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Gioia e tormento

Paralipomeno al mio Russia 1917: Un anno rivoluzionario (Roma, Carocci, 2017)

di Guido Carpi

Arrenditi al sogno impossibile,
si compierà ciò che decretato.
Del cuore la legge inflessibile:
Gioia e Tormento son uno!

Aleksandr Blok, La rosa e la croce

 

Un’altra storia della rivoluzione russa? «Mò basta, c’è accis’ a salute…» – Par di sentirsi levare un rimenio dalle latebre del popolo leggente. – «Le date ormai le conosco, i personaggi mi si sono ormai sminuiti e sminuzzati in una ruzzamaglia di macchiette, ognuna con la sua stucchevole particina in eterno ripetuta. Perfino i fumetti e i cartoni animati sulla rivoluzione, mi son dovuto sciroppare! Tanto poi, comunque tu la prenda, il 25 ottobre (che è il 7 novembre, anche questo lo si ripete fino all’aònco) arriva – zam! – la presa del Palazzo d’Inverno, e bona lè».

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Eppure…

Cent’anni giusti. Un breve lasso di tempo – fra il febbraio e l’ottobre 1917 – in cui si creano i presupposti per quella che forse è stata l’esperienza antropologica fondamentale dell’umanità nei dodicimila anni trascorsi dalla rivoluzione neolitica: il primo tentativo di edificare uno Stato, compiuto da masse popolari che da ogni ruolo politico attivo erano sempre state sistematicamente escluse. Edificare uno Stato, certo, ma anche un tessuto sociale e produttivo e una cultura nuova, che sappia esprimere la visione del mondo e le aspirazioni delle masse appena liberatesi: ora in violenta contrapposizione alla cultura tradizionale delle classi dominanti spodestate, ora utilizzandone gli sparsi frantumi, in guisa non dissimile a quanto facevano colle pietre dei templi romani gli edificatori di basiliche nel Medioevo barbarico.

Non è colpa dei soli bolscevichi se questo tentativo di rivoluzione antropologica è nato sotto il segno della violenza: la Rivoluzione russa germina e si compie in piena Guerra mondiale, come tentativo di trasferire sul terreno delle lotte sociali la violenza di massa organizzata, e  di tale origine la società sovietica e la sua cultura recheranno l’impronta lungo tutta la propria parabola storica.

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Guerra e rivoluzione. Dalla guerra, del resto, sono in molti ad aspettarsi vantaggi: lo zar spera in un’ondata di patriottismo che ridia lustro al suo assai sbiadito carisma, gli alti funzionari architettano una proiezione della Russia nel Mediterraneo e nei Balcani previa conquista dei Dardanelli, l’opposizione liberale si ripropone di strappare concessioni politiche all’establishment; e naturalmente, chi dispone di capitali non vede l’ora di poterli investire nei territori conquistati.

Ma la guerra va male: gli insuccessi militari gettano in un discredito irrimediabile il sovrano e l’intero sistema istituzionale, mentre l’opposizione liberale è stretta fra uno scontro verbale sempre più aspro col potere e la necessità di mantenere con esso una qualche unità d’azione, dato il pericolo incombente. Quando alla fine del febbraio 1917 il regime zarista si frantuma come un guscio vuoto, la palla cade nel campo dei partiti socialisti, che si erano in maggioranza opposti al conflitto. Nasce dunque una peculiare diarchia fra un governo provvisorio a guida liberale e un Consiglio (Soviet) degli operai e dei soldati – poi anche dei contadini – a maggioranza socialista moderata che dovrebbe tutelare gli interessi dei ceti popolari (detti “la democrazia”), ma che finisce per interferire direttamente con l’esecutivo, e addirittura per esercitarne in proprio molte delle funzioni.

L’onda di entusiasmo unanime dovuto al crollo del regime zarista, è di breve durata. Proprietà della terra, rapporti di lavoro (a partire dalla giornata lavorativa di 8 ore), autodeterminazione delle nazioni dell’ex impero, uscita da un conflitto bellico disastroso, organizzazione complessiva dell’economia: fra il febbraio e l’ottobre, nessuna delle questioni ereditate dal passato è risolta o in via di risoluzione. Le aspettative della “democrazia” e quelle dei “censuari” vanno sempre più divaricandosi, scatenando crisi periodiche di violenza crescente, seguite da tentativi sempre più velleitari di rabberciare una gestione condivisa del potere. Tale impasse, si capisce, riflette la profonda lacerazione del tessuto civile e il contrasto fra interessi oggettivi che non si prestano a una ricomposizione: se in area liberale si decide ben presto di ricorrere al golpe militare per “mettere a posto” la plebe e chi la strumentalizza, a sinistra – anche nel partito bolscevico – non mancano i fautori di una strategia conciliante e inclusiva. Si tratta di conati anche generosi, ma privi di reale sponda politica, poiché le masse popolari sono ormai molto più radicali di chi tenta di guidarle: di tali masse, solo Lenin e i suoi bolscevichi sapranno interpretare i bisogni e incanalare la forza sovversiva, inscrivendo gli uni e l’altra in un disegno complessivo di trasformazione in senso socialista dello Stato russo e – in prospettiva – dell’umanità intera.

Non andrà affatto come preventivato, e la rivoluzione russa non tracimerà subito in un’altra mondiale, restando per altri vent’anni – sul piano dell’organizzazione dello Stato – un fenomeno nazionale. Se le dinamiche innescate dal Febbraio non sono che una prosecuzione accelerata di problemi sul tappeto da decenni, anche ciò che segue all’Ottobre risente del medesimo strascico di diatribe domestiche, condizionate da una sorta di “doppia natura” del processo in corso: il centro vitale e primum mobile della rivoluzione è infatti la metropoli col suo “zoccolo duro” proletario-socialista, e vede giusto lo scrittore Michail Prišvin quando già in marzo nota che «di giorno in giorno si erge sempre più alta la figura di Pietro il Grande come nostro rivoluzionario: è stata la sua Pietrogrado a liberare la Russia»; nondimeno, il carburante di tale immane rivolgimento è lo sterminato mare contadino, compresi, naturalmente, i soldati smobilitati: se la rivoluzione dalle cittadelle operaie non avesse dilagato nelle campagne (se lì fosse rimasto incontrastato il potere del proprietario terriero) sarebbe finita come la Comune di Parigi nel 1871. Quanto alla guerra civile, essa sarebbe iniziata comunque, in un modo o nell’altro, ma chissà a quali esiti di involuzione reazionaria essa avrebbe potuto condurre: alle masse di contadini in armi che in autunno tornano dal fronte in disfacimento, non costa nulla trasformare in un’orgia di sangue schermaglie strapaesane fino ad allora relativamente contenute. Troppo avevano visto e patito nei tre anni precedenti per ricordare ancora qualcosa delle norme del vivere civile.

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Rivoluzione, dunque, non come unico momento di rottura, ma come processo complessivo e graduale di disintegrazione dello Stato e dei suoi fondamenti, così che non ha senso contrapporre – come molti fanno, il Febbraio all’Ottobre: essi sono momenti di un unico processo. C’è chi vede tale disintegrazione come un bene, foriero di miracoli sociali: «La vecchia società si frantuma sia nella sua struttura politica che in quella sociale, si dissolve fino alle fondamenta, fin nelle viscere più profonde». – Così il dirigente e teorico bolscevico Nikolaj Bucharin riassumerà la situazione due anni dopo l’Ottobre.  – «Mai si era verificata prima una rottura così grandiosa. Ma senza di essa non ci sarebbe potuta essere la rivoluzione del proletariato, che dagli sparsi frantumi edifica in nuovi rapporti, in nuovi legami, secondo nuovi principî le fondamenta della nuova società»; assai più cupa ma simile nelle basi è l’analisi del marxista “irregolare” Vladimir Bazarov poco dopo la pace di Brest (marzo 1918): «Nel processo rivoluzionario, tutte le classi della nostra società succedutesi al potere, con uno zelo degno di miglior causa non hanno fatto altro che distruggere la base materiale della propria stessa esistenza, e in tal modo, si capisce, hanno anche distrutto la patria nel suo insieme».

Tale processo di disgregazione, si capisce, è accompagnato dal lento coagularsi degli elementi di un sistema nuovo: già la rivoluzione di Febbraio non è “soltanto borghese”, dato che forgia l’organo dell’autogoverno proletario (il Soviet), e quella di Ottobre non è ancora “soltanto socialista”, visto che uno dei suoi obiettivi principali era la distruzione dei residui feudali nelle campagne in nome di una piccola proprietà contadina diffusa. Il groviglio di distruzione e creazione nel gioco di spinte contrapposte, genera l’irripetibile atmosfera spirituale di questi mesi: un connubio inscindibile di Gioia e Tormento. cantato dal grande poeta Aleksandr Blok ne La rosa e la croce (1913) un dramma lirico per molti versi profetico, nel cui segno si apre, non a caso, il mio libro sul 1917.

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Nel periodo di interregno (fra il Febbraio e l’Ottobre), i contorni dell’assetto futuro sono imprevedibili, dato che gli attori della società vecchia vengono trascinati in una resa dei conti generale: “democrazia” e “censuari”, russi e popoli allogeni, soldati e civili, contadini e cittadini, cosacchi e non… Dall’abisso che gli si spalanca di fronte, il Paese riemerge a metà 1921 con una nuova identità collettiva, con un nome diverso e soprattutto con una nuova classe dirigente: si compie la cosiddetta «plebeizzazione del potere», dove una società frantumata e destrutturata rilascia come delle bolle d’aria, che dagli strati infimi salgono verso i “piani alti” dell’amministrazione e della politica in un turbinio caotico, dando luogo – dietro la facciata monolitica del Partito-Stato – ad aggregazioni instabili e imprevedibili (vedi, a proposito, gli studi di Marc Ferro). È una nuova classe dirigente che si forma nel fuoco della guerra civile e che manterrà sempre una visione del mondo polemologica, ossia fondata sulle categorie del conflitto, dell’assalto, della secca contrapposizione amico/nemico: a suo tempo, Stalin saprà ben servirsi di tale immaginario.

Ma se questa è storia nazionale, carattere universale ha invece il grandioso big bang che dall’Ottobre prende inizio: il movimento comunista nella sua infinita pluralità e contraddittorietà, che oggi molti vogliono ridurre a utopia astratta e patologica, ad avventura criminale, accomunata al nazifascismo in un indistinto “totalitarismo” contrapposto alla “buona” democrazia. Io invece condivido il giudizio di chi vede nei comunismi (al plurale) soprattutto ciò che li differenzia tanto dai regimi fascisti quanto da quelli democratici: come ben scrive Michel Dreyfus nel suo contributo a Il secolo dei comunismi (Milano 2004), tale quid non è altro che «l’utopia di un potere politico effettivamente esercitato dalle classi popolari, dai gruppi più numerosi della società, dai gruppi meno dotati di risorse materiali e culturali <…> Un’utopia che, in ogni caso, promette di rimanere – in altre forme – uno degli orizzonti della storia politica del XXI secolo».

Tale utopia – io preferisco parlare di prospettiva – è un’onda lunga che ancora oggi ci accompagna, tanto più che la democrazia novecentesca nelle sue varie forme si sta rivelando una costruzione fragile, adatta a promuovere partecipazione politica, progresso sociale e una certa sperequazione della ricchezza nelle fasi di crescita economica, ma in difficoltà nel garantire la tenuta dell’intero sistema – di quella che siamo soliti chiamare civiltà – in lunghi periodi di recessione. Gioia e Tormento torneranno a marciare assieme?

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