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(foto di Gabriele Di Fronzo)

 

L’anulare

 

(L’orrore di guastare è ancora più forte dell’angoscia di perdere).

ROLAND BARTHES, Frammenti di un discorso amoroso

Il romanzo di Yoko Ogawa (Piccola Biblioteca Adelphi, trad. di Cristiana Ceci, 2007, pp. 103) è un mostro a cui, di tanto in tanto, desidero portare un mazzo di fiori. Ho con questo libro un rapporto lambiccato tra molte cortesie e cautele, finora mi è capitato di averlo letto tre volte. L’anfratto che ritagliano queste centotré pagine è inospitale e la donna che lo abita è sola. Ha appena trovato da lavorare come segretaria nel laboratorio del dottor Deshimaru. Prima era assunta in una fabbrica che produceva gazzosa, finché un giorno si schiacciò un dito negli ingranaggi della macchina, “il sangue era schizzato nella cisterna tingendo di rosa la gazzosa e spumeggiava tra le bollicine”. Smette, quindi, di bere quella bevanda gassata e quando ciò non è sufficiente si licenza. Lascia il villaggio sulla costa e arriva in città, non ha amici né parenti. La palazzina un tempo era un pensionato femminile. Nel laboratorio del dottor Deshimaru non esiste approssimazione e il lavoro, dopotutto, è semplice: i clienti portano oggetti che desiderano siano trasformati in “esemplari”. Lei accoglie la clientela, prende in consegna gli oggetti e ci mette sopra le etichette. Lui trascorre le giornate nel seminterrato, luogo a lei interdetto, a fare i suoi prodigi. Il primo esemplare che vede sono tre funghi: li portò una ragazzina che li aveva visti crescere tra le macerie della sua casa andata in fiamme. Un’altra cliente porta lo spartito del brano che il fidanzato di una volta aveva composto per lei: vuole liberarsene. Gli oggetti, dopo essere stati tramutati in esemplari dalle cure doviziose del dottor Deshimaru, sono catalogati e conservati lì, nelle stanze sempre più stipate del vecchio pensionato femminile. Finora nessun cliente è mai venuto a ritirarli, non è previsto che questo accada. Quel grande magazzino contiene, tra il resto, ornamenti per i capelli, nacchere e binocoli da teatro. Si tratta di ricordi penosi, commoventi, dolorosi, strazianti e il costo per trasformare ciascuno in un esemplare, come lei ha imparato a dire presto, è “più o meno l’equivalente di un menu completo per una persona in un ristorante di cucina francese”. La voce della donna è intatta, sembra che non l’abbia mai usata prima. Ed è bella come una stalattite, appena venata da una turpe dolcezza. Ha una modestia femminile, tanto pronta all’opera quanto alla sofferenza. La vedo attraverso gli shoji, quei pannelli scorrevoli in carta di riso su intelaiatura di legno, usati in Giappone sia da finestre che come divisori tra le stanze, mentre s’innamora del dottor Deshimaru. Lei ha da subito un’inclinazione per lui che presto, quando questi inizierà a condurla nella sala da bagno con le piastrelle blu che sembrano farfalle, diventerà un gorgo in cui la ragazza non vorrà più smettere di fluttuare. Il suo più grande desiderio ora è che il Dottor Deshimaru dedichi al suo anulare sinistro, sbeccato al tempo della gazzosa, la consueta coscienziosità e che se ne prenda cura con amore, come fa con ogni lavoro commissionato. Allora, il giorno che potrà veder finalmente trasformato il suo anulare in un esemplare, lei verrà accompagnata nel seminterrato del laboratorio e per sempre sarà “completamente immersa nello sguardo di lui”.

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Gabriele Di Fronzo (1984) è nato a Torino. Scrive per L’Indice dei Libri del Mese e Rivista Studio. Ha pubblicato racconti su Nuovi Argomenti e Linus. Il grande animale (nottetempo 2016, Premio Augusta, Premio Volponi Opera Prima, Finalista Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante) è il suo primo romanzo.

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