William Trevor, un’umanità in disparte

17355026_1163457427110626_162734335_n

di Domenico Fina

Ammirato da John Banville e da Jhumpa Lahiri – scrittrice raffinata, vincitrice del Pulitzer – che ama la prosa di William Trevor a tal punto da dichiarare che ogni qualvolta pensa di aver raggiunto un buon livello di scrittura rilegge Trevor per capire quanto ancora c’è da migliorarsi. Quattordici romanzi e dodici raccolte di racconti. L’irlandese William Trevor (Mitchelstown, 24 maggio 1928 – Dublino, 21 novembre 2016) si destreggia a meraviglia tra le due forme narrative. La sua battuta sul fatto che i romanzi li ha scritti nel tempo libero – tra un racconto e un altro – non è poi tanto una battuta, è che Trevor riesce ad essere veramente ammirevole nei suoi racconti brevi. Un personaggio di un suo racconto “sente bruciare le lacrime sotto le palpebre” ma non piangerà, questo è l’effetto che fanno molti racconti di questo autore. Trevor è un maestro nell’arte della vergogna rattenuta, che spesso non si placa in ricordo, ma cova, brucia e riaffiora. Nei racconti c’è come una compresenza dolce e dolorosa di passato e presente; nel racconto Per amore di Ariadne (dalla raccolta Peccati di famiglia) il protagonista torna con la mente a un episodio che risale a quando era studente al primo anno universitario, a una passeggiata con Ariadne, eventi che al lettore potrebbero sembrare insignificanti, ma nei racconti di Trevor assumono la consistenza delle fondamenta. I suoi personaggi si reggono sul ricordo di un giorno che pesa come tutto il resto di una vita. Talvolta in quella circostanza non accade niente, talvolta accade tutto. In entrambi i casi i personaggi di Trevor restano gli unici custodi dei loro pensieri segreti. Nello splendido racconto Solitudine (dalla raccolta Regole d’amore) una donna scrive della sua vita tornando a un episodio vissuto a sette anni, quando vide sua madre in compagnia di un altro uomo, e lo fa in modo curioso, rivivendo quel giorno con l’occhio di una bambina e più avanti con l’occhio di adulta, mentre cerca di raccontare la sua vita a un uomo appena conosciuto in vacanza; prova a dirgli cosa sono stati sua madre e suo padre, dopo quel giorno.

“Sai che ho capito cosa voleva dire, perché noi viviamo così: le nostre conversazioni sono incomplete, a volte nemmeno iniziate. Loro due si sono costruiti sapientemente questa finta realtà dentro la quale è racchiusa la nostra esistenza, e l’hanno messa insieme con cura, come un’opera d’arte sul tavolo di un mosaicista. Mio padre ha imparato ad accettare ciò che ha scoperto, cioè l’infedeltà di mia madre. E questo è tutto, o quasi, credo”.

17311830_1163457753777260_1283157171_o

“Il fascino dei libri di William Trevor sta proprio nella lingua con cui sono raccontati i destini, i drammi e le vite semplici dei personaggi, oltre che nella ricchezza dei dettagli descritti con quello stile così asciutto e preciso in cui Trevor è un grande maestro. Grande nei romanzi, ma ancor più nei tanti racconti brevi, capolavori di sintesi, e straordinario nel riuscire a sorprendere, ma sempre con grande semplicità”. (Laura Pignatti, traduttrice di Trevor). Nell’ultima e bellissima raccolta (Uomini d’Irlanda), pubblicata da Guanda nel 2007, sono contenuti 12 racconti perfetti, coprono tutti dalle 15 alle 20 pagine. Ne estraggo uno come esempio dello stile dello scrittore irlandese. Si intitola Un pomeriggio. Un adolescente, dall’età imprecisata, conosce in una chat una ragazzina che si chiama Jasmin; si danno appuntamento alla fermata dell’autobus nei pressi di un McDonald’s. I genitori di Jasmin sono separati e odia l’uomo che ora sta con sua madre. Jasmin vive male e sogna l’amore e a suo modo qualcosa sogna pure lui, questo ragazzo problematico che le si trova davanti e che lei ora vede come un perfetto, concreto, sogno. Come incontrare un suo cantante mito. Sì, potrebbe finire male, il lettore lo avverte, ma non è questo il senso del racconto, Trevor non forza le cose in senso tragico. Quasi mai. Sospende e minuziosamente descrive. I ragazzi di Trevor hanno sempre una sofferenza segreta che li caratterizza. Ma ora questi due ragazzi strani, in questo momento particolare sono contenti, con i loro mondi storti in testa, lei rischia e non lo sa, lui è un po’ squinternato e non ne è ben consapevole. O forse lo sanno ma a loro, ora, interessa respirare.

“Sei carina”, le disse. “Sei carina Jasmin.”

Non lo era veramente. Non si poteva dire che fosse carina, ma glielo disse lo stesso, e si chiese se non ci fosse un complimento simile che avrebbe potuto far piacere anche a lui.

“Mi piace il tuo gioiello” le disse, e indicò con il dito perché lei non aveva capito che intendeva la spilla appuntata sulla sottile stoffa rosa del suo vestito. Aveva il petto piatto, e lui avrebbe potuto dirle che le piaceva anche quello, perché era la verità. Ma dire la verità non è sempre opportuno come aveva imparato tanto tempo prima, così si limitò a sorriderle.

Jasmin aveva le gambe nude e pallide come stecchi privati della corteccia, e gli venne in mente ora come scortecciava i rami, anche questo molto tempo prima. Le scarpe erano di un colore rosato, con i tacchi alti.

“Non è niente di speciale” gli disse, riferendosi alla spilla. Si strinse di nuovo nelle spalle allo stesso modo, di scatto, sembrava quasi uno spasmo, anche se lui capì che non era quello.

“E’ un pesce” gli disse.

“Dovrebbe essere un pesce”.

“E’ bellissimo Jasmin.”

“Me l’ha regalato Holby.”

“Ah, chi è Holby, Jasmin?”

“Uno con cui mia madre si è sposata.”

“E’ tuo padre, allora.”

“Col cavolo.”

Gli chiese se avesse un lavoro, e lui disse sì, si occupava di legge. “Tu farai l’infermiera, Jasmin. Ti occuperai delle persone. Saresti molto portata, credo, ad assistere le persone.”

Quando glielo chiedevano, diceva sempre che lavorava nei tribunali. E in genere diceva che loro gli sembravano portate ad assistere le persone.

Si sarà capito che questo ragazzo problematico, un po’ tocco, adescatore di ragazzine è agli arresti domiciliari. Ma Jasmin non lo sa, passeggiano insieme e sembrano contenti, fino a quando una macchina li affiancherà e una donna veemente lo farà salire e lo porterà via. È sua zia, il ragazzino si trova agli arresti domiciliari da lei. Jasmin tornerà a casa mentre sua madre e il suo compagno stano litigando furiosamente, rumore di porcellana a terra, ma Jasmin non pensa ad altro che a quel ragazzo. Sono fatti l’uno per l’altra. “Sfiorò con le labbra la collana che le aveva regalato e si ripromise di tenerla sempre con sé”.

Nei romanzi di Trevor la capacità di suscitare inquietudine si protrae con raffinatezza per almeno duecento pagine, vorrei ricordare Il viaggio di Felicia – dal quale Atom Egoyan ha tratto un film nel 1999 – e Leggendo Turgenev del 1990. Ma in particolare quello che a mio avviso è il suo capolavoro: Giochi da ragazzi, del 1976.

17327929_1163457563777279_526936740_n

Una sorta di Gogol’ discreto anima Trevor nella stesura del Ragazzo di Dynmouth (questo è il titolo originale del romanzo). Dynmouth una cittadina immaginaria situata nel Dorset, nel sudovest dell’Inghilterra. Un affresco di anime morte, con qualche sussulto. Tra loro si aggira un personaggio memorabile, Timothy Gedge, uno strambo quindicenne in jeans e giacca gialla che ha l’abitudine di girare giorno e notte e di curiosare nelle vite degli altri. Timothy Gedge è un personaggio grandioso, inquietante, buffo, davvero disturbante per i cittadini di Dynmouth. Ha in mente di partecipare al concorso pasquale “Scopri il Talento” con un numero macabro, vuole interpretare tre spose morte in una vasca da bagno. Ha quindi bisogno di una vasca da bagno, di un vestito da sposa e di un abito elegante, indossato dall’uomo che le ha uccise. Per fare questo infastidisce fino alla molestia diverse famiglie con le sue pretese, con le sue barzellette che fanno ridere solo lui, mette a soqquadro un’intera comunità con rivelazioni e pettegolezzi che non si sa se sono solo parto della sua fantasia o hanno un fondamento di verità. A una famiglia che ha visto il loro figlio andarsene di casa a diciotto anni, e non più tornare, rivela che lo ha incontrato e che lui adesso sta bene, è andato via per la noia che trasmettevano. Timothy Gedge ama dire che “Il posto dove stanno meglio quelli di Dynmouth è la bara”. A un’altra coppia in pensione rivela a lei, sessantenne, che suo marito ama gli uomini e strano che non se ne fosse accorta. Il pastore della parrocchia di St Simon e sua moglie Lavinia cercano di salvaguardare Timothy dalle sue rivelazioni che non hanno nessun fine se non quello di portare scompiglio e rendersi orribile agli occhi dei suoi cittadini. Gli vogliono bene a questo ragazzino scombinato. Timothy è un ragazzino che ha visto suo padre abbandonarlo da bambino, sua madre e sua sorella lo trattano come si tratta una cosa avariata. E lui esce di notte a curiosare cosa fanno le persone sulla scogliera, nei pub, nei vicoli. Frequenta funerali per osservare la gente. Si inventa anche strane origini sul suo conto. Saluta le signore con frasi come: “Bella giornata per le papere, signora Abigail”. Eppure lo amano. E lo amerà anche chi legge. Senza Timothy sono “come vecchi incartapecoriti che camminano per strada”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...