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Grazie a questo nuovo disco (Red Records 2016) da una registrazione live rimasta finora inedita, si torna finalmente a parlare di Massimo Urbani (1957-1993), il sassofonista romano morto a soli trentasei anni per colasso cardiocircolatorio dopo un’esistenza trascorsa a drogarsi pesantemente: una figura tragica, insomma, che ricorda le vite grame di tanti suoi colleghi americani, a cominciare da Charlie Parker, a cui viene giustamente accostato non tanto per il valore storico – i piani sono obiettivamente diversi – quanto per l’intensità del suono e la generosità delle interpretazioni quando entrambi ovviamente hanno la forma fisica e la concentrazione mentale necessaria a suonare, improvvisare, swingare, elaborare un tema con varianti fino ad assolo strepitosi. In tal senso queste registrazioni sono esemplari: provenienti da un concerto tenuto la sera del 9 giugno 1979 presso la Villa Comunale della cittadina marchigiana, Massimo Urbani sfodera il proprio talento che, stilisticamente parlando, non è in fondo altro che quello di un harbopper aggiornatissimo: ci sono soltanto cinque brani che però durano dagli undici ai venti minuti, dimostrando appunto cosa si possa fare al sax tenore anche riutilizzando standard consumatissimi e proseguendo la lezione dei vari Sonny Rollins, John Coltrane, Dexter Gordon, Jackie McLean. Naturalmente Urbani non è solo: eccellente anche come leader, sa scegliersi gli accompagnatori ideali per seguirlo in queste lunghe jam session che eccitano il pubblico ma prima ancora se stessi: ecco dunque interagire con Massimo soprattutto uno strepitoso Franco D’Andrea al pianoforte, da poco reduce dall’esperienza fusion del Perigeo alla ricerca di una nuova verginità; oltre qualche assolo notevolissimo è lui a tessere le fila tra il sax tenore grintoso e la sezione ritmica che deve sostenere ritmi incomparabili (come pure languide ballad), grazie al timing e al drumming di Attilio Zanchi al contrabbasso e Giampiero Prina alla batteria. A sentire dunque Invitation (Kaper), You Don’t Know What Love Is (Raye/DePaul), Milestones (Davis), No Idea Of Time (D’Andrea) e Cherokee (Noble) è vero quanto afferma Enrico Rava nel booklet: Aveva solo ventidue anni ed era irresistibile.

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