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di Martino Baldi

Qualche giorno fa, come altre centinaia di persone, consigliavo sulla mia bacheca Facebook la lettura di Le nostre anime di notte con queste parole, scritte senza pensare, sull’onda dell’emozione dell’inizio della lettura:

Esiste una meraviglia più grande di una meraviglia che ti meraviglia nonostante tu sia prontissimo ad essere meravigliato?

La meraviglia è stata infatti – e lo è stata limpidamente – la sensazione più forte che ho provato addentrandomi nel libro. Ma di che meraviglia parlavo? Una prima chiave di lettura è quella più immediata, la meraviglia che aveva effettivamente fatto scrivere queste poche parole: conoscendo ormai Kent Haruf mi immaginavo di leggere un libro notevole ma la bellezza di Anime è addirittura superiore alle aspettative e quindi sono rimasto meravigliato. Da una parte è certamente così. Ma  ho riflettuto poi su quelle semplici parole che il sentimento mi aveva dettato, chiedendo a me stesso cosa si nascondesse sotto la superficie. L’occasione mi è venuta dal commento della mia amica Caterina, che mi chiedeva di convincerla ad acquistare il libro:

Tipo? Convincimi.

Al che, ma ancora una volta di istinto, rispondevo:

Tipo che due anziani pensionati vedovi in un piccolo paese della provincia americana perbenista decidono di dormire insieme per farsi compagnia e passare le notti mano nella mano nel letto a parlare, fregandosene di quello che dice la gente. Libro notturno, intimo, delicato, sullo spazio e il tempo che possiamo farci vicendevolmente, e insieme, nella vita, se sappiamo danzare una danza lenta.

Se avessi dovuto parlare a qualcuno che aveva già letto gli altri libri di Haruf sarei partito certamente da Holt, dalle continuità e dalle discontinuità avvertite rispetto ai tre romanzi precedenti, dai rimandi interni stilistici e di ambientazione. Ma stavolta non potevo usare quegli argomenti. Dovevo andare al cuore dell’emozione senza riferimenti intertestuali o ammiccamenti tra harufiani della prima ora. E grazie a questa affermazione, non pensata, gettata lì, di puro cuore, mi si è aperta – credo – una strada più profonda di comprensione di quello che ho provato durante la lettura.

Ho letto Le nostre anime di notte come fosse la descrizione di una danza. Addie e Louis in fondo cosa fanno se non danzare? Lo stesso delicato cerimoniale iniziale è qualcosa di molto simile a quello che accade in una sala da ballo, dove qualcuno deve vincere la propria timidezza per invitare al ballo un’altra persona. E deve trovare la naturalezza, distanza, la misura, il linguaggio, il ritmo perché l’invito sia accettato e perché le prime fasi del ballo siano un reciproco modo di conoscersi e accordarsi. Se la sintonia è perfetta si apre uno spazio mistico, una bolla di sintonia che ha del sovrannaturale, tra due danzatori che si scoprono affiatati per la prima volta.

Mi sono chiesto cosa significasse questa danza e cosa avesse a che vedere tutto ciò con Holt.

La mia impressione è che Haruf, di volteggio in volteggio, stavolta sia finito lontano da Holt. Sia finito dentro un’anima che è ben più universale di quanto universale sia (e lo è) la cittadina che ha inventato. Ed ecco la seconda natura della meraviglia. Se la Trilogia è un’opera insieme monumentale e delicata sullo “spazio” (nel solco della grande narrativa americana) e su coloro che lo abitano, Le nostre anime di notte è invece una magnifica dissertazione sul “tempo”. Sotto forma di ritmo. Quello necessario per danzare, per farsi spazio a vicenda, ma uno spazio stavolta tutto intimo, interiore, aereo.

Addie e Louis ci ricordano a ogni pagina che la felicità è tutta una questione di ritmo e di come questa magia si renda possibile non abitando uno spazio ma, più spesso, creandolo. Non prendere spazio ma dare spazio. Non è un caso se per descrivere uno stato di incanto possa bastare a volte, come Haruf si fa bastare, un elenco di cose o di azioni. Un elenco semplice. E come, se riguardiamo quell’elenco, ci accorgiamo che ogni elemento potrebbe tranquillamente essere sostituito da un altro, senza scalfire la perfetta restituzione dell’incanto descritto. Conta il ritmo (interiore ed esteriore) con cui le cose accadono e con cui le accogliamo dentro di noi.

Una lezione di felicità: trasformare lo spazio in tempo e il tempo in spazio. Che poi è esattamente quello che fa la danza. Ecco cosa mi è sembrato di aver imparato da quei due signori, ed ecco perché non smetterò mai più di voler loro bene anche a libro chiuso. Come non smetterò di essere grato ad Haruf. E all’eroica banda di NN che ce lo ha regalato.

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