U.S. Army soldiers from the 2nd Platoon, B battery 2-8 field artillery, fire a howitzer artillery piece at Seprwan Ghar forward fire base in Panjwai district

“Il veterano scalcia via la sedia e la corda fa il suo mestiere”. Perché in realtà non si muore in guerra, ma si muore dopo la guerra. Brian Turner (La mia vita è un paese straniero, NNE, pp. 196, trad. di Guido Calza, euro 18), sette anni tra Medio e Estremo Oriente, tra Bosnia-Erzegovina e Iraq al servizio dell’esercito americano, è oggi un importante cantore di quella vita nell’aldilà che è il ritorno a casa, il nostos di chi ha fatto la guerra e ha imparato il suono del ventesimo secolo, il linguaggio fisico della paura al quale “la soffice architettura del cervello reagisce” come di fronte a una specie di conversazione. Lungo scenari che corrono di là dalle esperienze personali, Turner racconta la Guerra come dimensione psichica, trascinando nel frastuono onirico anche le esperienze che vissero gli avi, il padre, lo zio, il nonno: non solo, quindi, la Bosnia o la Highway 1, “l’Autostrada della Morte irachena”, non solo Fort Lewis, stato di Washington, dove ci si allena a guardare la morte in faccia e si impara la messa in sicurezza (come se la guerra, mai, potesse essere una cosa sicura); non solo la “notte arancione del Kuwait”, e poi la Firebase Eagle che, a nord di Baghdad, “avvolge il suo ferro di cavallo attorno a una famiglia irachena e ai suoi bimbi”; ma anche il garage di casa che il padre di Tuner cambiò in un dojo alle cui pareti rombavano le foto degli Hell’s Angels, anche la stanza da letto dove, nel cuore dell’amplesso, “un’infermiera spinge un veterano che respira debolmente: ha dei pallini da caccia conficcati nel cervello, i chirurghi lo seguono e accanto alla barella si fermano a confabulare sul da farsi”. Turner inanella ricordi, reminiscenze, sogni e incubi crollati da altre guerre, in Vietnam, nella penisola della Kamčatka, durante il Primo e il Secondo conflitto mondiale, giù giù, fino alle battaglie napoleoniche. Quel che importa è, però, il concetto di guerra come gestazione, legato a doppio nodo con la domanda fondativa: perché arruolarsi?

Ci si arruola perché i giuramenti eroici sono una stronzata, ci si arruola perché la gente di Fresno ha “spirito di sopportazione a palate”, si firma perché, “a un livello profondissimo e immutabile”, si sa che si parte senza mai tornare. Cento motivazioni, tutte vere, nessuna sufficiente, se non quando si dice che si va alla guerra per diventare uomini. Nessuno slancio romantico, nessun senso dell’onore alloppiante. Per diventare uomini occorre nascere due volte. La guerra, quella vera, è un utero: al ritorno – se si torna – è come se si venisse espulsi da una seconda placenta, da una verità essenziale che, poi, diventa intangibile. Dopo, la memoria è una sala d’attesa onirica, la surreale anticamera a un futuro che ha le sembianze di un “immenso dispensario, un’inondazione di farmaci, di ricette che piovono giù, antidepressivi e antipsicotici”. Tutto il resto è oscenità e carneficina buona a nutrire la realtà bidimensionale dei videogiochi.

Nell’utero della guerra, invece, ogni cosa è possibile: un bombarolo può lavorare “a un ordigno senza accorgersi di star canticchiando insieme a Tommy James”; nei mercati iracheni, puoi trovare i dvd porno intervallati a quelli religiosi; e puoi comprare, se ti va, una fica artificiale. Nella girandola dei possibili, nel vasto archivio della storia non scritta, la guerra-utero insegna i cento modi in cui puoi morire – l’elenco va aggiornato di continuo – col fine di stabilire il limite della sofferenza. Nella guerra-utero non ci si riconosce (i Fratelli non sono più quelli di Ungaretti) ma ci si camuffa, ci si nasconde, ci si rannicchia, se si può, si dettaglia il lutto “perché stia in una mano”.

Ma “cosa succede quando arrivi a casa?” La guerra continua, ecco. Perché la guerra, anche quando non si sa perché ci si è andati (ma esiste qualcuno che sa perché è nato?) è l’ereditarietà genetica per il resto dei giorni di chi l’ha vissuta; la guerra è nostalgia, è una calamita uterina: chi fa la guerra è in quell’alveo che si forma. I veterani a volte si suicidano perché non ce la fanno a uscire, non ce la fanno a galleggiar senza i suoni amniotici della battaglia. Dopo, è difficile raccontarsi che “il mondo è ancora mondo”, che si può camminare sulla terra anziché sul fondo degli oceani, che si può vivere senza i ‘fratelli’ morti in guerra, senza i gemelli mai nati, mai usciti dall’utero della battaglia.

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