I dischi di Guido Michelone: venti ascolti fondamentali

armsrong peterson COPERTINA

Venti dischi fondamentali

Continuando con le celebrazione del centenario del primo disco di jazz (Livery Stable Blues, 1917) propongo una mia playlist di 20 CD importantissimi che si riferiscono ad altrettante figure-chiave della storia culturale americana e della musica del XX secolo.

***

Louis Armstrong & Oscar Peterson, Louis Armstrong Meets Oscar Peterson (Verve) 1957

Ineguagliato rinnovatore, tra alti e bassi, della musica afroamericana precedente la seconda guerra mondiale, il trombettista (e cantante) quasi uno spartiacque fra jazz classico e moderno, risulta sempre abilissimo nel girare i fraseggi più semplici, temerario nell’improvvisazione e con un sound declamatorio; di lui esistono moltissime registrazioni tra il 1923 e il 1970, quando nella sua lunga carriera da amabile divulgatore dell’hot jazz diventa l’ambasciatore del jazz anche sin troppo clownesco; del periodo ‘commerciale’ si salva qualche buon disco, come questo da annoverare forse tra i primissimi incontri con una ritmica ‘moderna’, quindi tra pietre miliari in qualsiasi raccolta jazz che si rispetti perché anche oggi non perde niente del fascino e della potenza di circa sessant’anni fa sul pubblico d’allora. Cointestato allo spettacolare pianista canadese, tra gli altri suonano con loro tre eccezionali accompagnatori come Herbe Ellis (ch.), Ray Brown (cb.) e Louie Bellson e (batt.) in 12 celebri standard (+ 4 bonus nel CD).

Count Basie, Super Chief (Columbia) 1936-1942

Ecco la migliore formazione swing della storia del jazz, sostenuti da un fraseggio intarsiato un’inimitabile mistura di disegni pianistici con avvincenti segnature ‘riff’, lungo un’ispirazione tratta dalle musiche di impronta blues della città d’elezione, Kansas City. Alcuni dei titoli in repertorio come One o’Clock Jump divengono veri e propri inni delle sale da ballo. “Noi ci recavamo allo studio, decidevamo quello che volevamo suonare e al segno di inizio si partiva: una registrazione, al massimo due, tre, e il disco era fatto. Certe facce tra le migliori, come Dickie’s Dream e Lester Leaps In non le preparammo neppure”: è il batterista Jo Jones che, assieme a Walter Page al basso, Freddie Green alla chitarra e lo stesso ‘conte’ al piano, costituiscono la lezione ritmica (la più valida di ogni tempo, per molti critici) dell’orchestra, a spiegare come nascono i brani di questa grandiosa raccolta.

Sidney Bechet, New Orleans Feetwarmers (Jolly) 1932-41

In epoche diverse e con differenti formazioni il neworlinese Sidney Bechet conferisce alle proprie incisioni il marchio indelebile al sax soprano e al clarinetto di cui è un profondo conoscitore. Le musiche di questo periodo sono lontane sia dallo pesante sfavillio della swing era sia dall’ingenuo consumismo che invece caratterizza suoi tardi anni quando si trasferisce a Parigi, diventando un eroe locale del revival. Estro, fantasia, tristezza, vena creativa mai fine a se stessa e soprattutto un suono bellissimo, tondo, corposo che gli vale per così dire un posto nel Pantheon jazzistico, come protagonista hot accanto ad Armstrong, Morton, Oliver e pochi altri. Degni di nota i partner di questi registrazioni, quasi tutte vecchie glorie del jazz primigenio (Ladnier, De Paris, Dickenson, Cattlett, Nicholas, Dodds, ecc.). Degni pure di menzione sono anche i suoi esperimenti di sovraincisione all’avanguardia per l’epoca e raccolti nel brano The Sheik of Arabia.

Bix Beiderbecke, The Bix Beiderbecke Story (Proper) 1924-30

In questo quadruplo CD con 102 brani è condensato il meglio della produzione del giovane cornettista, originalissimo jazzman bianco, dapprima leader dei Wolwerines e poi inserito, un po’ forzatamente, nelle orchestre di Jean Goldkette e di Paul Whiteman. Basti pensare al capolavoro di Bix inciso nel 1927, quattro anni prima della prematura morte, al fianco del sassofonista Frank Trumbauer: Singin’ the blues è una pietra miliare di esercizio formale, un vero antesignano del cool jazz in quanto a feeling e ricerca. Tanto le composizioni quanto il modo di suonarle, in particolare con i piccoli ensemble, risultano sperimentali per l’epoca: rispetto allo stile New Orleans qui viene privilegiata la parte solistica rispetto all’impatto corale. Il suono della cornetta di Beidebecke, secco, asciutto, nervoso e teso non sfigurerebbe nemmeno ai giorni nostri, tant’è che molti studiosi vedono in Chet Baker un suo chiaro discendente. Come si evince dal CD, Bix è insomma il primo bianco, in ordine di tempo, d entrare di diritto nel novero dei grandi del jazz, anche per esempio grazie alle incisioni in figurano uscite al piano solo di estetica impressionista (In A Mist precursore di un Bill Evans) e oppure i pezzi cameristici eseguiti in trio con il grande Eddie Lang alla chitarra.

Clifford Brown, All-Stars (1954) Emarcy

Ideale continuatore di Dizzy Gillespie e Fats Navarro, l’anticipatore del coetaneo Miles Davis e forse il preconizzatore di Don Cherry e Fredddie Hubbard, il trombettista di morto giovanissimo in un incidente stradale è apprezzabile per lo stile brillante, la tecnica perfetta, l’uso innovatore dello strumento che risultano documentati in questo bel disco dove accanto al compagno di sempre Max Roach, alla batteria, compaiono Kenny Drew al piano e i sorprendenti Walter Benton e Herb Geller ai sassofonisti, nonché il sottovalutato Curtis Counce al contrabbasso. Si tratta di una esecuzione dove l’affiatamento dei musicisti è straordinariamente documentata da assolo e improvvisazioni in stile hard bop stile che a distanza di quasi cinquant’anni non perde in calore e in freschezza.

Dave Brubeck, Jazz At Oberlin (Fantasy) 1953

Dal grande compositore francese Darius Milhaud, di cui è allievo, il pianista di Concord impara a cercare anche nel jazz alcune nuove combinazioni nella poliritmia e nel contrappunto. Anche in questo disco dal vivo nel College di Oberlin in Ohio, il primo del celebre Quartet – sia pur con il solo Paul Desmond, al sax alto, nella formazione originaria, mentre Ron Crotty e Llyod Davis sono alla ritmica – è facile avvertire, persino sui vecchi standard utilizzati, sia l’estremo interesse per le segnature di tempi non convenzionali (derivante anche dai ricordi di melodie improvvisate durante l’infanzia nell’America rurale mandriana) sia l’ottimo bilanciamento tra il fraseggio della tastiera e il raffinato altismo desmondiano, quasi a prefigurare il successo di Time Out.

Charlie Christian, The Genius of Eletric Guitar (Columbia) 1939-1941

In questo quadruplo CD con oltre un centinaio di brani (firmati dal Sextet o dalla Big Band di Benny Goodman) nel momento di passaggio fra swing e bebop, si ascolta un altro gennaio ovvero la figura storica che introduce, a livello artistico, la chitarra elettrica nel jazz premoderno, influenzando praticamente tutti gli strumenti a lui successivi, almeno fino alla svolta rock degli anni Sessanta con Jimi Hendrix. Membro della big band di Goodman (dove esegue il celebre Solo flight, quasi un concerto per chitarra e orchestra di tre minuti) il clarinettista lo inserisce quindi nel suo sestetto, dove Christian ha modo di esternare favolose doti solistiche: tocco brillante, riff blues che si allacciano a lunghe frasi che presagiscono il rivoluzionario bebop. Grande improvvisatore passa lunghe ore, a tarda notte, dopo il routiniero lavoro nella big band, a suonare con giovani musicisti, da Monk a Gillespie, che consolideranno appunto il jazz moderno.

Miles Davis, Bitches Brew (Columbia) 1969

Doppio lp (e cd) fra i più venduti della storia jazzistica, costituisce una svolta radicale e assolutamente inedita nel percorso del trombettista. Si tratta di un’opera complessa che presenta lunghe suite fra cui quella che dà il titolo all’album e Pharao’s Dance che torreggiano nel panorama dell’epoca come pietre miliari di un ulteriore rinnovamento del grande trombettista. Bitches Brew è caratterizzato da una forte presenza di strumenti elettronici e di ritmi binari e da una preponderante sezione ritmica, che a sua volta si costituisce con quattro percussioni, due bassi, tre pianoforti elettrici e la chitarra elettrica di John McLaughlin. Ai fiati oltre il leader, Wayne Shorter, sax tenore e Bennie Maupin, sax soprano. Dice il ‘divino’ a proposito di Bitches Brew: Avevo visto chiaramente una strada per il futuro e stavo cominciando a seguirla, come ho sempre fatto. Io ‘volevo’ cambiare strada, ‘dovevo’ cambiare strada per me stesso, per continuare a credere e amare quello che stavo facendo”.

Eric Dolphy, Out to Lunch (Blue Note) 1964

Il polistrumentista, che lega il suo nome prima a Mingus poi a Coltrane (e in parte a Ornette), firma questo album fondamentale, che risulta l’unico dell’autore per una casa discografica, la Blue Note, allora specializzatasi in hard bop e per breve tempo aperta anche alle estreme novità, come in questo caso che vede Eric abbracciare gli strumenti più inusitati. Nel jazz infatti il clarone (poco noto e molto affascinante) non ha mai spazio e proprio con lui comincia a risplendere di luce propria. Oltre il clarone, Dolphy suona qui il sax alto, il suo primo strumento e il flauto in un omaggio al nostro flauto d’oro, Severino Gazzelloni, come suona anche il titolo del brano che chiude il disco. La formazione comprende Tony Williams alla batteria, Art Davis al contrabbasso, Bobby Hutchinson al vibrafono e Freddie Hubbard alla tromba. Con la sua costante ricerca del contrasto armonico e la frammentazione del linguaggio il Dolphy di Out to Lunch e altri dischi bellissimi è uno dei fautori del passaggio dall’hard bop al free jazz. Scriverà Jean-Louis Comolli: “La convulsione non è più ostacolo alla serenità, ma la sua stessa espressione, la sua immagine pubblica. In ciò Dolphy rappresenta la purezza del jazz moderno”.

Duke Ellington, Early Ellington, (GRP) 1926-31

Nella sterminata discografia del personaggio che forse più di ogni altro oggi rappresenta il jazz è difficile segnalare un solo titolo emblematico: infatti dagli anni ancor prima del Cotton Club fino ai trionfi europei degli anni Sessanta il ‘ Duca’ attraversa tutto il mondo jazzistico, tutto il suo immaginario sia privato sia collettivo, seguendo soprattutto il filo del discorso della cultura afroamericana. Segnaliamo quindi il periodo iniziale per l’esemplarità dei vari stadi della sua carriera, che in fondo sono già mirabilmente compressi in tanti capolavori degli anni Venti. Quello citato nel titolo è un box con tre CD – titolo completo Early Ellington (The Complete Brunswick And Vocalion Recordings Of Duke Ellington, 1926-1931 – il cui contenuto risale alla stagione che vede il realizzarsi di grandi classici, musiche profondamente radicate nel blues ma con una spinta originale verso lo swing. Sono con lui, tra gli altri, Bubber Miley, Harry Carney, Cootie Williams, Barney Bigard, Johnny Hodges, Juan Tizol, Joe Nanton. “Quando io o Johnny Hodges facevamo un assolo, lui ascoltava, e se si suonava un passaggio che gli piacesse, lo notava e componeva un motivo a partire da lì” (Barney Bigard).

Dizzy Gillespie, In the Beginning (Prestige) 1945-50

In queste registrazioni colte in periodi differenti (allora cinque anni possono significare diversi sommovimenti musicali) suonano qui con lui, tra gli altri, Charlie Parker, Dexter Gordon e Sonny Stitt ai sassofoni, mentre Diz esegue una splendida Lover Man con Sarah Vaughan. I brani per orchestra sono arrangiati da Gil Fuller e Ted Dameron. A tale proposito dice il protagonista: “Partendo dagli standard, la nostra prassi consisteva nel creare inedite melodie e accordi più elaborati, ciò che ci faceva conoscere i procedimenti dei compositori mediante l’analisi dei loro pezzi. E nella parafrasi di uno standard, aggiungiamo o modifichiamo così tanti accordi che l’ascoltatore medio non riconosce mai la melodia iniziale”. Dopo Amstrong nessuna tromba si sa imporre quanto quella di Gillespie che riesce, pur nel rispetto della tradizione mutare radicalmente l’uso dello strumento. Una delle figure essenziali e pittoresche del fenomeno bebop, Dizzy lo è anche dal punto di vista dell’immagine con gli immancabili baschetti neri, gli occhiali scuri, gli abiti larghi, le cravatte sgargianti e il pizzetto alla Dalì. La sincera carica umana non gli impedisce di diventare il leader costruttivo di innumerevoli formazioni dai piccoli gruppi alle big band.

Fletcher Henderson, A Study in Frustration (Columbia) 1923-38

Arrangiatore, compositore, direttore d’orchestra, è titolare di una delle prime big band della storia del jazz che contribuisce a inventare un linguaggio che a sua volta influenza più o meno direttamente tutta la musica degli anni Trenta. Riesce ad avere, tra i propri collaboratori alcuni, importanti musicisti fra cui Louis Amstrong, Don Redman, Coleman Hawkins e Ben Webster. Dagli anni Venti al 1938 lavora ininterrottamente nelle varie band fino a quando costretto a sciogliere la propria orchestra, diviene arrangiatore fisso di Benny Goodman. In questa raccolta (in origine uscita già nel 1961 su quattro LP) ascoltiamo 60 brani famosi dall’hot jazz newyorkese alla matura epoca swing, da Shanghai Shuffle a Sugar Foot Stomp (entrambi con stupendi assolo della tromba armstronghiana) da King Porter Stomp a Christopher Columbus, insomma decine di registrazioni in cui, accanto all’orchestra sfilano in rassegna musicisti del calibro di Sid Catlett, Red Allen, Roy Eldridge, Fats Waller, Ben Webster, Chu Berry.

Billie Holiday, The Golden Years (Columbia) 1933-1941

Di Lady Day e della sua vita è detto e scritto tantissimo, spesso dimenticando di sottolineare uno straordinario talento vocale che emerge dall’ascolto proprio di questa preziosa antologia, in origine uscita nel 1962 su sei vinili per un totale di 48 brani! Forse Billie è la voce del jazz per antonomasia: il timbro carico, il feeling blues, il canto roco, il pathos drammatico, la prontezza melodica e il muoversi sulle armonie in modo anticonvenzionale fanno di lei l’interprete che racchiude in sé l’essenza genuina del jazz vocale. Collabora ovviamente con i massimi solisti del suo tempo da Louis Amstrong a Teddy Wilson, da Benny Goodman a Lester Young (suo inseparabile compagno e maestro). Attraversa il mondo del jazz con alti e bassi, ma sempre come una gran signora. Il modo di cantare il jazz, usando abilmente la distanza dal microfono come uno strumento o una tecnologia fa ormai parte del mito, così come la scrittura anche di testi autobiografici e politicamente impegnati.

Charles Mingus, Cumbia and Jazz Fusion (Atlantic) 1976-1977

Dopo svariate esperienza tra bopper, swinger, dixielander, questa originale figura di contrabbassista (nonché pianista e cantante) ma soprattutto compositore e band leader e talent scout (persino scrittore con il saggio polemico autobiografico Beneath the Underdog), intraprende la strada di autore e capogruppo in un modo così personale che grosso modo fra il 1954 e il 1977 produce una musica genuina non ascrivibile a nessuna corrente, ma in anticipo su alcune istanze del free jazz senza mai considerarsi esponente o nume tutelare di questa apertura. Consacrato definitivamente, dopo alti e bassi, negli anni Settanta troviamo, in questo tardo LP per big band, una curiosità: assieme alla Music for Todo Modo (22 minuti) doveva essere la colonna sonora del film di Elio Petri tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia, ma la produzione rifiutò questa bellissima musica, che assieme alla title track di circa mezz’ora costituisce un gran bel disco in assoluto.

Thelonious Monk, Solo Monk (Columbia) 1964-65

In questo album, la maestria del pianista è evidente in tutta la sua purezza, a tu per tu con la tastiera. In Solo Monk sono quindi definite al meglio le tematiche monkiane essenziali: poche note calibrate, frasi spezzate mai concluse, accordi duri che in un certo modo anticipano Cecil Taylor. Come pianista Thelonius rifugge dunque i polveroni musicali fatti da decine di note per battuta, scale, arpeggi che nulla aggiungono al brano medesimo e al relativo svolgimento. Monk si conferma anche qui insigne compositore anche se solo con 4 brani divenuti ‘classici’ del jazz – tra i 12 presenti nel vinile originario, che però diventato 21 con i bonus del CD il resto è curiosamente formato da standard – Ruby My Dear, Ask Me Now, Monk’s Point, North of the Sunset.

Jelly Roll Morton, The Complete Jelly Roll (RCA) 1926-1930

Il pianista Ferdinand LaMenthe (1885-1941), noto come Jelly Roll Morton, si considera uno degli inventori del jazz, tanto da scriverlo sui biglietti da visita; che sia vero o no, egli è senz’altro un grande innovatore, sicuramente il primo alla tastiera a oltrepassare le pastoie del ragtime a New Orleans per creare un’arte improvvisativa che si può senz’altro chiamare jazz a pieno titolo. Dotato di una tecnica pianistica formidabile, istrionico e circondato da un’aura leggendaria che egli stesso sa coltivare ad arte, Morton anima da protagonista la scena musicale dagli inizi del XX secolo fino a tutti gli anni Venti offrendo memorabili performance sostenute da jazz band di grandi musicisti affiatati che grazie a questa coesione riescono a creare un meccanismo teso, eccitante, spettacolare in cui Jelly Roll si esibisce funambolicamente allo strumento. In questa ricca antologia lo sentiamo nei suoi migliori combo (i famosi Red Hot Peppers, per esempio) in compagnia di decine di strumentisti, quasi tutti i ‘maestri’ dell’epoca, neworlinesi espatriati. Qualche titolo: Wolwerine Blues, Original Jelly Roll Blues, The Chant, Original J.R. Blues, Doctor Jazz, Wild Man Blues.

Charlie Parker, On Dial: the Complete Sessions (Spotlite Jazz) 1946-1947

Dell’altista resta consigliabile l’intera discografia poiché ogni incisione è diversa da tutte le altre e anche l’ennesima alternate take (le prove o versioni scartate di uno stesso brano) contiene sempre qualche rara perla. La discografia aumenta nel corso degli anni anche dopo la morte di Bird con la pubblicazione di inediti live o di provini dimenticati. Questo cofanetto con quattro CD – uscito nel 1996 – contiene brani incisi nell’immediato dopoguerra in piena creatività boppistica, il leader al contralto è accompagnato da musicisti del calibro di Dizzy Gillespie o Miles Davis alle trombe, Duke Jordan o Erroll Garner al pianoforte, Ray Brown al contrabbasso e Max Roach alla batteria. Si possono dunque apprezzare capolavori notissimi da Yardbird Suite a Ornithology, da Now’s the Time a Koko, da Billie’s Bounce a Red Cross spesso in varie sessioni in cui l’immaginifico solista regala fulminanti improvvisazioni.

Django Reinhardt Et Le Quintette Du Hot Club De France Avec Stéphane Grappelli ‎– Intégrale 1935-1946 Volumes I à V (Decca) 1935-1946

Del funambolico chitarrista zingaro, di origine belga, anche se di stanza a Parigi, esistono moltissime registrazioni fra cui scegliamo i 78 giri (su cd) legati alla permanenza nel gruppo europeo più famoso ed osannato negli anni che antecedono la seconda guerra mondiale. Il jazz francese di quel periodo mantiene una propria distinta originalità che forse si deve al fatto che risultano pochissimi i dischi e i concerti che provengono da Oltreoceano. Musicisti dalla forte personalità come Reinhardt sviluppano quindi forme e contenuti personalissimi traendo spunto oltre che dallo swing dalle tradizioni gitane, dalla canzone popolare e dal moderno folk urbano (il bal musette per esempio, di moda nei quartieri malfamati). In queste decine di brani spumeggianti, dal gusto retro e al contempo attualissimo, si ascolta il perfetto interplay tra la chitarra di Django e il violino di Stéphane Grappelli (d’origini italiane) che nel gruppo evidenzia la matrice colta, mentre la sezione ritmica, altre due chitarre Roger Chaput e il fratello Joseph Reinhardt più il contrabbasso di Louis Vola imprimono un forte rimo swingante, però sempre all’insegna di un europeismo forse insuperato.

Sonny Rollins, Saxophone Colossus (Prestige) 1956

L’album che racchiude le superlative registrazioni nel periodo dei primi grandi successi del tenorista che stilisticamente deriva da una perfetta rilettura di Hawkins, Young e Parker, sviluppando una personalità e una estetica che risultano inconfondibili. Lo stile di Rollins è infatti caratterizzato da un fraseggio sicuro, un suono potente, una grande maestria tecnica e una creatività sempre dirompente. Questo disco resta la summa o il capolavoro di un pezzo di carriera, di cui ci restano brani memorabili come St Thomas in cui si riconoscono echi latine, più esattamente antillani (da cui provengono i suoi genitori); in Moritat e Blue Seven sono fenomenali le pause e i silenzi nel flusso sassofonistico quasi debordante e torrenziale. Si tratta infatti della cosiddetta improvvisazione tematica, che usa come base con solo gli accordi, ma anche la linea del tema o motivo. Inutile quasi aggiungere che è affiancato da partners eccezionali, una sezione ritmica che risponde al nome di Max Roach (batteria), Doug Watkins (contrrabbasso), Tommy Flanagan (piano). “Tutti i dischi – dice Rollins – che ho registrato fino al 1960 avevano questa particolarità, se posso dire, di non assomigliarsi. Mettevano in evidenza non uno, ma parecchi stili”.

Art Tatum, Solo Masterpieces (Pablo) 1953-56

In questi sette CD (ma ne basta anche solo uno quasi a caso per iniziare) incisi in completa solitudine, a tu per tu con la tastiera, in parallelo ad altri lavori con gli small combo, c’è la summa sul piano espressivo, da confrontare, se già si conosce la musica classica, con i più o meno Glenn Gould, Vladimir Horowicz o Arturo Benedetti Michelangeli. Quasi del tutto autodidatta e semi-cieco dall’infanzia Taum raggiunge inizialmente un notevole successo in trio con chitarra e contrabbasso. Pur appartenendo all’era swing i ritmi asimmetrici e l’abile uso dell’armonia classica esercitano una forte attrazione sui nuovi musicisti bebop. Anche grazie a lui il piano nel jazz diventa una forma di virtuosismo e un contenuto quasi a se stante. Dunque all’ascolto di Solo Masterpieces si può godere di un jazzman provvisto di tecnica naturale superlativa che eleva il pianismo jazz a vertici assoluti. Se i meriti dell’approccio di Art alla musica sono oggetto per lungo tempo di accanito dibattito, la capacità di improvvisare a ritmi velocissimi rimane ancor oggi impareggiabile, così come il possesso di una magistrale padronanza del linguaggio jazzistico che gli consentono di elaborare continue versioni di standard celeberrimi, senza mai ripetersi da una volta all’altra.

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