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di Mariolina Bertini

Il termine “falsa coscienza”, rigorosamente al singolare, ricorreva spesso nel lessico degli anni ’70. È il termine con cui Marx designa l’ideologia, in generale: ogni ideologia economicamente e socialmente condizionata. Ma nel parlato quotidiano di quel decennio militante alludeva sempre all’ideologia borghese, addebitandole tutte le nefandezze del mondo, dalle canzoni di Orietta Berti  al maschilismo di James Bond, dai deodoranti al lime dei Caraibi ai saggi di Alberoni sull’amore. Volgendo l’espressione al plurale (False coscienze. Tre parabole degli anni zero, Bompiani, 2017, pp. 201, euro 14), Matteo Marchesini – nato nel 1979 – ci introduce in un mondo in cui quella comoda semplificazione non ha più corso, e ogni individuo si dibatte nella trappola della sua personale “falsa coscienza”, predisposta, certo, dai condizionamenti sociali,  ma anche forgiata dalle sue illusioni e dai suoi risentimenti, dalle sue rabbie e dalle sue viltà, dalle sue paure e dalle sue nostalgie.

Omogenei nella scrittura, i tre racconti di questa raccolta divergono nell’atmosfera. Il primo – Eröffnungsfeier (festa inaugurale) – ci introduce in un gruppo di trentenni più o meno intellettuali che festeggiano uno di loro, il poeta Dario, e il suo nuovo appartamento bolognese. Tra vecchi amici e nuove conoscenze, il cazzeggio autoironico mal dissimula velenose competizioni, insicurezze e tradimenti. Il secondo – Rapida ascesa di B. Lojacono – mette in scena il mefistofelico esperimento del professor Astolfo Bordiga che fa emergere, nel gruppo  dei suoi adoranti discepoli, il suo clone più ottuso e conformista, destinandolo al successo letterario e politico come esponente naïf della “follia padana”. Il terzo, La voce del coniglio, forse il più ambizioso, è quasi una riscrittura, sullo sfondo di una Bologna  notturna lugubre e fatiscente, della gaddiana Cognizione del dolore. Scava con crescente crudeltà in un rapporto madre-figlio irto di antichi ricatti e di incurabili rancori, finché il teatrino ginzburghiano di una conversazione fintamente svagata precipita nella tragedia. È sul primo dei tre racconti che vorrei proporre qui qualche riflessione, estensibile in parte agli altri due, egualmente complessi nell’apparente linearità di un intreccio dallo scatto implacabile, dalla meccanica senza sbavature.

Eröffnungsfeier  ha una particolarità che mi ha ricordato quella famosa illusione ottica citata da Wittgenstein e da Gombrich: l’immagine che guardata da sinistra a destra ci mostra un coniglio, e guardata da destra a sinistra si trasforma in un’anatra. Perché è un racconto che ha almeno due possibili letture, corrispondenti a due diverse immagini della stessa realtà.

   Una lettura possibile pone al centro del racconto Omar e Vera, coppia di esotici seduttori, infidi e modaioli. I due irretiscono, senza sforzo apparente, Elisa, la deliziosa fidanzata di Dario, finendo per esercitare anche su di lui un fascino mesmerico e ambiguo, fondato sulla bellezza fisica e sulla sofisticata padronanza dei codici mondani. L’efebica Vera, collezionista di scatole di latta vintage, ha aperto una boutique a Parigi, mentre Omar, abile nel valorizzare le proprie origini marocchine, è il regista di Fatras, un corto vagamente onirico destinato a circolare nei festival di nicchia. Dario decifra, lucido e ostile, ogni loro mossa e ogni loro tic, ma resta inchiodato a una passività simile a quella che ci paralizza nei sogni. La festa inaugurale del suo nuovo appartamento è l’occasione in cui – sotterraneamente – si compie l’irreparabile. La prevista partenza di Elisa per Londra e poi per Berlino, dove i suoi itinerari incroceranno quelli di Omar e di Vera, si trasformerà da viaggio di studio in fuga definitiva. Sulla fine della coppia Dario-Elisa incombe il sinistro auspicio di un incidente che trasforma l’inaugurazione della casa in una luttuosa liturgia dell’imbarazzo: l’investimento e la morte, giù in strada, di Bobi, il beagle di una coppia di anziani vicini di casa, l’operaio ‘Gusto e la moglie, patetici emblemi dell’Emilia rossa del tempo che fu.

Questa lettura, che pone al centro della storia la coppia Omar-Vera, evoca un racconto alla Henry James o alla Edith Wharton. Un racconto che  possiamo immaginare senza difficoltà trasposto tra le kenzie e le portiere di broccato di un salotto parigino del 1896: Elisa e Dario, apprendisti newyorkesi della vie élégante, sarebbero in quel contesto le vittime predestinate del levantino Oscar e della bostoniana Vera, che spiccherebbero per dandystico cinismo tra i  meno scafati amici bohémiens, mentre l’impacciata silhouette del vecchio ‘Gusto apparterrebbe a un fedele giardiniere di origine campagnola.

Ma se invece di privilegiare Omar e Vera ci concentriamo su Dario ed Elisa, cambia la fisionomia della storia, e i numi tutelari non sono più Henry James e Edith Wharton ma piuttosto Kundera, Mc Ewan o   qualcuno dei narratori del Novecento italiano cari al Marchesini critico, come Moravia o Soldati.

In quest’ottica, la storia di Dario ed Elisa diventa quella della crisi endogena di una coppia, su cui le influenze esterne agiscono solo occasionalmente. Tutta la luce piove sulla sofferenza aggrovigliata di Dario  e sulla silhouette sfuggente di Elisa, che evita il suo sguardo fumando nervosamente e già si prepara a svanire nell’ignoto, come un’eroina moraviana o un’inafferrabile Albertine. E viene in primo piano la compulsione di Dario a specchiarsi nella goffaggine proletaria e senescente di ‘Gusto, nei suoi sensi di colpa per la distrazione che ha causato l’investimento del cane. E anche a identificarsi nello strazio del povero Bobi ridotto, sotto i fari della Punto investitrice, a “un piccolo straccio giallognolo”, metafora della vita inerme stritolata dal tempo e dal destino.

Testo plurale per eccellenza, come dimostrano le sue diverse letture possibili, Eröffnungsfeier condivide una particolarità con certi romanzi di Natalia Ginzburg: ignora il confine fra narrativa e teatro, e dalla pagina potrebbe spostarsi sotto le luci della ribalta senza perdere un briciolo di plausibilità. Il parlato dei suoi personaggi, e il commento del narratore Dario, che evidenzia il sottotesto dei loro gesti e delle loro fisionomie, regge singolarmente bene alla prova della lettura ad alta voce. Prova che dopo il confine tra teatro e racconto ne cancella un altro: quello tra prosa e poesia. Leggiamo le righe che illustrano quel che Dario intravede della propria compiaciuta ma anche dolorosa immaturità:

Sì, soltanto ora lo vedo, qui rovesciato sul nuovo divano Ikea: quest’ansia mi riguarda, e nella sua forma più grave: che è poi la volontà primordiale e ostinata di credere che quella che sto vivendo non sia mai la realtà vera, ma quasi un gioco offertomi sulla sua soglia da adulti invisibili, quasi un interminabile preludio o un’anticamera del mondo autentico la cui grazia e condanna sta nel non poter davvero ferire, né lasciarsi ferire irreparabilmente.

O queste altre,  scintillanti di inutile acutezza:

Comunque, eccomi qui a cercare una posa, ridicolmente, come quei tipi che ho sempre detestato, quelli che appena finiscono al margine del quadro assumono lo sguardo trasparente di chi non vuole a nessun costo mendicare un ruolo da comprimario né appartarsi mostrando il suo rancore.

Chi ha familiarità con le raccolte poetiche di Marchesini, ne riconosce in questi passi non soltanto il lessico, ma  l’andatura, il ritmo, il respiro. È il suggello di una coerenza stilistica che scavalca le barriere tra i  generi per imporsi, con sicurezza, al centro della nostra scena letteraria attuale.

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