Le letture lusofone di Daniele Petruccioli: Acqua viva di Clarice Lispector

Acqua viva

 

 

«No, non si può cantare ciò che scrivo»

Di Clarice Lispector ci siamo innamorati tutti, a un certo punto, soprattutto grazie alle traduzioni di Adelina Aletti e Rita Desti negli anni Ottanta per Feltrinelli. Personalmente non dimenticherò mai la copertina della raccolta di racconti Legami di famiglia, forse il suo libro più letto qui da noi. Quella faccia altera, scostante, lontana, che ti fa rabbia perché non riesci a smettere di guardarla. Esattamente come la sua scrittura.

Clarice Lispector, brasiliana figlia di profughi ucraini morta nel ’77 a cinquantasette anni, debuttante a ventitré con il successo straordinario di Vicino al cuore selvaggio per cui è stata subito paragonata dalla critica contemporanea a Virginia Woolf (in Italia lo ha tradotto Rita Desti per Adelphi nell’87, e il libro grazie al cielo è ancora in catalogo: vale la pena comprarlo), scrittrice di racconti ancor più che di romanzi ma anche scrittrice di storie per bambini (in italiano si trova questa perla: Come sono nate le stelle, tradotto da Maria Baiocchi e illustrato da Chiara Carrer per Donzelli), è una di quelle autrici che fanno paura.

«L’erotismo proprio di ciò che è vivo è sparso nell’aria, nel mare, nelle piante, in noi, sparso nella veemenza della mia voce, io ti scrivo con la mia voce»

Fa paura perché ha tutta l’aria di essere una scrittrice istintuale (e in parte è stata lei stessa ad alimentare questo mito) e invece è una lavoratrice instancabile e impavida della parola, parola che esplora dal verso, dal lato oscuro delle mediazioni mancate, portando il suo stile alle estreme conseguenze. Ci vogliono un coraggio e un talento non comuni.

In un’intervista rilasciata al giornalista Júlio Lerner della TV Cultura, e che la scrittrice chiese di divulgare soltanto dopo la sua morte (avvenuta poi meno di un anno dopo), Lispector parla della propria scrittura come schermendosi, quasi con timidezza. Parlando dei suoi esordi dice di aver pubblicato i primi racconti su riviste di cui non ricorda il nome, che quando presentava i suoi lavori le chiedevano se era proprio roba sua o se l’avesse copiata, di aver cominciato a scrivere per bambini solo per raccontare storie a suo figlio. Come se fosse tutto per caso.

In parte, certo, questo serve a costruire il mito di cui parlavamo, di una scrittrice timida, quasi inconsapevole, sopraffatta e intimidita dal suo stesso, immenso talento.

Ma dice anche (e la pazienza certosina con cui Clarice limava, tagliava, aspettava anche anni prima di pubblicare un libro ne è una conferma) la maniacale insoddisfazione di un’artista mai veramente contenta di quello che fa e di come le viene, sospettosa del proprio talento e che non tiene nel minimo conto il successo in quanto misura delle proprie capacità letterarie. Ci vuole molta fatica, molta pretesa da parte di sé. Di nuovo: ci vuole coraggio.

«Non voglio avere la limitazione terribile di chi vive soltanto di quanto può avere senso. Io no: io voglio una verità inventata»

Acqua viva ne è forse l’esempio più lampante, almeno dal punto di vista del lavoro sulla parola. Il libro è la rilavorazione di una creatura postmoderna in cui Lispector metteva le mani fin dalla fine degli anni Sessanta e a cui si riferiva col nome di Objeto gritante: un manoscritto di più di duecento pagine che raccoglieva memorie, articoli, riflessioni sulla narrazione. Una tecnica in parte già sperimentata in Un apprendistato o il libro dei piaceri (tradotto da Rita Desti nell’81 per La Rosa, poi ripubblicato da Feltrinelli all’inizio degli anni Novanta e ormai purtroppo fuori catalogo), ma portata alle estreme conseguenze nel nuovo progetto.

Dopo due anni e dopo aver tagliato più della metà del testo, nel 1973 esce Água viva. In questo libro, non c’è protagonista. O meglio c’è, ma come mero pretesto. Si tratta del monologo notturno, anzi spesso redatto nelle ore prima dell’alba, di una pittrice alla ricerca di una voce spogliata da qualsiasi mediazione, verso un tu che siamo tutti noi.

«Sono un albero che arde con duro piacere. Solo una dolcezza mi possiede: la connivenza con il mondo. Amo la mia croce, che porto dolorosamente. È il minimo che posso fare della mia vita: accettare commiserevolmente il sacrificio della notte»

In questa ricerca della parola viva, della parola pura che descrive se stessa, Lispector non indietreggia davanti a niente. Sa che, per arrivare dove vuole, deve attraversare il deserto della tautologia, correre il rischio del cliché, e lo fa con gioia lussureggiante. Soltanto dopo essersi lasciata andare a una scrittura che non è automatica ma si vuole comunque spoglia di qualsiasi sovrastruttura narrativa, Clarice sa che troverà quello che cerca. Una musica tutta giocata sul filo della parola pronunciata, sul lavorio ritmico e musicale che destruttura se stesso fino a farsi mito, anzi: fino a far coincidere l’immediatezza del mito con la decostruzione sistematica del lavoro dell’artista. Uno sgretolamento dello stile, che tuttavia lo presuppone.

«Quel che si chiama un bel paesaggio non mi causa altro che stanchezza. A me piacciono i paesaggi di terra bruciata e secca, con alberi ritorti e montagne di roccia e una luce biancastra e sospesa. È lì, sì, che si trova la bellezza recondita. So che anche a te non piace l’arte. Sono nata dura, eroica, solitaria e in piedi. E ho trovato il mio contrappunto nei paesaggi privi di pittoresco e di bellezza»

In questo, Lispector si posiziona, molto più che con il modernismo e le avanguardie storiche anteguerra con cui era stata paragonata durante i suoi esordi, accanto ai nuovi grandi autori di fine secolo, a quella ricerca postmoderna che noi lettori ritardatari impareremo a riconoscere solo intorno agli anni Novanta, quasi tre lustri dopo la sua morte.

E se tutta l’opera di Clarice tende verso questo rigoglio della frase e della trama ottenuto solo dopo un suo maniacale asciugamento, Acqua viva è forse il suo testamento più nudo. Dove il paesaggio diventa storia, dove l’arte si assume orgogliosamente il diritto di guardare a se stessa come natura.

«Vuoi vedere insieme a me? Il paesaggio dove si svolge questa musica? Aria, steli verdi, la distesa del mare, il silenzio della domenica mattina»

Proprio per questa sua natura, di aver voluto saper rivelare il carattere molteplice che si cela dietro a ogni lavoro di scrittura, Água viva è uno di quei libri che domandano di essere letti e riletti, tradotti e ritradotti di continuo. Ecco perché, dopo la traduzione di Angelo Morino per Sellerio (di fine anni Novanta, purtroppo già fuori catalogo) dobbiamo essere grati a Roberto Francavilla per averlo ritradotto e ad Adelphi (2017, pp. 104) per averlo voluto ripubblicare.

 

 

 

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