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di Anna Vallerugo

Giacomo Verri, uno scrittore che stimo particolarmente, mi ha chiesto un contributo su Kent Haruf (invitandomi così a nozze): ringraziandolo, gli ho inviato questa piccola nota.

Tanto si è scritto sulla trilogia di Haruf, entrata di diritto nel novero dei classici moderni: sulla grazia salvifica che la attraversa, la lingua scarnificata, piana  ma incantatoria – resa magnificamente nella traduzione di Fabio Cremonesi -, la piccola contea di Holt-mondo, i suoi personaggi amatissimi.  E sugli equilibri familiari inattesi, nutriti di amore puro e di gesti piccoli ma pieni di significato, carezze per l’anima. Come avevo scritto, tra gli altri, anch’io, (per chi volesse, qui) chi ci è entrato nel cuore sono uomini, donne e bambini “protagonisti di storie piccole, di fragilità e resistenza, in un microcosmo inventato e universale in cui ci riconosciamo tutti almeno un po’ (sul modello probabilmente di Faulkner, a cui Haruf dichiarava di dovere tanto, che aveva creato un’intera contea nella saga di Yoknapatawpha) fatto di cucine vissute, capanni degli attrezzi, tettoie metalliche. Dove ci si incontra o si decide di lasciarsi vicendevolmente spazio, pur restando presenti, o ancora semplicemente ci si sfiora. E’ materia delicata, questa, di sentimenti puri, e di silenzi, tanti.”

Così scrivevo di Crepuscolo, dove si percepiva tutta la resistenza alla parola, per esempio, dei due fratelli McPheron, gli anziani allevatori avvezzi a viversi accanto in un dialogo fatto di soli gesti, che avevano accolto nelle loro solitudini anche la piccola Victoria Roubideaux, incinta e cacciata di casa, ricostruendo un nucleo familiare anomalo ma solido e vero. Scoprono il proprio limite, i due fratelli, nell’inadeguatezza della parola trattenuta: pagine in cui Haruf eccelle, riuscendo nel miracolo della resa su pagina proprio dell’inciampo, del taciuto.

Poi però, inatteso, cambia rotta Haruf e ne Le nostre anime di notte (per chi volesse, ne avevo scritto anche qui, ci stupisce con una vicenda costruita invece in forma dialogica: ci rende partecipi del nuovo corso di vita dei vicini di casa Addie e Louis, in non più giovane età, che rinunciano, questi, ai silenzi e decidono invece di ”attraversare le notti insieme”, parlando.

Ma la sua bravura non ha cedimenti. Riesce anche così a restituirci pienamente ogni minimo sommovimento emotivo nell’aprirsi – cauto,  graduale, che si prende il giusto tempo – all’altro, Haruf, e a conservare intatti, puri, quel senso di pudore holtiano e di rispetto profondo che ci attendiamo da lui anche in questa nuova forma di lingua esplicitata, di confidenze notturne a ricostruire vite intere – di Addie e Louis, ma anche delle famiglie e della comunità che gravita loro attorno, un’America minore e universale -: per il nostro piacere di lettori, in schiera sempre più folta, che continuiamo a ringraziare NNEditore per la scelta davvero felice di averci “portati” tutti nell’inattesa grazia della contea di Holt.

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