La saggezza di Stoner, cinquant’anni dopo

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Stoner è la storia d’un ragazzo di campagna del Missouri che diventa professore universitario. Chi non l’ha letto dovrebbe farlo perché si tratta di uno dei più grandi romanzi americani. Peccato che nel 1965, quando il volume di John Edward Williams (1922-1994) fu pubblicato da Viking Press in edizione hardcover (rilegatura rigida e sovraccoperta; oggi si scova in qualche libreria antiquaria e lo potete portare a casa con 2500 euro), ne vennero tirate solo duemila copie che, sì, andarono tutte vendute grazie a un paio di recensioni importanti (sul «New Yorker» e sul «The New Republic») ma poi il libro uscì di catalogo e non se ne sentì parlare più, se non sporadicamente, per quasi cinquant’anni. Certo, nel 1972, col romanzo storico dedicato all’imperatore romano Augusto (in Italia da Castelvecchi nel 2013, trad. Oddera-Lattanzi), a Williams misero in mano il National Book Award for Fiction. Ma Augustus non è Stoner. Stoner è il capolavoro, il libro diverso da tutti gli altri, il romanzo che, scritto in un’epoca e da quella ignorato, ne sta segnando indelebilmente un’altra. La nostra.

La riscoperta è avvenuta tardi o forse, semplicemente, è venuta nel modo giusto. Vintage lo ripubblica nel 2003, e poi John McGahern lo vuole nel 2006 tra i Classics della New York Review Books, finché Morris Dickstein lo decreta, per il «New York Times», romanzo perfetto. L’uomo che scrisse il romanzo perfetto suona appunto il ritratto che di Williams ha approntato nel 2016 il biografo Charles J. Shields (in Italia per Fazi) e sulla natura dell’innegabile e chimerica perfezione del romanzo si sono interrogati in molti, occasionalmenete, altri con sistematica dedizione costruendo sul ‘fenomeno Stoner’ un dossier speciale della tedesca «WestEnd», rivista che si rifà alla vecchia «Neue Zeitschrift für Sozialforschung» della Scuola di Francoforte. I sei saggi, ora tradotti da Barbara Carnevali e Luca Savarino (La saggezza di Stoner, a c. di B. Carnevali, Fazi, pp. 132, € 16) analizzano l’opera cardine di Williams “a partire tanto dalla portata sociale della sua ricezione celebrativa quanto dal suo valore di diagnosi epocale”. Barbara Carnevali, presente con due interventi – tra i migliori del volume –, pennella Le due vite di Stoner, la banale storia privata di quest’uomo mediocre e patetico che, lungi dal confrontarsi con i grandi eventi mondiali, respira di conserva coi ritmi ancestrali di chi forza la zolla finché cede e accoglie il seme. Assecondatore delle leggi della vita, Stoner, come gli avi contadini, impronta il mestiere di studioso a una “saggezza negativa” che s’abbevera, però, a una “gioia più positiva di ispirazione romana ed ellenistica”. Egli è sereno pure se gli amici muoiono al fronte, se la donna di cui si innamora e che sposa, Edith Bostwick, è una pazza isterica, se l’indimenticabile rapporto con la figlia Grace è guastato dalle impuntature della moglie, se il collega d’università Hollis Lomax confligge con lui a causa di un allievo, danneggiandogli la carriera, se, infine, la relazione extraconiugale con Katherine Driscoll, studentessa di dottorato, non riesce a fiorire. Stoner è saggiamente sereno perché l’animo suo solfeggia in una “temporalità naturale”, tra nascite e morti, bisogni fisici e alternarsi delle stagioni, consegnando al placido professore un tratto di sovrumano stoicismo senza enfasi che – mi si conceda – m’ha ricordato del Calvino della Giornata d’uno scrutatore non il naufragio delle certezze, non la crisi interiore, ma il necessario – forse non voluto, e però istintivo – superamento dell’impegno politico di Amerigo Ormea in favore d’una più rarefatta pietas che nell’amore scorge l’itinerario unico per abbracciare il caos del vivere.

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Non si tratta quindi di bieco fatalismo pessimistico, perché, là dove la sorte s’incattivisce, Stoner, proprio lì, trasmette “un senso di esemplarità morale”, luminosa, olimpica, scandita – tout se tient – da “intensi momenti di repentino innamoramento” che lo mettono in condizione – perfetta – di ricevere il bene che pure le situazioni più tragiche sanno somministrare. Ma come fa a accoglierlo tanto serenamente? Rifiutando gli impostori, Lomax, prima di tutto, e il suo pupillo Walker, egocentrico ed edonista. Stoner scalza l’individualismo e le irriducibili singolarità degli slanci romantici, ignora la Grande Storia e la Società – simile, in fondo, a Amerigo Ormea – per far posto alla “vita buona” incarnata nell’amore per la filologia quale “pratica etica che pone un argine all’arbitrio, all’incompetenza e alla presunzione individuali”.

E se pure nel volume leggiamo saggi più severi – Axel Honneth sostiene che il professore di Williams “non sembra possedere la capacità di rielaborare e di dar forma al proprio sé” – credo che le intuizioni più graffianti siano proprio quelle che usano Stoner non solo per dire i cambiamenti della società negli ultimi cinquant’anni ma per lanciare, da lì, un allarme che tutti dovremmo ascoltare. Stoner, scrive Eva Illouz tracciando un bel paragone con Madame Bovary, “legge i libri nello stesso modo in cui ama: come un modo di abitare più pienamente la propria coscienza”. Egli, con deliziosa laconicità, diventa competente del mondo isolandosi da esso, lottando eroicamente, scrive Julika Griem, “contro la modernizzazione del sistema educativo, percepita, specialmente dal punto di vista delle discipline umanistiche, come una rottura della tradizione e un’esautorazione di competenze”. Sì, oggi Stoner ci piace – e vende vagoni di copie – perché racconta di un uomo e del suo sapere che, insieme, resistono al mondo, assicurando felicità e consapevolezza agli animi, oggi forse più socratici (sul confronto tra Stoner e Socrate costruisce la propria analisi Frieder Vogelmann), più consci del nostro “sapere di non sapere” rispetto a quel 1965 che lanciava modelli culturali consolatori ma di cartapesta: agenti segreti che ne sapevano una più del diavolo e cowboy che, come scrisse qualche anno fa Giulio Questi, “riuscivano turbati fino alla demenza dal senso dell’onore”. Così Stoner, snobbato nei Sessanta, dimenticato quando nei Settanta ci si ribellò contro tutto e tutti, a partire dall’università, oggi torna a parlarci, e tanto intensamente, dal colorato edonismo dove il lato deteriore della rivoluzione culturale ci ha precipitati. E noi, malinconici, lo leggiamo, suggendo ogni stilla della sua ostinata e riparata saggezza che “ora rende straordinariamente seduttiva la regressione politica a una torre d’avorio amministrata in maniera feudale”.

Perché le cose cambino – in meglio – sarà bene ripartire da Stoner.come scrisse qualche anno fa Giulio Questi, “riuscivano turbati fino alla demenza dal senso dell’onore”, come scrisse qualche anno fa Giulio Questi, “

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