La cognizione del tempo delle anime di notte

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di Giuditta Casale

Ero già stata una volta ad Holt, leggendo Benedizione, e ho voluto contenere la smania di tornarci, per continuare a rimasticare le sensazioni che il libro mi aveva donato. Perché la scrittura di Haruf, con la sua aurea mediocritas arriva diritta al cuore come un dono, inatteso ma a lungo sperato.

Ho colto dunque al balzo l’occasione di tornare a Holt con l’ultimo romanzo del grande scrittore americano, sempre tradotto da Fabio Cremonesi e sempre pubblicato da NNE. Un vero ritorno, dunque, per il lettore: che ritrova la stessa voce del traduttore, e per me è un dono straordinario poter leggere l’opera dello stesso autore nella medesima traduzione, perché ho così la possibilità di appurare differenze e discrepanze stilistiche riconducendole con una pressoché  assoluta certezza all’originale e non alla traduzione. Come è fondamentale ritrovare la stessa casa editrice, per rinnovare il senso di ritorno nell’impaginazione, nel lettering, nelle decisioni tipografiche. Per uno scrittore come Haruf, in cui i dialoghi hanno una valenza fondamentale, trovarli stampati allo stesso modo in ogni romanzo, senza alcun segno distintivo che li evidenzi, credo che sia sostanziale per sancire un ritorno in luoghi cari. E questo è solo uno dei tanti esempi che potrei fare sulla cura e l’attenzione editoriale della casa editrice milanese.

Il protagonista assoluto di Le nostre anime di notte è il tempo. Un tempo che si trasforma nella narrazione. Dapprima tempo della solitudine da sfuggire con un espediente insolito e insospettato, qual è la richiesta di Addie Moore, di passare insieme le notti, rivolta a Louis Waters, il vedovo che abita a un isolato di distanza con il quale non ha mai intrattenuto nessun tipo di rapporto, se non quello cordiale e distante di essere amica della moglie:

Sto parlando di attraversare la notte insieme. E di starsene al caldo nel letto, come buoni amici. Starsene a letto insieme, e tu ti fermi a dormire. Le notti sono la cosa peggiore, non trovi?

Louis sembra riluttante, e invece è solo il desiderio di non essere precipitoso, poiché da subito passare la notte con Addie diventa la cosa più importante delle sue giornate e ciò che maggiormente gli interessa nella vita. Quello che gli rimane della vita. Perché Addie e Louis sono anziani, ma il loro incontro dilata la percezione del tempo, arricchendolo di aspettative e speranze:

Non abbiamo fretta, disse lui.

No, prendiamoci il tempo che ci serve.

La loro relazione non fa del male a nessuno. Entrambi vedovi e soli, i figli adulti e lontani. Eppure gli altri cominciano a parlare di loro, a metterli in discussione, a chiedere ragioni, alcuni persino a sperare che possa capitare anche alla propria solitudine di trovare un ristoro simile. La loro relazione comincia a fare del bene, non solo a loro stessi ma alla comunità, o almeno a quella parte della comunità che sa tenere le cose piccole e impercettibili che accadono nella giusta considerazione. Qui, mi sembra, che Kent Haruf cominci una sottile sovrapposizione “metaletteraria” tra la storia dei due anziani, la sua produzione letteraria e in generale la propria vita. I libri di Kent Haruf fanno bene, nella loro delicatezza, a quei lettori che sanno riconoscere il bene nei gesti piccoli, che sanno godere dell’inatteso, che sanno meravigliarsi.

Addie ha una percezione del tempo, il proprio tempo, molto netta e decisa:

Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché  dureranno.

Una piccola crepa comincia a serpeggiare lungo la dorsale del loro incontro. Il tempo mostra la finitudine, in una concezione struggente e sentimentale, perché non è un termine determinato, e la sua indeterminatezza accresce la nostalgia e la malinconia, non rispetto a quello che è stato, ma rispetto a ciò che è.

Nella vita della coppia irrompe un bambino di sei anni, il nipote di Addie, Jamie, parcheggiato a casa della nonna per i problemi di coppia dei genitori. Gene, il figlio di Addie, le impone la presenza del bambino senza darle possibilità di scelta, con arroganza e spavalderia. Quando la donna dà la notizia a Louis, la prima reazione dell’uomo riguarda il tempo, la durata della loro relazione:

Immagino che per noi sia la fine, commentò lui.

Invece per la coppia è un nuovo inizio, il bimbo li ringiovanisce, li spinge a fare esperienze nuove, a essere quello che come genitori forse non sono mai stati. Jamie è una restituzione, sempre in termini di tempo. Un ritorno al passato, rimanendo nel presente. Sembra davvero che il tempo si sia fermato in un presente sospeso, immobile, tranquillo, ricco di emozioni e occasioni.

Chi si sarebbe aspettato che a questo punto delle nostre vite potesse capitare una cosa del genere. Chi l’avrebbe mai detto? Per noi le novità e le emozioni non sono finite. Non siamo diventati aridi nel corpo e nello spirito.

È l’interpretazione di Addie alla propria storia, in un passo fortemente emblematico del racconto, in cui Haruf svela in maniera esplicita il livello metaletterario che è sotteso in più punti del racconto, facendo discutere i protagonisti su uno spettacolo teatrale tratto da Benedizione. Ma non è semplice divertissement. Attraverso i suoi personaggi Haruf  sottolinea la particolarità di Le nostre anime di notte all’interno dei libri sulla contea di Holt.

La nostra storia non è più improbabile di quella dei due vecchi allevatori di bestiame.

Però è un’altra cosa.

Fabio Cremonesi nella bellissima Nota del traduttore si concentra sull’urgenza presente nel libro, da cui anche il bimbo sembra influenzato, aderendo alla poetica di “prima che sia troppo tardi” in cui sono imbrigliati i protagonisti. La Nota presenta un’interpretazione fascinosa, che mi ha guidato nel ripercorrere le mie impressioni di lettura e che mi ha suggerito punti e passaggi su cui soffermare l’attenzione. Le discrepanze tra il mio sentire e gli spunti interpretativi offerti dal traduttore  raccontano la meraviglia di un testo come “Le nostre anime di notte” che interloquisce con la parte più profonda del lettore, adattandosi a letture plurime e variegate.

Sono i giovani che hanno urgenza ed emergenze, a mio avviso, mentre agli anziani è data una cognizione più piena del tempo. È Jamie che chiede ragguagli sui topolini cresciuti che hanno abbandonato la scatola in cui erano custoditi e accuditi:

Non li vedremo più?

E Louis risponde con la saggezza dell’età, che con il tempo non ha più debiti:

Probabilmente no. Potremmo vederli in giardino oppure fuori, intorno al garage, lungo qualche muro o accanto al capanno. Dovremo guardare bene.

Ecco il dono che il tempo riserva ai due anziani, e di cui è invece privo il fanciullo e con lui gli adulti: la capacità di guardarsi intorno con attenzione e cura e di scorgere la vita che continua il suo corso.

Lo stesso dono che la scrittura di Kent Haruf fa al lettore, che ribadisce  ancora una volta quella sovrapposizione metaletteraria tra la vicenda narrata e la poetica dello scrittore.

È nel passato che Louis e Addie hanno vissuto l’urgenza e l’emergenza, l’onda del dolore e delle frustrazioni, le speranze tradite e i compromessi dolorosi, le scelte inevitabili e i tradimenti del destino.

La scelta di Addie nei riguardi di Louis e del tempo da trascorrere insieme, per quanto lacrimosa e dolorosa, è una scelta di pienezza giocata sulla piena consapevolezza del tempo:

Ma non posso aspettare tutto quel tempo. Potrei essere già morta. Non posso perdermi questi anni con lui.

Non sarà una rinuncia, ma un compromesso. Un nuovo inizio, un ricominciare.

L’eredità di Le nostre anime di notte è nella consapevolezza di un tempo che ha perso la sua frenesia, che guarda al passato senza commettere gli stessi errori, che sa apprezzare ciò che accade senza sentire la veemenza di mordere le occasioni o la furia di possederle.

Anche nel momento più difficile della loro relazione, i due riconoscono tutto il bello che c’è tra di loro e che niente e nessuno potrà negare, neppure la fine:

Mi hai fatto bene. Cos’altro si potrebbe desiderare? Rispetto a com’ero prima di stare con te, sono una persona migliore. È merito tuo.

Oh, non hai smesso di essere gentile con me. Grazie, Louis.

La riflessione sul tempo di Haruf non è lineare, somiglia alla bonaccia, che  nasconde sotto l’apparente calma della superficie, inquietudini e contraddizioni. C’è il pianto e il dolore, la delusione e la frustrazione,  l’incombenza della morte. Ma anche, e soprattutto, la perseveranza di vivere il tempo come presente, nell’illusione che ci sia ancora tempo

come quando abbiamo cominciato a vederci. Come se avessimo ricominciato.

Non è un caso che a Holt non ci sia il mare, che spesso è burrasca e tempesta, senza però rinunciare all’acqua e al suo potere di purificazione e ristoro. È acqua tranquilla, cheta, ma a suo modo vitale e rigenerante, come quella del “torrente Chief Creek, a est di Holt, lungo la Highway. Il torrente era poco profondo e aveva il fondale sabbioso; sulle rive, sotto i salici, crescevano l’euforbia e un prato rasato dalle mucche al pascolo”.

Ed è proprio sulle rive di quel torrente che Addie e Louis si mettono a nudo, scoprendosi sazi e un po’ appesantiti. Sazi del tempo presente vissuto insieme, appesantiti dalla vita e dai rispettivi vissuti.

Sentivano la corrente spingere lingue di sabbia sotto di loro.

È l’inquietudine, che serpeggia nella corrente, ma non li travolge, resta sotto di loro, silente anche se non scevra di conseguenze.

Sul retro della copertina di Le nostre anime di notte si legge:

Questo libro è per chi è stato ad Holt e non vede l’ora di tornarci, ma è soprattutto per chi, a Holt, non ci è ancora mai stato.

Tornare a Holt, e attraversarla di notte, con la chiara percezione della finitudine del tempo, ma senza lasciarsi sommergere dallo stesso, è stato un dono grande, e mi piace credere che Kent Haruf abbia abbandonato Holt con la stessa sensazione con cui io ho terminato la lettura del romanzo, nella convinzione che sarebbe stato come un ricominciare, pur nella consapevolezza che

C’è un tempo e un luogo per ogni cosa.

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