img_20170222_141727

(disegno di Giacomo Verri in ‘stile Matticchio’)

di Tiziano Fratus

Di quel centinaio di romanzi che affronterò in un anno non pochi restano in attesa di un’ultimazione che probabilmente non sopraggiungerà mai. Alcuni sono già entrati nel novero del classico, tuttavia del classico novecentesco, altri appartengono a questa nostra attuale contemporaneità. Purtroppo gli italiani che mi soddisfano sono quasi tutti morti, tranne pochi, scarni nomi. Anche autori di fama mondiale spesso mi insoddisfano, con quel tono da professori di qualche notevole università o da columnist del New Yorker. E così, fra una delusione e l’altra, mi accaso fra saggi, testi ibridi che sanno di viaggio, di filosofia, che ridefiniscono il confine fra narrativa, natura e pensiero, e ogni tanto mi inoltro nelle vastità in penombra della poesia. Qui le belle sorprese, al contrario, sono maggiori delle delusioni e dei cedimenti.

Poiché in viaggio, ho divorato Le nostre anime di notte di Kent Haruf (trad. Fabio Cremonesi) in pochi giorni nell’edizione digitale, abbattendo un altro mio personale limite: sono un animale proveniente dal cartocene. Leggerlo mi ha ripresentato la sensazione che, nel tempo, ho provato affrontando alcuni grandi autori. Già dalle prime pagine la calma e la delicatezza che l’autore sa imbastire suggeriscono che il romanzo possa essere un gran bel libro, oltre gli strilli editoriali, oltre le recensioni superbe, oltre le necessità dell’attuale e malconcio mercato editoriale. E non sarà un caso che l’opera di Haruf sia stata avviata nel mondo della nostre patrie lettere da un editore giovane, NN.

Tutto è semplice, essenziale, chiaro, ben detto, nulla di più e nulla di meno, l’autore non intende sorprendere o scioccare il lettore, dare prova della propria maestria: Haruf è un onesto artigiano che sa cucire con l’ago del silenzio e della discrezione. Eppur se lo stile è minimale non è scevro di una certa eleganza. Poche pennellate ai dialoghi aggiungono descrizioni paesaggistiche della cittadina di Holt, già incontrata nella precedente Trilogia della pianura, e così osserviamo come termina una giornata, le case che mutano sentimento, gli alberi al fine della strada, assicurando quel tocco di poesia che un certo qual gusto per il realismo si porta appresso, come in certi quadri dell’Hopper o di Andrew Wyeth.

Il lettore viene accompagnato immediatamente nel cuore della storia. Due anziani, entrambi vedovi, decidono di iniziare a passare la notte insieme, senza promesse, senza avidità, senza bramosia, ma con la placida curiosità di due bambini quasi innocenti, un tocco dopo l’altro, parlando sommessamente nel cuore della notte. Una condivisione di esperienze, idee, ricordi e tempo che li coinvolge sempre più in profondità, facendo i conti coi tabù della mentalità di provincia, e ancor più con le difficoltà, talora purtroppo soverchianti, dei figli. Ma attenzione: non si tratta di un inno alla bontà, non è soltanto una carezza fra due persone alla fine della vita, le meschinità inaspettate si manifestano, così le nostalgie laceranti, i sensi di colpa, le sciagure, fra i due protagonisti non tutto scorre come il lettore si augura o crede di intendere.

Le nostre anime di notte va letto e riletto, è il frutto maturo di una scrittura attenta ad ogni minima esitazione. Il vento passa fra una parola e l’altra ed è lì che noi restiamo in attesa, ad ascoltare.

Annunci