I dischi di Guido Michelone: Venti grandi album di jazz dal 1899 al 1959

Louis-Armstrong-e-Ella-Fitzgerald

Venti grandi album di jazz dal 1899 al 1959

Proseguo nell’indicare alcuni grandi dischi di jazz, stavolta suddivisi per ordine cronologico (ma indicati in senso alfabetico per nomi di musicisti). Si tratta di un arco temporale vastissimo – almeno per quanto concerne il sound afroamericano – che va dai rulli di pianola (1899) ai primi 78 giri (in questo caso 1923) fino all’avvento del microsolco a long-playing (qui dopo il 1954).

 ***

Dave Brubeck, Brubeck à la mode (Fantasy) 1958

Anche mediante questo disco possiamo avvertire ad esempio l’interesse di Brubeck per segnature di tempi non convenzionali, che però deriva anche dai ricordi di melodie improvvisate della sua infanzia nell’America rurale degli allevatori. Il collaudato quartetto, con i fidi Paul Desmond, Eugene Wright e Joe Morello alla ritmica, in giro per l’Europa trova quasi il perfetto equilibrio di Time Out per quanto riguarda ad esempio fra il fraseggio del leader alla tastiera e il fiato solista fra quattro standard e due original.

Nat ‘King’ Cole, Sweet Lorraine (Profili Amadeus) 1938-41

Meglio conosciuto quale vocalist, il ‘re’ è uno dei più importanti pianisti jazz degli anni Quaranta. Ispirato da Earl Hines e Teddy Wilson, Cole alla tastiera sa mischiare effervescenti linee melodiche con fraseggi del basso tanto ingegnosi quanto inarrestabili. Nella formazione del piano trio con basso, chitarra (talvolta batteria) Nat fa scuola a diversi musicisti (Oscar Peterson in testa). Con il tempo il ruolo di cantante diventa prominente rispetto a quello di pianista e di leader di small combo. Nat King Cole riesce persino a entrare nelle hit parade mondiali con brani come Sweet Lorraine, Route 66, It’s Only A Paper Moon, Nature Boy, Dream A Little Dream Of Me assieme ad altri 16 qui antologizzati.

Johnny Dodds, Chicago Mess Around (Milestone) 1926-1929

Dei fratelli Dodds, Johnny al clarinetto e Baby alla batteria abbiamo innumerevoli registrazioni, alcune con la Creole Jazz Band di King Oliver degli anni 1923-1924 e altre con gli Hot Five e Hot Seven di Louis Armstrong. Esistono poi 78 giri a loro nome: questi sono raccolti oggi sotto il nome di Johnny Dodds, ma vedono la presenza di Baby in molti dei 17 brani qui antologizzate in duo, trio, quartetto e quintetto. Esponenti del tardo New Orleans trapiantato a Chicago, è probabile che suonino in questo modo anche nella loro città natale negli anni della nascita del jazz. Johnny inventa letteralmente il suono del clarinetto jazz, che prima d’allora possiede un uso limitato alle poche note nelle bande militari. Baby invece è uno dei primi ad accompagnare con un drumming solo sul rullante e a usare la cassa in quattro quarti: infatti bisogna pensare che la batteria non è certamente quella di oggi, ma di schietta derivazione bandistica, in quanto assembla un rullante, una grancassa e i piatti hanno una funzione di colore. In questa raccolta, con formazioni diverse, viene dunque espressa la furia primigenia dell’hot jazz, peraltro ben controllata dal razionale virtuosismo degli stessi partner.

Ella Fitzgerald & Louis Armstrong, Ella & Louis Again (Verve) 1957

Lanciata dal suo leader, batterista, maestro e sposo Chick Webb alla cui scomparsa eredita l’orchestra diventando una delle prime direttrici nella storia del jazz, rappresenta per oltre mezzo secolo un referente essenziale per il canto jazz. La tecnica scat, imitativa del fraseggio della tromba riesce a trovare qui in Satchmo il degno partner; e insieme infatti i due realizzano in quegli anni un’eccellente discografia (tra cui un approccio al melodramma gershwiniano), esibendosi spesso assieme in numerosi recital. Carica umana e simpatia trasformate in swing col supporto di un’ampia estensione vocale fanno di Ella l’ambasciatrice del jazz nel mondo e in un certo senso il pendant femminile di Satchmo, anche perché come lui si lascia spesso andare a tentazioni consumistiche. Ascoltare comunque i due grandi musicisti, con questo sequel, in dialoghi estemporanei, improvvisazioni vocali e duetti serrati, il tutto sotto l’occhio vigile del gruppo del pianista Oscar Peterson ne fanno un ascolto godibilissimo anche a tanti anni di distanza. Il repertorio in questo caso spazia attraverso gli standard da Porter a Weill, ma successivamente arriva a comprendere alcune notevoli digressioni verso la musica leggera.

Erroll Garner, Concert by the Sea (Columbia) 1955

Tra gli album più citati nelle discografie e all’epoca anche tra i più venduti in ambito non solo jazzistico. Si tratta della registrazione di un concerto dal vivo – presso la Sunset School a Carmel-by-the-Sea in California il 19 settembre 1955 – che restituisce in tutta la sua pienezza il genio del pianista di Pittsburg, autodidatta, fattosi conoscere suonando con Charlie Parker dal quale successivamente si allontana per atmosfere più leggere dedicandosi a un jazz molto ritmico, espressivo, ricco di swing. In questo recital infatti si nota lo stile mainstream personalissimo di immediatezza, simpatia ed efficacia esercita una vasta influenza su una intera generazione di pianisti moderati, brillanti, onesti. Qui dunque lo ascoltiamo nell’esecuzione di immortali standard come Autumn Leaves, di cui per primo offre una versione veloce che farà il giro del mondo.

Benny Goodman, King of Swing Small Combos (Columbia) 1935-1949

Dopo il 1935 Goodman inizia ad alternare nelle esibizioni i brani per grande orchestra quelli per formazioni più ristrette. Il trio interazziale con Teddy Wilson al piano e Gene Krupa alla batteria, divenuto poi quartetto con l’arrivo di Lionel Hampton al vibrafono nasce proprio dall’idea di dedicare una parte di concerto al piccolo combo e una alla big band. Six Appeal, Boy meets Boy, sono solo due tra i brani celebri dell’indimenticabile clarinettista. Gli assolo di Hampton o di Christian invece portano il gruppo verso atmosfere roventi che stridono con la personalità spesso cool di Goodman medesimo. Un grande merito di Benny è però quello di utilizzare nei suoi ensemble i musicisti di colore in un periodo in cui la segregazione razziale è ancora durissima. Suonano infatti con lui l’ellingtoniano Cootie Williams alla tromba, il classico Jo Jones alla batteria e il giovanissimo Fats Navarro alla tromba. Grazie a Goodman il jazz viene introdotto con successo nell’America bianca anche se una delle critiche che gli vengono poi mosse è quella di svuotarlo del suo significato più autentico. Ma una raccolta come questa dimostra invece che non tutto è da buttare, anzi…

Lionel Hampton, Vol. 2 The Jumpin’ Jive (The All-Star Groups), 1937-1939

Sul finire degli anni Trenta lo straordinario vibrafonista nero dopo la succosa esperienza nell’indimenticabile quartetto di Benny Goodman incide a proprio nome alcuni brani che lo fanno entrare a pieno titolo fra i grandi del jazz. La carica umana trasformatasi in eccitante swing è qui resa in tutta la sua pienezza che è tanto spettacolare quanto espressiva. Le registrazioni, che antologizzano grandi 78 giri, vedono altresì con Hampton alcuni dei migliori solisti di quegli anni, dagli ellingtoniani Johnny Hodges e Cootie Williams ai virtuosisti Coleman Hawkins e Ben Webster. Si tratta della summa dello swing nero (e quasi dell’anticipo del rock’n’roll sul piano dell’eccitazione) con brani indimenticabili quali Shufflin’ at Holliwood e Whose babe, con Lionel che infine può essere considerato il musicista che valorizza appieno nel jazz l’uso del vibrafono in senso hot.

Coleman Hawkins, Body and Soul (Bluebird) 1927-1940

Fino all’avvento di Lester Young, Hawkins è il numero uno se non l’inventore del sax tenore moderno, con uno stile fluido e legato e con un uso del vibrato che fanno compiere enormi passi in avanti a uno strumento che fino ad allora viene impiegato in sezione solo nei grossi ensemble. Pur avanti negli anni Hawkins si dimostra sensibile alle innovazioni dei boppers e incide persino con Max Roach, Thelonious Monk e Sonny Rollins In questa summa antologica (28 track) della musica di Coleman due brani entrambi del 1929 rivelano splendide peculiarità: da Hello Lola lo stile tagliente e One Hour l’amore per le ballate fino alle registrazioni del 1939 in cui regna sovrana e indimenticabile l’esecuzione di un’altra indimenticabile ballad Body and Soul, pietra miliare per generazioni di sassofonisti e come dice Vittorio Castelli il “punto di massimo sviluppo dello stile rapsodico”.

Woody Herman and His Orchestra, The Three Herds (Columbia) 1945-1954

Queste registrazioni effettuate fra il 1945 e il 1954 rappresentano il meglio della produzione dell’autore che, a tre diverse formazioni – le così dette greggi – sa trasmettere a tutti i suoi musicisti una forte carica emotiva. Leader per oltre quarant’anni di varie big band tra le più significative della storia del jazz, Herman raggiunge il massimo splendore con il primo e il secondo herd, dove con questa parola si intendono orchestre di giovani e meno giovani dal forte affiatamento). Clarinettista, direttore e soprattutto talent scout Woody dunque con il primo gregge eredita il sound dello swing nero (At the Woodchopper’s Ball) e in seguito lo nobilita attraverso impasti sonori di tipo classico, ricevendo persino l’attestato di stima di Igor Stravinskij per brani come Caldonia; in effetti dal secondo e terzo gregge tenta già esperimenti cool ad esempio nel celebre Four Brothers.

Scott Joplin, Piano Rags. Joshua Rifkin Piano (Elektra Nonesuch) 1899-1914

Questi non sono i primi a essere pubblicati ma oggi restano certamente i motivi rag più celebri, intelligenti e rinomati tanto da conferire all’inizio del XX secolo il nome di “the ragtime era”. Lo stile di Joplin, cosiddetto della scuola del Missouri, travalica i confini degli Stati Uniti sino a fare del pianista di Texarcana il primo compositore nero a raggiungere fama internazionale. A un’attenta dismanina consentita da questa bella antologia si nota subito che la musica di Scott si basa su rigorosi studi pianistici di stampo europeo. I 17 rag del disco vengono registrati in tre riprese (1970, 1972, 1974), seguendo le partiture originali, da un rinomato pianista classico.

Stan Kenton, Kenton/Wagner (Capitol) 1958

Dice il sottotitolo: From the creative world of Stan Kenton come innovations on great Wagner themes. Per molti anni resta uno dei primi ensemble ad avere una potente sezione di ottoni, arrangiata da geniali musicisti italoamericani (Pete Rugolo e Bill Russo) che impostano un sound di tipo sinfonico o addirittura wagneriano. Dunque quello di Kenton è quasi excursus nel mondo della composizione dotta che lo porta ad anticipare certe soluzioni da third stream music, anche se rispetto a quest’ultima il suo approccio, per lo meno in questo disco è sicuramente jazzistico anche grazie agli ottimi comprimari di cui è fiero talent scout. Tuttavia il trattamento dei brani del celebre operista tedesco è quanto di più lontano non solo dalla negritudine ma pure dal coevo affermatissimo hard bop.

Fats Navarro, The Faboulous Fats Navarro (Blue Note) 1947-49

In questa antologia di 78 giri originari (già riunito in due LP dalla prestigiosa etichetta newyorchese), si trovano i classici temi del trombettista come Lady Bird, Our Delight, The Squirrel e soprattutto Dameronia (dedicata all’amico, compositore e pianista Tadd Dameron) eseguita in varie versioni, proprio per avvalorare la tesi che la creatività di questo bopper è talmente alta e intensa che spesso gli standard risultano solo giri armonici dove si può improvvisare in totale libertà, quasi anticipando la lezione estrema del free jazz. Navarro mostra un fraseggio limpido, un timbro immediato e una grande tecnica mai fine a se stessa, che sono le caratteristiche notevoli della carriera più breve fra i non fortunati bopper, perché, senza la chance di diventare un caposcuola come Dizzy o Miles, muore infatti a soli ventisei anni nel 1950 sia per la tubercolosi sia per le droghe, non prima di lasciarci questi memorabili reperti discografici. Compagni di Fats in varie formazioni sono tra l’altro i sassofonisti Sonny Rollins e Charlie Rouse, i batteristi Roy Haynes e Kenny Clarke e parecchi altri dei migliori talenti di un’epoca giovane e innovatrice.

King Oliver, Off The Record: The Complete 1923 Jazz Band Recordings (Off The Record) 1923

Nonostante lo scarso valore tecnico di queste incisioni (fra le prime del sound nero neworlinese ‘in esilio’) ora raccolte in doppio CD, anche quello di Oliver è splendido jazz: da molti dei brani qui raccolti (37 in tutto, in origine a nome via via King Oliver’s Creole Jazz Band, King Oliver’s Jazz Band, King Oliver and His Creole Jazz Band), da Dippermouth Blues a Chimes Blues, da Mabel’s Dream a London Café Blues, vien fuori un musicista alla cornetta dallo stile potente, sobrio, generoso che guarda appunto al blues (come rivelano gli stessi titoli) e che avrà profonda influenza su molti trombettisti coevi e successivi da Tommy Ladnier a Jabbo Smith.

Bud Powell, The Amazing Bud Powell (Blue Note) 1949-1951

In questo disco, si trovano due sessions: una, datata 8 agosto 1949, il pianista suona in quintetto  insieme a Tommy Potter, Roy Haynes, Sonny Rollins e Fats Navarro, compilando quasi un’enciclopedia sonora boppistica con brani di Parker e Gillespie; l’altra lo vede in trio, accompagnato da Max Roach alla batteria e Curley Russell al contrabbasso, con i quali esegue il capolavoro Un Poco Loco, il cui titolo in lingua spagnola significa ‘un po’ matto’, visto che Bud Powell celebra autobiograficamente in forme sonore un vero e proprio delirio, rivelando il tragicizzante o almeno schizofrenico dello stesso bebop.

Bessie Smith, The Complete St Louis Blues Soundtrack & Rarities (The Golden Age Of Jazz) 1924-30

Autentica queen (o persino ‘imperatrice’) fra le molte bravissime blues singer degli anni Venti, la Smith rimane impareggiabile, le decine di incisioni che ci sono pervenute sono sovente di scarsa qualità tecnica, ma vengono riscattate dal timbro della protagonista. Bessie ha un forte accento sudista, ma la sua voce struggente, dura e tenera allo stesso tempo e il suo stile impeccabile restano una pietra miliare della musica di questo secolo. Il tema delle canzoni è l’amore in tutte le più complesse sfumature, con quel dramma esistenziale latente che è pure l’essenza del blues medesimo. Qui la ascoltiamo, oltre alcune rarità, soprattutto nella colonna sonora dell’unico film da lei interpretato, un medio metraggio che era la visualizzazione del pezzo: sentiamola infatti intonare drammaticamente il noto blues di W. C. Handy. Che potenza, nonostante una’orchestrazione enfatica!. Il duca di Windsor in tarda età dice che nella sua vita conobbe due sole persone veramente regali: sua madre, la regina Mary e Bessie Smith, la regina del blues.

Lennie Tristano, Lennie Tristano (Atlantic) 1955

Fra i 33 giri che seguono il periodo più insigne della produzione del pianista cieco (da ritenersi il caposcuola del cool jazz di fine anni Quaranta), questo omonimo può reputarsi fra i più importanti dell’autore, del periodo, del movimento. In quegli anni Tristano alterna periodi di analisi, ricerca e didattica con rari concerti, preferendo tuffarsi nello studio e nella creazione. Il disco contiene almeno quattro brani storici, due in trio e due per piano solo, che sono fondamentali per conoscere l’ombroso musicista di lontane origini italiane. I brani Line Up, Requiem, Turkish Mambo e East Thirty Second vengono realizzati da Lennie con la tecnica della sovrincisione magnetica con processi di accelerazione e rallentamento del nastro medesimo. Tra questi brani spicca Requiem, un blues (anche un po’ spiritual) assai particolare giocato su un pedale continuo, in cui sono evidenti le influenze di studi accademici. Requiem da solo vale l’acquisto della ristampa su CD, perché è considerato uno dei capolavori della musica jazz. Nei restanti peezzi compaiono infine Peter Ind al basso e Jeff Morton alla batteria, mentre negli altri c’è un quartetto con la presenza di Lee Konitz al sax alto, Gene Ramey al basso e Art Taylor alla batteria a improvvisare al Confucius Club di New York su standard rinomati.

Sarah Vaughan & Clifford Brown, Sarah Vaughan With Clifford Brown (Emarcy) 1954

La scala vocale della migliore jazz singer dopo Bessie, Ella, Billie, che si estende da contralto ai toni acuti corali, è magnificamente valorizzata a metà degli anni Cinquanta dalla collaborazione con il trombettista Clifford Brown grazie al quale incide quest’unico album realizzato altresì dal supporto di Paul Quinichette al sax tenore, Herbie Mann al flauto, Jimmy Jones al piano, Joe Benjamin al contrabbasso, Roy Haynes alla batteria: sono per lo più standards (tra cui una superba versione di Lullaby of Birdland). E qui, direbbe Luciano Federighi “Sarah sa attraversare la melodia aggirandola e intersecandola, stirandola nel gioco imprerioso di slurs e glissando, disegnando prolungati paralleli armonici o tracciati sintattici alternativi, astutamente bilanciati dalla pausa esatta, dalla pennellatina di staccato”.

Ben Webster, King of the Tenors, 1953

Negli anni Cinquanta il tenorista incide a suo nome per l’impresario Norman Granz una serie di magnifici album fra cui questo giustamente intitolato, traducendolo, “Re dei tenori”. Il maestoso fluire sui tempi lenti e medio-lenti rimane uno dei suoni più caratterizzanti del jazz mainstream: e appunto l’album ne è un chiaro esempio, con uno stile da Jazz at the Philarmonic, in cui tutti fanno a gara per mettersi in luce. E la competizione è davvero a livelli altissimi, perché vi partecipano i più bei nomi dallo swing (Harry Edison e Benny Carter ai fiati) al cool (Herb Ellis e Barney Kessell alle chitarre) fino a una ritmica mainstream eccellente (con Oscar Peterson al piano, Ray Brown al contrabbasso, Stan Levy alla batteria). Il sinuoso timbro sassofonistico – in parte influenzato da Coleman Hawkins – fa da sempre del Webster di King of the Tenors uno dei più irresistibili interpreti di calde appassionate ballad.

Teddy Wilson, Piano Solos (CBS) 1935-1937

In questa raccolta di solo piano, tra le prime esterne al modaiolo boogie-woogie, grazie alla grandiosa musicalità e all’atteggiamento estraneo a preconcetti o inibizioni preclusioni, Wilson, superando anche lo stile stride interpreta, soprattutto jazz standard come Liza di George Gershwin e Rosetta dell’amico e rivale Earl Hines. Come scrive Vittorio Castelli: “Dei ‘giganti’ Wilson ha tutto: creatività, rigore, grinta. La mano sinistra per esempio è tutta da scoprire. Il suo procedere è talmente vario da rendere difficile trovare due battute consecutive basate sullo stesso accompagnamento”. Teddy è senz’altro uno dei primi artisti jazz a rendere il pianoforte uno strumento protagonista. In un epoca in cui questo strumento, con l’eccezione del ragtime, viene relegato al sottoruolo di accompagnamento di cantanti o big band, il pianista dapprima in trio con Benny Goodman al clarinetto e Gene Krupa alla batteria fa epoca; ma il pianismo di Teddy non rinuncia ad accompagnare o meglio a integrarsi al canto di Billie Holiday. Tuttavia sono questi ‘piano solos’ a svelarne la raffinata natura di moderno swing.

Lester Young, In Washington D.C. (Pablo Live) 1956

In questo album sulla via del tramonto (forse l’ultimo in assoluto a suo nome), registrato in quartetto – tenore, pianoforte, contrabbasso, batteria – dal vivo al Patio Lounge nella Capitale, è da segnalare la grazia, la finezza e la maestria che ancora circondano gli assolo del sax lanciato in alto dal Prez, su un repertorio consolidato, che risulta un po’ la sinossi dell’intera esperienza dell’uomo e dell’artista. Locale la sezione ritmica – Bill Potts, Normal “Willie” Williams, Jim Lucht – che si limita ad accompagnare senza infamia e senza lode.

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