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(Foto di Simone Marcuzzi)

È la primavera 2007, da poco mi sono laureato e ho cominciato a lavorare in un’azienda metalmeccanica friulana. È un momento di passaggio, di cambiamento di paradigmi. L’impatto con il mondo del lavoro non è privo di dolore: la libertà e i meccanismi tutto sommato meritocratici che avevo conosciuto nella scuola non valgono più, e la tensione a obiettivi spesso conflittuali tra i diversi uffici sfavorisce lo sviluppo di rapporti umani sani (“Non siamo qui per giocare a pallone assieme”). Capisco presto che una parte di me, in estrema sintesi quella a cui interessano i libri, deve restare fuori dai cancelli. Dentro deve andarci solo l’altra parte, quella pragmatica, forgiata da anni di buona educazione e di studio alla facoltà di ingegneria, che sa che essere naif va bene fino a un certo punto.

Il “lavoro” è tanto nel nord-est, per molti è tutto. La gente qui ti saluta dicendo “Buon lavoro”, quasi mai “Buona giornata”. È una terra dove tantissimi, negli anni del boom, hanno aperto la loro fabbrichetta e si sono inventati con successo imprenditori, creando un benessere diffuso tra i più limpidi d’Italia, addirittura un modello economico poi studiato e imitato. Ma nel 2007 gli anni del boom sono lontani. Il lavoro sta migrando altrove, non più garantito per tutti, la globalizzazione e l’automazione hanno già fatto il loro corso, le vecchie aziende padronali vengono acquisite da gruppi internazionali, ridimensionano, riorganizzano, dentro i capannoni c’è sempre meno gente e una nuova crisi incombe. Le promesse e le grandi aspettative che mi riempivano la testa da bambino, alla resa dei conti si sono dimostrate fuorvianti, false, estinte.

In quel periodo di ricerca di un nuovo equilibrio, compro L’età dell’oro (Bompiani). È il primo libro di Edoardo Nesi che leggo, il suo ultimo pubblicato fino a quel momento. In prima istanza il mio acquisto è un piccolo tributo all’eroico traduttore di Infinite Jest di David Foster Wallace, uno degli scrittori che più ho amato negli anni dell’università. Inizio a leggere senza particolari aspettative, trovandomi presto immerso in un romanzo travolgente, con al centro un personaggio memorabile come il settantenne e malato Ivo Barrocciai, un imprenditore pratese del tessile, un arricchito con la piscina sul tetto della ditta, che ha sposato un’americana e ne è stato lasciato, e che dopo anni di successi è caduto in disgrazia per i cambiamenti del mercato, l’avvento dei cinesi e la partenza anche di questi ultimi. Il romanzo è ambientato in un futuro prossimo, il 2010, dove Prato ha le sembianze di un deserto, o di un cimitero. Sostituendo il tessile con un altro comparto d’industria, ad esempio quello della sedia, e a Prato una cittadina del nord-est, ad esempio Manzano, pare di leggere la fine del mondo in cui vivo, raccontato sulla pelle di qualcuno che conosco. Ivo Barrocciai potrebbe essere uno degli amici di mio padre, se al posto del dialetto toscano si mettesse qualche sfumatura di friulano o veneto. Il cortocircuito è potente, uno di quei piccoli miracoli che ci riserva la lettura ogni tanto: un libro che parla esattamente a me, nel momento giusto. Un libro che forse non è in grado di darmi tutte le risposte ma che certamente mi aiuta a formulare le domande giuste.

Strutturalmente, L’età dell’oro è un romanzo ambizioso, in cui si alternano capitoli di solo e serratissimo discorso diretto ad altri di narrazione indiretta con il gusto per la frase complessa e infinita, in cui cambiano i punti di vista, si passa dalla terza alla prima persona senza che si perda l’effetto di sospensione dell’incredulità. Nella resa è malinconico, divertente, a tratti spietato, a tratti pietosissimo. Il più grande merito di Nesi è, secondo me, quello di prendere sul serio un uomo come Ivo Barrocciai, poco colto, poco elegante, che ha fatto i soldi e con i soldi ha fatto anche stupidaggini. Personaggi, o meglio persone, come lui, li avevo trovati poco nei libri fino a quel momento, se non come macchiette. Troppo facili da deridere, forse, per chi possiede un minimo di strumenti intellettuali. Avrà mai letto un libro, il Barrocciai? Eppure quelli come lui sono le persone che forse più di altre hanno contribuito a plasmare anche la mia zolla di mondo, e suppongo molte altre. In questo senso L’età dell’oro contiene allora un pezzo di storia sociale, cioè di tutti. Infine, per il me del 2007 è anche la testimonianza di una possibilità, quasi un invito alla convivenza pacifica delle due anime che ipotizzavo di poter vestire solo in modo disgiunto, continuando a nascondere, e a nascondermi, chi ero davvero.

Perché oggi sembra una barzelletta, ma a quei tempi c’era sottoproduzione, cioè non si riusciva a produrre tutti i tessuti che il mercato chiedeva, e il magazzino era sempre stato il reparto preferito di Ivo. I giorni più belli erano quelli in cui le pezze rientravano dalla rifinizione tardi, dopo le otto o le nove, spesso il venerdì, e poiché dovevano per forza essere inviate ai clienti quella sera stessa, gli operai rimanevano a lavorare e Ivo telefonava al miglior ristorante di Prato e faceva portare in fabbrica spaghetti alle vongole per venti, e mangiava con gli operai perché voleva andar via sempre per ultimo, esser quello che chiudeva la porta, così con i ragazzi che rimanevano – lo straordinario essendo qualcosa che a Prato l’operaio, invece di subire, chiedeva di poter fare per guadagnare di più – si creava uno strano legame che per qualche ora faceva a brandelli le teorie di Marx, e circolava l’idea di un lavoro fatto insieme e di ugual dignità, svanivano le differenze, e gli operai comunisti smettevano di sdegnare un padrone che quando c’era bisogno si toglieva la giacca e caricava le pezze sul camion insieme a loro, anche perché non c’era operaio in Italia che guadagnasse quanto un operaio pratese, e non c’era operaio pratese che guadagnasse quanto quelli della Barrocciai Tessuti, che se poi avevano bisogno di soldi glieli prestava il titolare, praticamente senza interessi, e li prestava anche al branco di terzisti che filavano, aspavano, ritorcevano, ordivano, annodavano, rincorsavano, tessevano, rammendavano, trasportavano, carbonizzavano, follavano, tingevano, rifinivano per Ivo e la sua Barrocciai Tessuti. Macché banche, macché banche! Così per anni, per trenta, quarant’anni. Per una vita. Quasi.

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Simone Marcuzzi è nato a Pordenone nel 1981. Laureato in Ingegneria Meccanica, ha pubblicato le raccolte di racconti Cosa faccio quando vengo scaricato e altre storie d’amore crudele (Zandegù, 2006) e 10 italiani che hanno conquistato il mondo (Laurana, 2011), e i romanzi Vorrei star fermo mentre il mondo va (Mondadori, 2010), Dove si va da qui (Fandango, 2014) e Ventiquattro secondi. Autobiografia di Vittoriano Cicuttini (66thand2nd, 2016). Collabora all’organizzazione del festival letterario Pordenonelegge. Vive e lavora a Udine.

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