambiato il corso della musica almeno quattro-cinque volte, Miles Davis con il rapper Easy Mo-Bee registra, poco prima di morire, Doo-Bop: si tratta del disco postumo più hop-hop funkeggiante del grande trombettista, riscoperto vent’anni dopo come anticipatore della techno.Tornato all’acustico, dopo l’esperienza con gli Headhunters, Herbie Hancock, in Future Shock, mostra come un raffinato pianista hard bop, per breve tempo ha flirtato con il pop elettronico, come in quest’esempio di riuscita contaminazione funky.

 

Prog

Area, Maledetti. Maudits (Cramps) 1973 + Premiata Forneria Marconi, Jet Lag (Manticore) 1977 + Le Orme, Collage (Philips) 1971

La prima metà degli anni Settanta in Italia è contrassegnata dalla presenza di tantissimi gruppi rock oggi definiti prog (da progressive) grazie all’assorbimento di eterogenei linguaggio sonori, tra cui il,jazz almeno in questi tre album. Maledetti (Maudits) è il quarto LP (un vero e proprio concept) di Area (per esteso International Popular Group), ovvero un anomalo quintetto progressive con il vocalist greco Demetrio Stratos: qui tra rock e politica, c’è moltissima sperimentazione, con tanti jazzisti free come ospiti (Steve Lacy, Paul Lytton, Eugenio Colombo, eccetera). Jet Lag della PFM (ovvero Premiata Forneria Marconi) segna una decisa svolta per quello che veniva ritenuto il miglior gruppo cosmopolita e filobritannico di prog italiano; senza più Mauro Pagani, il quintetto adotta uno stile fusion che si limita a questo album per via della presenza dell’americano Greg Bloch al violino. Collage del trio Le Orme è il secondo album ufficiale e quello della consacrazione prog: il trio vicentino, dopo un esordio beat, infatti si avvicina a un rock strumentale con lunghi brani e forti impennate organistiche (memore della lezione di Emerson, Lake & Palmer).

Rock’s Roots

Louis Jordan, The Best of Louis Jordan (MCA) 1942-1945 + Muddy Waters, His Best 1956 to 1964 (Chess) 1956-1964 + Dr John, Dr John’s Gumbo (Atco) 1972

Gli intrecci fra la storia del jazz e quella del rock sono inequivocabili se si pensa a questi dischi e a questoi personaggi: già negli anni di guerra, con un decennio di anticipo, il Louis Jordan della raccolta di si goli The Best of Louis Jordan, si rivela amabilmente cantante e sassofonista con lo stile jump da lui lanciato, che ha in pratica anticipato le sonorità del rock and roll. Un altro afroamericano, Muddy Waters, sempre con una raccolta,  His Best (già di 45 giri, vista l’epoca) si conferma cantante, chitarrista, compositore: insomma è il blues nero chicagoano ai massimi vertici espressivi: molti brani divenuti in scaletta non a caso diventeranno cover rock. Infine il bianco, ancora attivissimo, Dr John, con Gumbo, si espone quale cantante e pianista, rappresenta la modernità bianca di New Orleans, che sintetizza blues, soul e old jazz.

Soft

Ray Conniff, S’ Wonderful / S’ Marvelous (CBS) 1956-1957 + Martin Denny, Exotica I e II (Liberty) 1957-1958 + Henry Mancini, The Music from Peter Gunn (1959)

Accanto al jazz più commerciale esiste una musica soft per grandi orchestre che spopola tra la midlde class adulta negli Stati Uniti degli anni Cinquanta/Sessanta. Viene chiamata in tanti modi a seconda della distanza più o meno ravvicinata con il jazz medesimo. Ecco tre esempi eterogenei. Ray Conniff, nei due (riuniti su cd) S’ Wonderful / S’ Marvelous, è il direttore easy listening, che però sperimenta, arrangia, inventa questa musica per coro e orchestra dal sapore lounge che incarna appunto lo spirito di un’epoca. Martin Denny, con Exotica I e II,  è protagonista appunto dell’exotica, una filosofia stereo che ricrea in studio finte atmosfere primitive, misteriose è un po’ hawaiane. Henry Mancini, grazie a The Music from Peter Gunn, si rivela l’instancabile autore di musica da film (nonché espertissimo arrangiatore) soprattutto con pezzi in grado di camminare da soli

 

Sincopato Tricolore

Quartetto Cetra, Tutto Cetra. Un bacio a mezzanotte (Rhino) 1949-1969 + Nino Rota, Tutti i film di Fellini (CAM) 1951-1973 + Carosone Renato e il suo Sestetto, Carosello Carosone (Pathé) 1956-1959

Negli anni Cinquanta, come anche prima della guerra, sia la canzone sia la musica da film subiscono l’influenza del jazz americano, come mostrano questi artisti tra loro anche molto diversi, ma uniti dalla passione di citare qua e là riferimenti più o meno occulti ai ritmi sincopati. Anzitutto il Quartetto Cetra, con Tutto Cetra. Un bacio a mezzanotte, regala una ricca antologia con ben 50 grandi successi durati un ventennio di Tata Giacobetti, Virgilio Savona, Felice Chiusano, Lucia Mannucci, formidabile gruppo vocale, per l’Italia simpatico innovatore, tra swing e rivista, cabaret e melodia. Il compositore Nino Rota, nel CD Tutti i film di Fellini (orchestrati qui da Carlo Gavin nel 1974), si conferma grandissimo artigiano di colonne sonore, trovando nel cineasta romagnolo Federico Fellini, molto più che un sodalizio professionale: e a commentare talvolta le immagini fiabeschi e surreali trapela anche il jazz, tra romanticismo e clownerie. Il pianista, vocalist, compositore, bandleader Carosone Renato, in Carosello Carosone, antologizza i successi canzonettari di un napoletano verace che per primo coniuga ludicamente la tradizione partenopea ai modelli d’Oltreoceano, dal boogie al rock and roll, dai ritmi caraibici ai balli sudamericani.

 

Soul

Otis Redding, Live in Europe (Stax/Volt) 1967 + Booker T. & the MGs, McLemore Avenue  (Stax) 1970+ Ike & Tina Turner, River Deep, Mountain High (A&M) 1966

Il soul legato al r’n’b negli anni Sessanta vede un’infinità di protagonisti, anche se pochi risultano profondi innovatori: tra questi Otis Redding per le intepretazioni canore, Booker T per la vena jazzata, Ike & Tina Turner per una grinta quasi rockeggiante. Ascoltiamoli in tre album celeberrimi, molti utili anche per il jazzologo al fine di inquadrare storicamente tutta la black music di quel periodo. Dunque in Live in Europe di Otis Redding troviamo il cantante soul più dotato per sensibilità e interpretazione in un album dal vivo (a Parigi per la tournée collettiva della Stax) divenuto un classico della black music grazie alle trascinanti cover accompagnate da Booker T & The MGs. E proprio questi ultimi, Booker T. & the MGs, con McLemore Avenue licenziano un ottimo cover album lavoro o tributo ante litteram, tutto incentrato su Abbey Road dei Beatles, confermandosi il maggior gruppo soul strumentale. Infine Ike & Tina Turner, con River Deep, Mountain High, all’epoca sono la coppia (poi divorziata) più famosa della black music in un album vigoroso che trasuda soul, rock e r’n’b dalla prima all’ultima canzone attraverso una dirompente fisicità, che negli spettacoli dal vivo è il tratto qualificante assoluto.

Stars

Marilyn Monroe, Complete Recordings (Recording Arts Reference Edition) 1955-1961 + Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr, The Rat Pack: Live & Cool (Crimson) 1962-1963 + Elvis Presley, From Elvis in Memphis  (RCA) 1969

Le icone americane degli anni Cinquanta sono soprattutto cantanti popolari e attici cinematografiche. Tra i primi nasce subito la rivalità fra il crooner per eccellenza (Sinatra) e il nuovo re del r’n’r (Elvis), mentre fra le dive sono in molte a cimentarsi in un vocalismo a che prossimo al jazz, come nel caso di Marilyn. Dunque la Monroe, nella raccolta Complete Recordings, da attrice-simbolo del glamour del XX secolo si cala nei panni della cantante fra torch song e sketch umoristici: non caso parecchi brani cantati sono tratti dai molti suoi film. Troviamo invece Frank Sinatra, assieme a Dean Martin e a Sammy Davis Jr nel disco The Rat Pack: Live & Cool che riguarda la tipica esibizione del trio vocale del clan Sinatra (appunto il Rat Pack), fra amici crooner, motivi celeberrimi e spettacolo garantito: insomma un po’ di goliardia è un po’ di swing per non farsi mancare nulla. Infine l’Elvis Presley del ritorno in From Elvis in Memphis: registrato in studio nella sua città preferita, con un repertorio di cover che spazia dal pop al gospel, dal soul al country, perfezionando al contempo una linea melodica che più o meno consciamente guarda soprattutto alla black music.

Vocal Groups

The Mills Brothers, All Time Greatest Hits (MCA) 1942-1967 + Bob Willis & The Texas Playboys, Bob Willis & The Texas Playboys  (MCA) + The Platters, The Magic Touch: An Anthology (Mercury)

I gruppi vocali sono una costante della musica americana sia bianca sia nera, mescolandosi con la storia del jazz efficaci connubi in epoche diverse, come mostrano questi tre ensemble dall’innegabile virtuosismo spettacolare. Iniziamo con I Mills Brothers, con All Time Greatest Hits, una collezione lunga un quarto di secolo, in cui il quartetto di fratelli neri incarna per anni l’idea di vocalismo jazz dai funambolici intrecci canori, persino in anticipo sullo stile doo-wap. Negli stessi anni, di pelle bianca Bob Willis con i suoi Texas Playboys, nell’omonima raccolta si connota quale maestro indiscusso del western swing (o hilljbillj jazz) a dimostrazione di come persino il country adottasse la musica dei ‘negri’. Tempo dopo, i Platters, con la raccolta di grandi hits dal titolo The Magic Touch: An Anthology sono il quintetto vocale nero alla moda, grazie al cocktail di influssi pop, soul, r’n’b che approdano a un immenso successo commerciale.

 

Vocalism

Harry Belafonte, At Carnagie Hall (RCA) 1959 + Nat King Cole, Live At The New Latin Quarter (NLQ Entertainments) 1963 + Mahalia Jackson, The Apollo Sessions (Pair Records) 1946-1951

Ciò che unisce questi tre dischi sono i loro protagonisti neri, che per primi, grazie alle loro splendide voci (e anche grazie alla nascente televisione), hanno avvicinato il pubblico bianco alla cultura musicale afroamericana variamente declinata, dai ritmi caraibici (Belafonte) al jazz sofisticato (Cole) fino al canto religioso (Jackson). Ascoltiamoci in tre album live, in cui si notano anche le loro (diverse) capacità di intrattenitori. Harry Belafonte, con At Carnagie Hall,  offre un disco che per molti critici resta il più bel live della storia della popular music: è comunque un ottimo esempio sia per conoscere la musica calypso sia per apprezzare un grande interprete versatile. Di Nat King Cole in Live At The New Latin Quarter, un locale di Tokyo, più che il jazzman e il pianista, qui si apprezza il crooner per eccellenza grazie a un canto vellutato inimitabile: un’orchestra locale lo accompagna in 16 standard. Infine Mahalia Jackson, in The Apollo Sessions, nel tempio della black music profana (che non frequenterà più, una volta raggiunto il successo) si impone come la più grande interprete di inni spiritual e gospel, restituendo alla musica religiosa nera l’immediatezza partecipante.

White Blues

Al Kooper, Mike Bloomfield, Stephen Stills, Supersession (Columbia) 1968 + Steve Ray Vaughan, Texas Flood, (Epic) 1982 + The Blues Brothers, Original Soundtrack (Atlantic) 1980

La recente storia del blues bianco è composta da tre sfortunati musicisti (Bloomfield, Vaughan, Belushi) che, pur nelle loro brevi esistenze, hanno lasciato un segno molto forte. Supersession a firma Al Kooper, Mike Bloomfield, Stephen Stills, in pieno clima sessantottotesco costituisce prima vera jam session nel mondo del rock sul modello jazz e blues: un multistrumentista e due chitarristi elettrici (uno per lato del vinile) su sei cover e tre original firmati Kooper-Bloomfield. Texas Flood segna il prorompente esordio discografico di Steve Ray Vaughan, chitarrista texano bianco con un amore innato per il blues nero che viene da lui ‘tradotto’ con un sound distorto di sicura efficacia pop. Infine Original Soundtrack dei Blues Brothers è appunto colonna sonora di un film cult che grazie a John Belushi (e i molti grandissimi ospiti come Cab Calloway, Aretha Franklin, Ray Charles, James Brown) riporta il auge la Great Black Music, non solo blues, ma anche swing, boogie, soul, r’n’b.

 

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